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Full text of "Giordano Bruno e il pensiero del rinascimento"

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IL PENSIERO MODERNO 

a cura di E. Codignola 



III 

GIOVANNI GENTILE 

GIORDANO BRUNO 



IL PENSIERO DEL RINASCIMENTO 



GIOVANNI GENTILE 




GIORDANO BRUNO 

E IL PENSIERO 
DEL RINASCIMENTO 




VALLECCHI EDITORE FIRENZE 



PROPRIETÀ LETTERARIA 



Firenze. 1920 - StabU. Tipog. A. Vallecchi. Via RicasoU, 8. 



alla memoria 

de' miei poveri fratelli 

GAETANO E ROSINA 

miei compagni d' amore e di sogni 

nella fanciullezza 

entrambi caduti 

sulla soglia della vita 



PREFAZIONE 



Pubblicando nel 1907 per la prima volta 
la Conferenza che è a capo di questo volume, 
vi premisi la seguente avvertenza, che era stata 
pure r esordio del mio discorso : 

Questo scritto non vuol essere né una biografìa, né un'«- 
sposizione del pensiero di Giordano Brano ; ma solo un saggio 
intorno al significato di lui nella storia della cultura : e auindi 
una illustrazione delle ragioni peculiari della sua conoanna 
e della sua morte mercè lo studio delle sue idee intorno al 
rapporto della filosofia con la religione, e del suo atteggiamento 
verso la Riforma e verso 1' Inquisizione. 

Per giustificare la speciale determinazione dell'argomento 
e la forma dello scritto, dirò che questo nacque per una con- 
ferenza, tenuta in Palermo il 20 marzo di quest'anno, per 
invito della Sezione locale della Federazione nazionale degli 
Insegnanti medi. La quale volle in questo modo riparale 
all'omissione (non di certo approvabile, quale che ne sia stato il 
motivo) onde, sette anni fa, la gloriosa ricorrenza centenaria 
del rogo di Bruno parve opportuno non fosse in alcun modo 
ricordata nelle nostre scuole ; dove pure ogni anno, a giorno 
fisso, tutti i maestri, da un cajx) all'altro d' Italia, sono invi- 
tati a interrompere il corso delle lezioni per commemorazioni 
improvvise, prive spesso d'ogni valore didattico ed educativo, 
di eroi grandi e piccoli della nostra storia civile e letteraria. 
E a me parve ottimo segno dei tempi, — da non lasciar pas- 
sare senza richiamarvi sopra l'attenzione del paese, — che 



— 8 — 

gì' insegnanti dei nostri ginnasi e licei si ricordassero essi del 
Bruno, come di nome che appartenga a loro, cioè alla scuola 
italiana, focolare della cultura nazionale. E non del Bruno 
ora da un paio di decennii noto alle moltitudini come vittima 
deir intolleranza religiosa e segnacolo in vessillo di rivendi- 
cazioni anticlericali ; ma del Bruno, che essi appresero a co- 
noscere nella storia : il grande filosofo e martire della nostra 
Rinascenza. 

Tra tanto schiamazzo, prò e contro Bruno, fatto nello 
scorso febbraio da tutti i politicastri rossi e neri d' Italia ; i 
quali avranno forse tutte le loro buone ragioni di schiamaz- 
zare, ma non ne hanno certo nessuna di non dover rispar- 
miare la pace dello sventurato scrittore né pur a tre secoli 
dalla sua morte ; è veramente titolo d'onore pei professori 
di Palermo questa loro idea di stringersi a difesa intorno alla 
memoria del filosofo, segno 

D' inestinguibil odio 
E d' indomato amor ; 

di restituire al Bruno la siia dignità storica di filosofo e mar- 
tire della filosofia ; di sottrarre il suo nome alla mischia profa- 
natrico dei partiti politici, che l'esaltano e lo combattono, 
esaltando o combattendo i loro fini e le loro passioni, a cui 
il Bruno fu ed è estraneo ; di risollevarlo per gli spiriti colti 
in quell'aer sereno, a cui si elevò con la vigoria del suo pensiero, 
della sua stessa poetica fantasia e con l' ideale virilità del suo 
grande animo : in quell'aer sereno, dove tutte le passioni 
tacciono, i fini pratici e i contrasti, da essi generati, sono 
superati, e sopravvive solo quello spirito di eterna verità, a 
cui tutti i partiti umani, perchè umani, s' inchinano. 



Alla Conferenza qui ristampata con poche 
aggiunte e modificazioni (poiché gli studi più 
recenti non hanno scosso menomamente la mia 
tesi) seguiva nel 1907 un'Appendice, che in- 
sieme con altri scritt creili bruniani verrà ora 
compresa in altro mio volume di Ricerche siUla 
filosofia del Rinascimento che seguirà prossima- 
mente a questo, e gli servirà quasi di comple- 
mento. Alla vecchia conferenza ho preferito piut- 



— 9 — 

tosto unire vari miei studi posteriori (qui o rive- 
duti o ampliati), riguardanti taluni dei problemi 
fondamentali che si agitarono dallo stesso Bruno 
e dagli altri pensatori del nostro Rinascimento, 
e che, studiati così, tutti insieme, riverberano 
una viva luce sul pensiero del Bruno e di tutta 
quell'età di cui egli è il martire. 

G. G. 



GIORDANO BRUNO 
NELLA STORIA DELLA CULTURA 



Dal volumetto : G. B. nella storia della cultura, 
Palermo, Sandron, 1907. 



3. 



Giordano Bruno non fu uomo pratico, né anche 
per propagare le sue idee. Non ebbe il pensiero agli 
uomini che gli si agitavano attorno ; e tra i riformati 
potè parere riformato, cattolico tra i cattoHci: «acade- 
mico di nulla academia », come egU seppe definirsi, 
« detto il fastidito » : in tristitia hilaris, in hilaritate tristis. 
Sentì profondamente la propria solitudine, come tutti 
i grandi spiriti contemplativi ; e però fu realmente estra- 
neo a tutte le chiese (benché non potesse non giudicare 
il contenuto speculativo dei loro dommi) per ciò che 
anche le chiese hanno di mondano, pratico, storico, 
come organismi di volontà, rette da una discipHna, 
ordinate alla propagazione di certi dommi, sollecite 
del trionfo sociale di certi principii. Il Bruno ebbe altro 
preoccupazioni, altri amori. Il suo spirito mirava più 
alto, a un segno che é fuori di tutti gli umani consorzi ; 
e sdegnò quindi anche la gloria, che altri attende dalle 
moltitudini : « Perchè il numero de' stolti e perversi è in • 
comparabilmente più grande che de' sapienti e giusti, 
aviene che, se voglio remirare alla gloria, o altri frutti che 
parturisce la moltitudine de voci, tanto manca eh' io 
debba sperar lieto successo del mio studio e lavoro, che 
più tosto ho da asix^ttar materia de di scontente zza, e 
da stimar molto meglio il silenzio eh' il parlare. Ma, 



— 14 — 

se fo conto de rocchio de Teterna veritade, a cui le 
cose son tanto più preciose ed illustri, quanto talvolta 
non solo son da più pochi conosciute, cercate e posse- 
dute ; ma, e oltre, tenute a vile, biasimate, perseguitate, 
accade eh* io tanto più mi forze a fendere il corso de 
V impetuoso torrente, quanto gli veggio maggior vigore 
aggionto dal turbido, profondo e clivoso varco » *). 
Altrove, accennando alla guerra, che le sue dot- 
trine logiche e cosmologiche incontravano in Inghil- 
terra, dove egli dimorò dal 1583 air85 • « Se volete 
intendere », dice, «onde sia questo, vi dico che la cag- 
gione è l'uni versitade che mi dispiace, il volgo eh* odio, 
la moltitudine che non mi contenta, una che m* inna- 
mora : quella, per cui son libero in suggezione, contento 
in pena, ricco ne la necessitade, e vivo ne la morte. 
Indi accade che non ritrao, come lasso, il piede da 
Tarduo camino.... Parlando e scrivendo, non disputo 
per amor de la vittoria per se stessa... ; ma per amor 
della vera sapienza e studio della vera contemplazione 
m'affatico, mi crucio, mi tormento » *). 
'^^fll suo vero amore è l'amore dell'eterno e del di- 
vino, l'amor Dei intellectualis, onde precorse quel grande 
mistico della filosofìa intellettualistica, che fu nel secolo 
successivo Benedetto Spinoza. Nuovo misticismo, che 
male fa raccostare il nostro filosofo ai neoplatonici, 
benché sia innegabile, anzi notevolissimo, l' influsso 
della loro filosofia su quella del Bruno. La conoscenza 
del divino propugnata dal Bruno non è estasi, o unione 
immediata, benché abbia per suo termine appunto 
l'unione, onde lo spirito, egli dice, «do viene un dio 
dal contatto intellettuale di quel nume oggetto i> ') ; 
ma è un processo razionale, un discorso dell'intelletto, 



*) Lo Spaccio della bestia trionfante, in Opere italiane, 
ed. Gentile, Bari, Laterza, 1907-8, II, 4. 
^ ^) De V infinito, universo e mondi, in Opere italiane, I, 262. 

^) Eroici furori, in Opere italiane, II, 333. 



— 15 — 

una vera e propria filosofia. Egli bada bene a distin- 
guere l'eroico furore, o processo sopramondano dello 
spirito — «certa divina astrazione, per cui dovegnono 
alcuni megliori in fatto che uomini ordinari » — in due 
specie ben diverse : una, per cui «altri, per esserno fatti 
stanza de dei o spiriti divini, dicono e operano cose 
mirabili, senza che di quelle essi o altri intendano la 
raggione ; e tali per l'ordinario sono promossi a questo 
da l'esser stati prima indiscipHnati e ignoranti ; ne Hi 
quali, come voti di proprio spirito e senso, come in una 
stanza purgata, s' intrude il senso e spirito divino ». 
I profeti, insomma, gì' ispirati, gì' invasati da Dio, i mi- 
stici veri e propri, che si annichilano in Dio con l' im- 
peto dell'amore. L'altra specie è quella, per cui i filo- 
sofi si sollevano razionalmente alla cognizione del di- 
vino : onde, «altri, avvezzi o abili alla contemplazione, 
e per aver innato un spirito lucido e intellettuale, da 
uno interno stimolo e fervor naturale, suscitato da 
l'amor della divinitate, della giustizia, della veritade; 
della gloria, dal fuoco del desio e soffio dell* intenzione 
acuiscono gli sensi ; e nel solfro della cogitativa facul- 
tade accendono il lume razionale, con cui veggono più 
che ordinariamente. E questi non vegnono al fine a 
parlar e operar come vasi e istrumenti, ma come prin- 
cipali artefici ed efficienti ». Tra i primi, che sono, come 
ho detto, i veri e propri mistici, passivi verso la divi- 
nità che albergano, e i secondi, che realizzano in sé 
lo spirito divino, non occorre dire per chi parteggi 
l'autore della Cabala del cavallo pegaseo e deWAsino 
cillenico, satire amare della santa ignoranza : « Gli primi 
son degni come l'asino, che porta li sacramenti ; gli 
secondi come una cosa sacra. Nelli primi si considera e 
vede in effetto la divinità, e quella s'admira, adopra 
e obedisce.Ne^li secondi si considera e vede l'eccellenza 
della propria umanitade ». ''^ 

L'eroico furore di Bruno non è, dunque, come egli 
stesso ci dice, un «oblio, ma una memoria », Anche lui, 



— 16 — 

in vero, dirà enfaticamente nel!' Óratio valedidoria, letta 
all'Università di Wittenberg 1*8 marzo 1586, che ve- 
dere Minerva est caecum fieri, per hanc sapere est stul- 
tum esse *). Ma tale cecità e stoltezza è la cecità e 
stoltezza a cui tutti i filosofi devono andare incon- 
tro volenterosi, se aspirano sinceramente alla filo- 
sofia : è la cecità e stoltezza per la realtà e i valori 
empirici, che non possono essere la stessa realtà e gli 
stessi valori della filosofia. Pure, con questa cecità e 
stoltezza è troppo evidente che il filosofo non può 
più operar nel mondo della realtà e dei valori empirici, 
a cui egli si è sottratto. Il suo mondo è, in un certo 
senso, fuori di questo, in cui gli uomini ordinariamente 
agiscono. In altri termini, il filosofo non può avere, 
se è filosofo, interessi pratici, cioè i comuni interessi 
pratici. Questo fu il pensiero vivo di Bruno. 



IL 



Soltanto tenendo presente questo concetto della 
sopramondanità della filosofia, si può intendere l'at- 
teggiamento del Bruno verso la Riforma e verso la 
Chiesa romana : atteggiamento, in cui si concentrano 
i risultati del suo filosofare e si configura tutta la sua 
grandezza storica. 

Nei dialoghi De V infinito, universo e mondi, dopo 
aver dimostrato la necessità dell'effetto infinito dell'in- 
finita potenza di Dio, e negata quindi ]a possibilità 
dell'arbitrio del volere, perchè «quale è l'atto, tale è 



*) Vedi Opera latine conscripia (ed. nazionale), I, i, 7. 



— 17 — 

la volontà, tale è la potenza », soggiunge : « Tutta volta 
lodo, che alcuni degni teologi non admettano questi 
sillogismi ; perchè, providamente considerando, sanno 
che gli rozzi popoli e ignoranti con questa necessità 
vegnono a non posser concipere come possa star la 
elezione e dignità e meriti di giusticia ; onde, confidati 
o disperati sotto certo fato, sono necessariamente soc- 
ie ratissimi ». E ancora : « Quel che è vero, è pernicioso 
alla civile conversazione, e contrario al fine delle leggi ; 
non per esser vero, ma per esser male inteso, tanto 
per quei che malignamente il trattano, quanto per quei 
che non son capaci de intenderlo, senza iattura di 
costumi ». 

La verità della filosofia, insomma, è solo per la 
fiosofia. La verità della vita pratica, e della stessa 
religione, in quanto istituto sociale e chiesa institutrice 
dei popoli, può e talvolta, secondo il Bruno, deve essere 
una verità diametralmente opposta alla verità della 
filosofia. Bruno dunque, il fastidito, potete voi immagi- 
narvelo montato sul proscenio d'un teatro per esporre 
la nolana filosofia ad un'accolta di sodalizi popolari ? 
Certo, egli per suo gusto non sarebbe mai entrato in 
contrasto con i degni teologi, che insegnavano dot- 
trine contrarie alle sue. E quelli, che oggi del nome 
di Bruno si servono per combattere essi i degni teologi 
del tempo nostro, e per combatterli non nel giudizio 
dei filosofi, — pei quali le dottrine di questi teologi 
appartengono a un passato lontano, che forse non oc- 
corre più criticare ; — anzi nel giudizio degli onesti 
operai delle città e delle campagne. Bruno li avrebbe 
bollati, come nel De V infinito bollò i luterani propa- 
gatori della dottrina De servo arbitrio, chiamandoli 
«corrottori di leggi, fede e religione », i quali, «volendo 
parer savi, hanno infettato tanti popoli, facendoli do- 
venir più barbari e scelerati, che non eran prima, di- 
spreggiatori del ben fare, e assicuratissimi ad ogni 

2 — Giordano Bruno e il pensiero del Rinucimento 



— i8 — 

vizio e ribaldaria, per le conclusioni che tirano da si- 
mili premisse » ^) . 

« Le vere proposizioni », protesta il Bruno, « non 
son proposte da noi al volgo, ma ai sapienti soli, che 
possono aver accesso all' intelligenza di nòstri di- 
scorsi. Da questo principio depende, che gli non men 
dotti che religiosi teologi giamai han pregiudicato alla 
libertà dei filosofi ; e gli veri, civili e bene accostumati 
filosofi sempre hanno faurito le religioni ; perchè gli 
uni e gli altri sanno, che la fede si richiede per V insti- 
tuzione di rozzi popoli, che denno esser governati, e la 
demonstrazione per gli contemplativi, che sanno go- 
vernar sé e altri » ^) . 

Faurire le religioni! Ecco un principio 
della filosofia bruniana, che non si dovrebbe dimenti- 
care quando si fa appello al Bruno. Pel Bruno non c'è 
legge, non e' è Stato, senza religione. Quell'assurdità, 
che oggi si formula con la frase, vuota d'ogni senso 
speculativo, di « Stato ateo », per Bruno era appunto 
un'assurdità. Lo Stato dev'essere, per essere qualche 
cosa, una sostanza etica. Ora, questa sostanzialità, 
che è sempre divinità, perchè Dio è per l'appunto la 
realtà assoluta, la realtà che è principio di tutte le 
realtà, ossia il fondamento d'ogni sostanzialità : questa 
sostanzialità, dico, si potrà, concepire diversamente e 
oggi si deve concepire non come un di là rispetto alla 
umana volontà, ma come l' intima essenza della volontà 
stessa ; ma negarla, è negare la realtà dello Stato, scal- 
zare la legge, e distruggere quel valore che si vuol ri- 
vendicare. Bruno all'uomo vaso di Dio contrappone, 
come s' è veduto, l'uomo artefice ed efiìciente di Dio, 
sacro per la sua stessa umanità. Questa negazione, non 
del divino, ma solo della trascendenza del divino, im- 



*) Opere italiane, I, 293-4. 
«) Op. cit., pag. 295. 



— 19 — 

^^^^^^^"'-^ "- ' ' 

porta, se mai, l'unità della legge e dello Stato con la 
religione, non la separazione, che oggi si proclama, e 
quindi l'eliminazione del divino dalla legge e dalla vita 
civile. E forse gli stessi propugnatori dell'ateismo dello 
Stato intendono negare piuttosto il Dio trascendente 
che ogni Dio. Ma, anche in tale supposto, il Bruno non 
può dirsi che sia con loro. Perchè siffatta immanenza 
basterà, j)el Bruno, alla « demonstrazione de' contem- 
plativi, che sanno governar sé ed altri », non alla « in- 
stituzione dei rozzi popoli, che denno essere gover- 
nati ». Cioè : il concetto dell' immanenza come il con- 
cetto dell' identità della Hbertà divina con la sua neces- 
sità razionale, non è negazione di Dio soltanto per lo 
spirito veramente libero del filosofo, che non ha la legge 
fuori di sé, anzi è già la stessa legge (onde governa sé 
ed altri) ; ma negazione di Dio è per lo spirito incolto 
ancor lontano dalla libertà assoluta, e che ha perciò 
tuttavia la legge fuori di sé. A questo spirito, per cui la 
legge dev'essere legge positiva, per cui il diritto dev'es- 
sere diritto punitivo, per cui la legge, insomma, è an- 
cora qualche cosa di diverso dal volere che le è subor- 
dinato, l'immanenza del divino non ha senso : la legge 
fatta dagli uomini non ha niente di divino ; lo Stato, 
istituto umano e nient 'altro che umano, apparisce real- 
mente ateo. 

Questo è il razionalismo bruniano : e se in questi 
termini sa di clericale, pongasi mente a quel che si di- 
ceva dianzi : il Bruno non si muove sullo stesso terreno, 
su cui si schierano gli uni contro gli altri i clericali e i 
cosiddetti hberi pensatori. Questi sono partiti pratici, 
ed egli è al di sopra di tutti i partiti, studioso dell'eterna 
verità. I partiti hanno una ragione storica contingente 
e Bruno, in quanto filosofo, è fuori della storia. E fuori 
della storia afferma questa verità, in cui clericali e liberi 
pensatori, se vogliono filosofare e seguire il pensiero 
del Nolano, devono certamente consentire : non e' è 
legge che non sia legge assoluta e che non sia quindi 



— 20 — 

religione ; ora, c'è una religione dei contemplativi, dei 
filosofi, che è la filosofia per cui l'uomo crea a sé il suo 
Dio ; e c'è una religione dei popoli, che è la religione 
propriamente detta, del Dio ignoto, che crea l'uomo, e 
la sua legge, e la sua buona volontà e, quindi la sua 
stessa conoscenza di Dio. Una legge ^nza nessuna di 
queste religioni non è legge : uno Stato fuori di tutte le 
religioni, non ha valore di Stato. Lo Stato del filosofo 
non è lo Stato del popolo ; e se lo Stato è lo Stato del 
popolo o, per le meno, ha da essere anche lo Stato del 
popolo, non può separarsi dalla religione del popolo, 
senza restare agli occhi di esso destituito d'ogni valore. 
Certo, la storia, lo sviluppo graduale della pub- 
blica cultura, elevando a poco a poco la coscienza po- 
polare e il suo concetto del divino, genera via via il 
contrasto tra il contenuto sempre nuovo e la forma 
sempre vecchia delle pubbhche instituzioni. Quindi l'at- 
trito de' partiti, e il progressivo, ma lento, lentissimo 
realizzarsi di quella umanità, di cui ci ha parlato il 
Bruno, che è per se stessa sacra. Quindi, diciamolo 
pure, il progresso dello spirito nei popoli civili verso 
la filosofia ; quindi la ferma, per quanto spesso oscura, 
certezza che l'a vanire non è de' teologi, ma de' filo- 
sofi, per dirla con i termini del Bruno ; non è dei cleri- 
cali, come oggi si dice, sì dei difensori della laicità 
dello Stato. Ma questa certezza, nella scienza consa- 
pevole della natura dello spirito umano, non promette 
una vittoria, come si dice, catastrofica, per cui tutte 
le religioni positive cederanno per sempre il luogo al 
senso filosofico, intimamente religioso, della divinità 
dell'uomo ; ma una infinita evoluzione dello spirito 
religioso verso la filosofia ; come a dire, un infinito 
progresso nell'orientazione filosofica della vita pratica. 
Progresso, che, in quanto infinito, non avrà mai ter- 
mine ; onde una qualche sorta di clericali ci sarà sem- 
pre, diversa dalle passate, ma viva, invincibile, insupe- 
rabile. Perchè, secondo il detto profondo del Leopardi, 



— 21 — 

nessun maggior segno d'esser poco savio e poco filo- 
sofo, che voler savia e filosofica tutta la vita. La filosofia 
è un momento ideale dello spirito, il definitivo ; e 
perciò non può esser mai una realtà empiricamente 
determinata, una condizione storica dello spirito in 
generale. 

Questa variabilità storica delle forme religiose, con 
le quali il Bruno sostiene che gl'institutori de' popoli, 
o, come oggi si direbbe, le classi dirigenti devono fare 
i conti, è da lui accennata già quando parla di religioni, 
e non di religione. 

Ma, nello Spaccio della hesta trionfante, della reli- 
gione di Cristo, rafiìgurato in Chirone, vi dirà : « Per- 
chè l'altare, il fano, l'oratorio è necessariissimo, e que- 
sto sarrebe vano senza l'administrante ; però qua viva, 
qua rimagna, qua persevere eterno, se non dispone al- 
trimente il Fato » *) . Vale a dire : il valore del cristia- 
nesimo non consiste propriamente nell'essere quella spe- 
ciale religione che è, ma nell'essere una religione. E come 
il cristianesimo, tutte le religioni, in quanto adorazione 
del divino, hanno pel Bruno un assoluto valore, a 
prescindere dalle loro determinazioni particolari. Onde, 
della religione naturalistica degli Egizi nello stesso 
Spaccio, dice che «que' cere moni non erano vane fan- 
tasie, ma vive voci che toccavano le proprie orecchie 
degli Dei » ; perchè, « sì come la divinità discende in 
certo *modo per quanto che si comunica alla natura, 
così alla divinità s'ascende per la natura, cossi per la 
vita rilucente nelle cose naturali si monta alla vita che 
soprasiede a quelle ». «Conoscevano que' savi Dio es- 
sere nelle cose ; e la divinità, latente nella natura, 
oprandosi e scintillando diversamente in diversi sug- 
getti e per diverse forme fisiche, con certi ordini venir 
a far partecipi di sé » *) . 



♦) Opere ital., II, 209. 
') Opere ital., II, 175-176. 



— 22 — 

E del politeismo greco interpetrato, come per al- 
tro il cristianesimo stesso, evemeristicamente, ammo- 
nisce, che non si deve badare ai nomi posticci della 
divinità ; giacché, in realtà, i Greci « non adoravano 
Giove come lui fusse la divinità, ma adoravano la di- 
vinità come fusse in Giove. Di maniera che di questo e 
quell'uomo non viene celebrato altro che il nome e 
representazion della dività, che con la natività di quelli 
era venuto a comunicarsi agli uomini, e con la morte 
loro s'intendeva aver compito il corso de l'opra sua, 
o ritornata in cielo ». Le forme diverse della religione 
hanno un valore contingente e storico ; e questa vicis- 
situdine delle forme non pregiudica l'essenza della loro 
divina sostanza. « Cossi li numi eterni (senza ponere 
inconveniente alcuno contra quel che è vero della sustanza 
divina) hanno nomi temporali altri e altri, 
in altri tempi e altre nazioni: come 
possete vedere per manifeste istorie che Paulo Tar- 
sense fu nomato Mercurio, e Barnaba Galileo fu nomato 
Giove ; non perchè f ussero creduti essere que' mede- 
simi dei, ma perchè stimavano, che quella virtù divina, 
che si trovò in Mercurio e Giove in altri tempi, all'ora 
presente si trovasse in questi, per l'eloquenza e persua- 
sione ch'era nell'uno e per gli utili effetti che procede- 
vano da l'altro ». 

« Ecco, dunque », conchiude Bruno, « come mai fu- 
rono adorati crocodilli, galli, cipolle e rape, ma gli Dei, 
e la divinità in crocodilH, galli e altri ; la quale, in certi 
tempi e tempi, luoghi e luoghi, successivamente, e in- 
sieme insieme, si trovò, si trova e si trovarà in diversi 
suggetti, quantunque siano mortah » \). 



') Opere Hai., II, 177. 

A chiarimento delle allusioni ai culti egizi, che ricorrono 
in q. 1. basti ricordare i seguenti versi di Giovenale : 
Quis nescit, Volusi Bithynice, qualia demens 
Aegyptos portenta colat ? crocodilon adorat 



— sa- 



ni. 



Data questa convinzione, che il Bruno aveva, del- 
l'equivalenza pratica, e ' però contingente, di tutte le 
religioni, qual meraviglia che egli, giunto nella Ginevra 
di Calvino nel 1579, ^^P^ ^^ser stato costretto ad uscire 
dalla rehgione domenicana per effetto dei primi pro- 
cessi attiratigli dalla sua indifferenza verso gli ammi- 
nicoli del culto cattolico ; avendo quivi appreso da- 
gl' italiani, che vi erano rifugiati, che «non poteva 
star lì longo tempo, se non si risolveva de accettar la 
religione & essa città » ^) : qual meraviglia, che egli 
per un momento abbia creduto di potere abbracciare il 
calvinismo ? Non sappiamo se nel 1579 ^^ ^^^ giudizio 
sui dommi della Protesta si fosse formato (quello che 
abbiamo accennato, appartiene al 1588) : ma se, come 
è probabile, il Bruno giudicava sfavorevolmente fin d'al- 
lora i due principii della Riforma tra loro strettamente 
connessi, della negazione del libero arbitrio e dell'asso- 
luta giustificazione per la fede ; certo è che in Ginevra, 



pars haec, illa pavet satnram serpentibus ibin, 
efifìgies sacri nitet aurea cercopitheci, 
dimidio magicae resonant ubi Meninone chordae 
atque vetus Thebe centum iacet opruta portis. 
Illic aeluros, hic piscem fluminis, illic 
oppida tota canem venerantur, nemo Dianam; 
porrum et caepe nefas violare et frangere morsu ; 
o sanctas gentes quibus haec nascuntur in hortis 
numina..,. 
Satira XV, i-ii ; cfr. Prudent. Perist., io, 253-265. Pel 
coccodrillo, Cic. Tusc. V, 68; Herod. Il, 69 i ; per le cipolle 
cfr. anche Minucio Felice, Octav. 28. 

*) Documenti veneti in Berti, Vita di G. Bruno, 2* edi- 
zione, pag. 394. 



— 24 — 

dove sola religione era quella di Calvino, la coscienza di 
Bruno doveva preferire il calvinismo all'assenza di 
ogni religione. Non già, s'intende, per motivi schietta- 
mente religiosi, ma per quei motivi che soli paion de- 
gni al Bruno, come s' è veduto, di valere a difesa d'ogni 
religione, in quanto istituto sociale : i motivi pratici. 

Per Bruno, come pel Campanella ^), la religione 
di un paese è, insomma, come la costituzione politica 
e la legge positiva di un popolo : le quali si possono 
criticare in astratto, ma devono essere osservate in 
concreto, come dotate di valore assoluto. E le contro- 
versie religiose, suscitate dai Riformatori, « questi gram- 
matici — come li chiama sprezzantemente il Bruno — 
che in tempi nostri grassano per l'Europa », sono dal 
Bruno condannate massime per le discordie, le guerre, 
i danni sociali che venivano a produrre. 

«Veda (il Giudizio) », dice Giove nello Spaccio, «se 
apportano altri frutti che di togliere le conversazioni, 
dissipar le concordie, dissolvere l'unioni, far ribellar gli 
fìgh da' padri, gli servi da' padroni, gli sudditi^ da' 



*) (( Tra' popoli la inimicizia si mantiene per la diversità 
di religion*^, separante gli animi >> dice il Campanella : sicché 
« quante fiate i Principi daran libertà di osservare qualsivo- 
glia sorta di religione, subito diventano tante opinioni, quante 
sono teste di uomini ; onde nascono discordie e gare, alle quali 
i principi né sempre, né bene possono rimediare, perchè re- 
stano sempre i cuori discordanti, donde le guerre de' corpi © 
le liti de' beni nascono ». E, « se Ginevra, Sassonia con Inghil- 
terra han questa setta tenuta, han però escluse l'altre per star 
unite dentro, e ciascuno di questi dominii ha la sua a suo mo- 
do ; e le loro osservanze non dalla setta, ma dalla politica 
dependono ». Dialogo politico contro Luterani, Calvinisti e altri 
eretici, in Fiorentino, La rif. relig. giudicata dal Campanella' 
in Studi e ritratti della Rinascenza, Bari, Laterza, 191 1, pag. 402 
e 404. Vedi pure G. S. Felici, Le orig. e le cause della Riforma 
secondo T. C., nei « Rend. della R. Acc. Lincei » (classe so. 
mor.), voi. VI, 1897. Una pessima edizione di questo Dialogo 
e deh' Apologia di Galileo del C. è stata fatta da D. Ciampoli 
(Lanciano, Carabba, 191 1). 



— 25 — 

superiori, mettere scisma tra popoli e popoli..., fratelli 
e fratelli.... E in conclusione,.., portano, ovunque en- 
trano, il coltello della divisione e il fuoco della disper- 
sione, togliendo il figlio al padre, il prossimo al pros- 
simo, l'inquilino a la patria e facendo altri divorzi 
orrendi e contra ogni natura e legge »*). 

Sciolta da Lutero l'unità degli animi cementata 
dall'unità delle credenze religiose, i nostri filosofi vede- 
vano prevalere certe tendenze individualistiche, che 
sono le forze dissolvi trici degli organismi sociali. E il 
Campanella, fiero avversario della Riforma, notava 
piacevolmente che « ciascuno pare farsi grande, quando 
una nuova opinione trova : intanto che ci fu un Po- 
lacco, che voleva credere ad una religione a cui nessun 
altro credesse ; e quando vedeva, che alcun altro ri- 
scontrassesi con lui, si lagnava grandemente : onde non 
la comunicava, acciò non avesse compagnia nella cre- 
denza, come che Cristo per lui solo fosse morto » ^). 

L'interesse pratico sta, dunque, al di sopra del- 
l'interesse religioso, e propriamente speculativo, sic- 
come noi l'intenderemmo, delle singole confessioni re- 
ligiose : e per quell'interesse pratico a Ginevra il Bruno 
onestamente non avrebbe potuto non abbracciare il 
calvinismo. 

E cosi ninna meraviglia, se nel citato discorso d' ad- 
dio recitato nel 1588 a Wittemberga, dove la .nuova re- 
Hgione era nata : in quell'Università tutta piena delle 
memorie di Lutero, che in essa, insegnando, aveva 
intrapresa la critica della tradizione pelagiana della 
scolastica : in quella Università, che lui ramingo, venuto 
da Parigi per Magonza e Marburgo, accolse ospitale e 
sottrasse alle ingiurie della povertà, appunto pel favore 



M Spaccio, in Opere ital. II, 87. Cfr. la dedica all' ìmp. 
oaolfo II degli Articuli centum et sexaginta adv. mathewaticos. 



R 

atque philnsopìws, in Opera, I, ni, 4. 

*) Dialogo cit., in Fiorentino, pag. 405-6. 



•— 26 — 

dei luterani, che allora vi prevalevano, e gli permisero 
pubblici corsi di filosofia, senza chiedergli conto della 
sua religione {neqtie.... in vestrae relligionis dogmate 
frohatum vel interro gatum) *) ; niuna meraviglia che, 
sdebitandosi dopo due anni di studi tranquilli potuti 
proseguire mercè quei luterani e rivolti a compiere forse 
talune delle opere maggiori cui egli intendeva raccoman- 
dare il suo nome, onorato pubblicamente come mai 
era stato in ragione della sua alta intelligenza e della 
sua vasta dottrina ; sciogliesse un inno alla gloria mag- 
giore di Wittemberga, al «Nuovo Alcide, sorto su 
cote ste rive dell'Elba, a trascinar fuori dall'Orco tene- 
broso alla luce del sole il nuovo Cerbero insignito di 
triplice tiara, e costringerlo a vomitare l'aconito, 
trionfando delle porte adamantine dell' inferno, di quella 
città chiusa da triplice muro, e per nove giri stretta 
dall'onda stigia che vi scorre per entro »^). Quest'elo- 



*) Vedi la prefazione al De Lampade combinatoria Lr.l- 
liana, in Opera latine conscHpta, II, ii, 231. 

2) Opera, I, I, 20-21 : «Ciim fortis ille armatus clayibns 
et elise, fraudibus et vi, astubus et violentia, hypocrisi et 
ferocitate, valpis et leo, vicariiis tyranni infernalis, supersti- 
tioso cultu et ignorantia plus quam brutali, sub titulu divinae 
sapientiae et simplicitatis Deo gratae, inficeret universum ; 
et voracissimae bestiae non esset qui auderet adversari et 
obsistere contra, prò disponendo indigno et perditissimo sae- 
culo ad meliorem et feliciorem formam atque statum, quae 
reliqua Europae et mundi pars protulisse potuit illum Alci- 
dem, tanto ipso Hercule praestantiorem, quanto faciliore ne- 
gocio et instrumento maiora perfecit ? An non enim etiam 
perfecisse dicam eum, qui tam strenue atque frugaliter nego- 
cium tam egregium est adorsus ? Si quippe maius et longe 
perniciosius monstrum omnibus, quae tot ante seculi extitere, 
peremptum vides, 

de clava noli quaerere, penna fuit. 

Unde ille ? Unde ? Ex Germania, ex ripis istius Albis, ex 
ubertate fontis istius. Hic triplici illa thiara insignem trici- 
pitem illum Cerberum ex tenebroso eductum Orco vidistis 



— 27 — 

gio di Lutero, puramente rettorico e privo d'ogni allu- 
sione al contenuto particolare della sua Riforma, che 
altro può essere se non l'espressione del vivo senso di 
gratitudine e di ammirazione, che l'animo del Bruno 
doveva naturalmente provare verso questi seguaci ge- 
nerosi di lui, dai quali per la prima volta, dacché, cac- 
ciato d' Italia, era andato peregrinando per ogni parte 
d'Europa in cerca di pace al suo amore e al suo culto 
della filosofia, era stato reso liberale - omaggio al suo 
spirito di universale amore umano ^), al suo titolo di 
professione filosofica ; a questo titolo, onde, nella pre- 
fazione d'un libro dedicato proprio al rettore e al senato 
accademico dell'Università di Wittenberg — «io vo- 
glio », diceva Bruno, « più che di qualsiasi altro godere 
e vantarmi, tamquam minime schismatico et divortioso, 
minimeque temporibus, locis occasionibusque subiecto ? » 
In quella Atene tedesca egli con ammirazione aveva 



vos, et ille solem. Hic Stigius ille canis coactus est aconitum 
e vomere. Hic vester et vestras Hercules de adamantinis in-, 
ferni portis, de civitate illa triplici circumdata muro, et quam 
novies Styx interfusa coeicet, triumphavit. Vidisti, J.uthere, 
luceni, vidisti lucem, considerasti, excitantem divinum spi- 
ritum audisti, praecipienti illi oboedisti, borrendo principibus 
atque regibus inimico inermi occurristi, veibo oppugnasti, re- 
pugnasti, obstitisti, re^^titisti, vicisti, et hostis superbissimi 
spòlia atque trophaeum ad superos evexisti ». 

*) «Vos me suscepistis..,. hominem.... ncque in vestrae 
relligionis dogmate probatum vel interrogatuni, scd tantum 
quod non hostili, sed tranquillo generalique philanthropia 
praeditum spiritum, philosophicaeque professionis titulum 
quo tamquam minime schismatico et divortioso, minimeque 
temporibus, locis occasionibusque subiecto, maxime gaudere 
gloriaque volo prae me tuli et ostendi » Jpref . al De Lampade 
combinatoria, in Opera H, ii, 230-31). È da notare questa 
pìiilantropia , propria degli spiriti che sono al di là di tutte 
le forme religiose, in contrapposto alla misantropia dei promo- 
tori della Riforma, generatori di scismi : v suggestiofie misanthro- 
pan spintuum ministerioque Erynnium infernalium « : Opera, I, 
III, 4. 



— 28 — 

visto per la prima volta, non una scuola privata, e quasi 
un conventicolo riservato, ma una università vera. 
Perchè, se anche lì, spinto, — egli confessa, — secondo 
il costume della sua indole, da amore troppo acceso 
delle proprie idee, il Bruno aveva proclamata nelle 
sue pubbliche lezioni dottrine, che spiantavano la filo- 
sofia non solo da quei professori approvata, ma da più 
secoli e quasi per tutto ricevuta ; quei professori, tut- 
t 'altro che amici per loro istituto di dottrine siffatte, 
non arricciarono il naso, non acuirono le zanne ; né 
contro di lui si enfiaron le gote, né strepitarono i pulpiti, 
come già a Tolone, a Parigi, ad Oxford *) ; non divampò 
il furore scolastico. « Illibata », dice il Bruno a quei 
professori con nuova parola gloriosa : « illibata voi 
custodiste la libertà filosofica, né macchiaste 
il candore della vostra ospitalità»^). 

Al Lutero maestro di questa università vera, in 
cui la religione tollerava la filosofia, riconoscendole il 
diritto che le è proprio della libertà, a questo Lutero 
il Bruno rende qui un elogio meritato secondo la sua 
coscienza di pensatore. La quale al di sopra di tutte le re- 
ligioni colloca la religione, come intuizione e adorazione 
del divino ; e al di sopra del rapporto mistico dell'uomo 
con Dio, proprio della religione, riconosce un altro mi- 
sticismo, onde l'uomo a Dio si eleva per gradi intel- 
lettuali e razionale discorso, mercè il furore della filo- 
sofia^). 



*) Circa il suo insegnamento ad Oxford, vedi la mia nota 
in Opere italiane, I, 97. 

*) Opera, II, 11, 232-3. 

3) «Bene potevano », notò il Felici, a proposito di que- 
sto elogio di Lutero che ricorre a^ìVOratio valedictoria, « i 
nostri pensatori del Rinascimento ammirare in Lutero l'eroe 
dell'emancipazione del pensiero e della coscienza religiosa dal 
giogo papale, il flagello della corruzione d'una chiesa che, forse 
giusto nel tempo che seguì la Riforma, doveva, massime cui 
la rimirasse cogli occhi del cruccio, più che mai dare imagine 



— 29 — 

Né anche questo elogio contrasta con i giudizi che 
della Riforma egli aveva recati nei dialoghi De V in- 
finito e dello Spaccio. 



IV. 



Se si tien conto delle idee del Bruno sul valore delle 
religioni positive, né anche si può pensare che le sue 
dichiarazioni e la sua sottomissione di Venezia al S. Uf- 
fizio, detraggano nulla alla eroica fermezza del mar- 
tire di otto anni appresso. La genuflessione di Bruno 
del 30 luglio 1592 è la genuflessione, non del filosofo, ma 
del povero Filippo Bruno, il quale già spontaneamente 
aveva pensato che per lui ; — non aveva che 44 anni, 
e doveva sentirsi nel vigor maggiore della sua intel- 
ligenza e nel bisogno più stretto di fermarsi una 
volta; possibilmente sotto il benigno cielo, dov'era nato 
in quella «regione gradita dal cielo, e posta insieme 
talvolta capo e destra di questo globo, governatrice e 
domitrice dell'altre generazioni, e sempre da noi ed al- 
tri stata stimata maestra, nutrice e madre di tutte le 



delle stalle d'Augia reclamanti un Ercole che le spazzasse ; 
ma potevano anche arrestarsi a questo puro lato negativo del- 
l'opera sua » {Marcello Palingenio Stellato a proposito delle 
asserite sue relazioni con la Riforma, in Riv. ital, di filos., 
1897, ^' 362). L'osservazione ò ingegnosa, ma storicamente 
non mi sembra esatta. È vero che il Bruno ammira, fino a 
un certo punto, il lato negativo della riforma luterana ; ma il 
significato del passo àeWOratio ialedlctoria, se si considera 
nel contesto non può essere se non quello molto speciale e 
personale che io ci vedo. Tanto meno poi cotesta osservazione 
corrisponde alla mente di altri nostri pensatori del Rinasci- 
mento ; e né anche in particolare, a quello che di Lutero dice 
il Palingenio sulla fine del lib. X dello Zodiacus vitae. 



— 30 — 

virtudi, discipline, umanitadi, modestie e cortesie i> *) ; 
— che per lui il meglio era cercare d'ottenere l'assolu- 
zione de' suoi eccessi passati, e «la grazia di poter 
vivere in abito clericale fuori della religione »2). 

Se n'era aperto col Padre reggente fra Domenico 
da Nocera ; il quale, interrogato dal S. Uffizio, depose 
appunto d'aver incontrato il Bruno quando da pochis- 
simi giorni era giunto a Venezia, ossia sette o otto mesi 
prima del processo : e questi avergli detto, « che teneva 
pensiero risoluto quetarsi : e dar opera a comporre un 
'libro, che teneva in mente, e quello poi, con mezzi 
importanti di favore accompagnato, appresentarlo a 
sua Beatitudine ; e da quella octiner grazia.... e vede- 
re al fine di posserse rista re in Roma; 
e ivi darse all'esercizio licterale, e 
mostrare la sua virtù, e di accapare 
forsi alcuna lectura»^). E terminato in- 
fatti quel libro Delle sette arti liberali, la fretta d'andarlo 
a stampare a Francoforte, fu, com' è noto, il motivo 
che spinse quel tristo uomo di messer Zuane Mocenigo, 
figlio del chiarissimo messer Marco Antonio, a denun- 
ziare il maestro all' Inquisizione, per precipitarlo nel 
baratro che lo doveva inghiottire. E il libro, preparato 
pròprio con questo animo, che gli impetrasse il per- 
dono papale e la riammissione nel clero secolare (non 
nell'ordine suo «acciò ritornando tra' Regulari, nella 
mia Provincia, • non mi fosse rinfacciato che io fosse 
stato apostata, e così disprezzato da tutti *) ») era 
stato, con altri suoi manoscritti — che il S. Uffizio nega 
tuttavia al diritto degli studiosi — consegnato all' In- 
quisitore di Venezia. 

Sicché, anche a non tener conto della sua dichiara- 



*) Opere italiane, l, 152. 
^) Dece, veneti, in Berti, pag. 396 
3) Docc. cit., in Berti, pagg. 397-8. 
^) Vedi Docc. cÀt., in Berti, pàg. 227. 



— 31 — . 

zione di pratiche fatte, già vari anni prima, in Francia, 
certamente i passi del Bruno per tornare in grembo alla 
Chiesa cattolica erano cominciati parecchi mesi prima che 
egli si trovasse in cospetto del Sacro Tribunale veneto ; 
e la sua genuflessione bisogna dire l'avesse deliberata 
quando era ancor lontano pur dal sospetto del pro- 
cesso ; e che da im pezzo ei fosse disposto, come poi 
fece, « a domandare umilmente perdono al Signore 
Dio e alle Signorie illustrissime » rappresentanti di lui, 
« de tutti h errori commessi » *). L'aveva, quella genu- 
flessione, deliberata e moralmente fatta suo senza pres- 
sure di minacce, senza imminenza di pene : l'aveva nel- 
l'animo già mentre insegnava tuttavia all'indegno Mo- 
cenigo che « non v'era (nel mondo) se non ignoranza e 
ninna religione, che fosse buona ; che la cattolica gli 
piaceva più delle altre, ma che questa ancora aveva 
bisogno di gran regole, e che non stava bene così » ^} ; 
e lasciava diffondere anche a Venezia, come già altrove, 
che egli non avesse alcuna religione ^). 

Quella genuflessione, adunque, non fu una debo- 
lezza, come è pur sembrata a tanti ammiratori del carat- 
tere di quest' uomo, che per le sue idee diede animosa- 
mente la vita, quando ciò divenne necessario. A Venezia 
l'ora del martirio non era sonata, secondo pensava il 
nostro filosofo, per quello stesso motivo pel quale a 
Ginevra egU non aveva dovuto far forza alla propria 
coscienza f)er aderire al calvinismo. Vivere a Roma, 
com'egli desiderava ; avervi una cattedra, e negli ultimi 
anni della sua vita travagliatissima potervi attender 
tranquillo alla sistemazione definitiva di quel pensiero 
filosofico, che tumultuosamente gli era pullulato nella 
mente nel breve periodo di un decennio (1582-1592), al 



*) Docc. veneti, in Berti, pag. 428. 
') O. e, pag. 382. 

3) Vedi le deposizioni del Ciotto e del Bertano, in Berti, 
pagfT. 387 e 388. 



— 32 —, 

quale tutte appartengono le sue opere a noi giunte, for- 
manti ben dieci grossi volumi, era forse possibile senza 
rientrare in quella Chiesa per la cui persecuzione egli 
era andato ramingo per ogni parte di Europa in cerca 
di pace a 'suoi studi? E rientrare in quella Chiesa gli era 
forse consentito senza dichiarare che egli ne accettava i 
dommi ? E accettare i dommi della Chiesa imperante 
nel paese in cui si vuol vivere, non era per la sua fi- 
losofia obbligo morale strettissimo ? E quand' anche 
questi dommi fossero in contraddizione con le sue dot- 
trine filosofiche, non aveva egli sostenuto, che nel ter- 
reno religioso (che per lui è il terreno sociale, pratico) 
i dommi dovevano prevalere sulle dottrine ? 

Noi potremo avere una filosofia diversa da quella 
del Bruno ; ma non potremo pretendere che egli tenesse 
fede a una filosofia che non era la sua. Nei lunghi costi- 
tuti del 2 e 3 giugno egli non muta un ette alle sue 
dottrine filosofiche, mentre dichiara di non essersi mai 
occupato di proposito di teologia per avere sempre at- 
teso alla sua professione di filosofo ; e riconosce l'ete- 
rodossia di alcune delle sue dottrine insostenibili dal 
punto di vista del cattolico. Anche al S. Uffizio, adun- 
que, egli dice apertamente, che la filosofia sua, a giudi- 
carla con l'animo della fede, diverge dai dommi cristiani ; 
e se di fronte al S. Ufiìzio non difende contro i dommi 
la sua filosofia, egli è che il S. Uffizio, a Venezia, non 
esorbitò dalla sua speciale autorità ; ed esso non era 
un' università filosofica e neppur teologica, bensì un 
tribunale religioso, un istituto pratico. 

— Il Bruno, dicono, s'infinge e mentisce accettando 
come verità ciò che è errore per la sua coscienza filoso- 
fica. — Ai pedanti, che così sdottoreggiano su questa 
grande tragedia del pensiero umano, probabilmente 
non è accaduto mai di riflettere su nessuno dei grandi 
eroismi della storia della civiltà. Bruno, che s' inchina 
al cattolicesimo, come legge morale e civile del suo 
paese, — del paese, in cui lo stesso amore della sua 



— 33 — 

filosofia lo richiamava, — è forse diverso da Socrate, 
che, potendo sottrarsi al potere delle leggi che condan- 
navano in lui la filosofia, anch'essa contrastante alla 
religione dello Stato, e alla vigilia della morte fuggi- 
re dal carcere, preferisce restare e subire la condanna 
ingiusta, pel rispetto da lui praticamente dovuto alle 
lèggi, quali che fossero, fondamento e garanzia del 
viver civile ? O forse che Socrate,' inchinandosi reve- 
rente alle leggi, e quindi a quella religione di Atene, che 
pur da filosofo aveva inteso a trasformare, s'infinge 
e mentisce anche lui ? O abbandona egli forse quella 
filosofia, che è stata la sua vita, e che anche sul let- 
tuccio di morte, mentre il veleno gh serpeggerà pel 
sangue e gli verrà raffreddando le membra, resterà a 
consolargli l'ultima ora con la promessa del premio oltre- 
mondano nei ragionamenti sereni prodotti cogli scolari 
più fidi ? O non è piuttosto quella stessa filosofia, su- 
periore a quelle leggi e a quella religione, che pure in- 
culca al cittadino ateniese il rispetto pratico delle leggi 
e della religione d'Atene ? Non era la stessa filosofia di 
Bruno, che negava teoricamente tutte le religioni par- 
ticolari, ma aSermava nell'interesse pratico il valore 
assoluto di tutte le confessioni, e condannava gli sci- 
smi e le guerre civili, nate da divergenze dommatiche ; 
non era essa, che obbligava il filosofo ad accettare in 
tutto il suo contenuto la religione del paese ? Anzi che 
smentire la sua coscienza filosofica, il contegno del 
Bruno a Venezia è la più coerente manifestazione pra- 
tica di essa. 

A competere in materia dommatica con gì' inquisi- 
tori, a lui, per esser logico, doveva parere d'imbran- 
carsi egli stesso tra quei « stolti del mondo », come li 
chiama sarcasticamente nella Cabala, «ch'han formata 
la religione, gli ceremoni, la legge la fede, la regola di 
vita ; gli mag^ori asini del mondo.... che, per grazia 
del cielo, riformano la temerata e corrotta fede, medi- 
cano le ferite de l'impiagata religione, e togliendo gli 

3 — Giordano biun:> e il pensiero del Rina&iitiiento. 



— 34 — 

abusi de le superstizioni, risaldano le scissure de la sua 
veste ; giamai solleciti circa le cause scerete de le cose » ; 
né « perdonano a dissipazioni qualunque de regni disper- 
sion de popoli, incendi, sangui, ruine ed esterminii » ; 
né « curano che perisca il mondo tutto per essi loro ; 
purché la povera anima sia salva, purché si faccia l'edi- 
fìcio in cielo, purché si ripona il tesoro in quella beata 
patria, niente curando della fama e comodità e gloria 
di questa frale e incerta vita, per quell'altra certissima 
ed eterna » *). 

Questi gusti da riformatore non erano dell'indole, 
né della filosofìa di Bruno. 



V. 



Ma si dirà : come si spiega allora la condanna ro- 
mana ? Perché a Roma egli non credette più di tenere 
lo stesso contegno che a Venezia, genuflettersi, e sot- 
trarsi alla morte ? — Quando ci sarà dato di conoscere gli 
atti del processo romano, vi troveremo forse ben eh* ara 
la risposta a queste domande. Intanto, ben chiaro è, che 
a Venezia il processo non fu concluso, ma interrotto 
dalle pratiche del Pontefice, affinché il Bruno fosse rin- 
viato al S. Tribunale di Roma. Sentenza a Venezia non 
se n'ebbe ; e nulla pertanto ci prova che a quegl' inqui- 
sitori bastassero le dichiarazioni che il Bruno fece ad 
essi. Onde é lecito pensare col Tocco ^), che a Roma 
il filosofo le ripetesse, presso a poco, nei medesimi ter- 



^) Opere italiane. II, 228. 

2) G. Brmio, conferenza, Firenze, Le Monnier, t886. In 
questo scritto la questione bruniana fu messa per la prima 
volta storicamente nei suoi veri termini. 



— 35 — 

mini ; e che, se la condanna avvenne, fu perchè, dopo 
averci ben riflettuto, e avere studiati i suoi Ubri e i 
suoi costituti, la congregazione dei cardinali di Roma 
dovette pretendere da lui ritrattazioni, che andavano 
di là dal segno, fino al quale il Bruno aveva creduto di 
potersi spingere : ritrattazioni, cioè, che colpivano in 
pieno la sua filosofia. 

E si badi che, quando nel febbraio 1599, come par 
probabile dai documenti a noi noti ^), si cominciò a 
intimare al filosofo le otto proposizioni eretiche, che 
il Bellarmino e un Padre Commissario, aguzzando 
l'occhio inquisitoriale, avevano messe insieme, dall'esa- 
me delle dichiarazioni processuali del Bruno e de' suoi 
libri ^), il Nolano era da sei anni chiuso, lui così sde- 
gnoso e impaziente e impetuoso, nel carcere romano 
di Torre di Nona. 

Allora, nel 1595, anche il Campanella, l'altro dio- 
scuro della filosofia della Rinascenza, fu in quella 
Torre ; e forse non pensava a sé solo cantando : 

Come va al centro ogni cosa pesante 
Dalla circonferenza, e come ancora 
In bocca al mostro che poi la devota. 
Donnola incorre timente e scherzante, 

Cosi di gran scienza ognuno amante, 
Che audace passa dalla morta gora 
Al mar del vero, di cui s' innamora, 
Nel nostro ospizio alfin ferma le piante. 

Ch'altri l'appella antro di Polifemo, 
Palazzo, altri, d'Atlante, e chi di Creta 
TI laberinto. e chi l' inferno estremo. 

Che qui non vai favor, saper, né pietà, 
Io ti so dir : del resto tutto tremo, 
Ch'è rocca sacra a tirannia segreta ^). 



*) Ber ri, Vita, pag. 442. 

^) 11 14 gennaio 1599 furono lette «ceto propositiones 
haereticae collectae ex eius lihvis et processa » (Pfrti, pag. 441). 
Cfr. il doc. del 20 gennaio 1600 : « Propo«itiones haereticas 
in suis scriptis et constitutis prolatas « (pag. 447). 

^) Questo sonetto, stampato nella scelta dall'Adami (v. le 



- 36 - 

Ma certo, se pensava alla sorte comune ai filosofi e a 
tutte le vittime dell' Inquisizione, non esprimeva anche 
Tanimo di Bruno in quest*altro sonetto scritto per uno 
che mori nel S. Uffìzio in Roma : 

Anima, ch'or lasciasti il career tetro 
di questo mondo, d' Italia e di Roma, 
Del Santo Offizio e della mortai soma, 
Vattene al ciel, che noi ti verrem dietro. 

Ivi esporrai con lamentevol metro 
L'aspra severitate, che ni doma 
Sin dalla bionda alla canuta chioma, 
Talché, pensando, me n'accoro e 'mpetro. 

Dilli che, si mandar tosto il soccorso 
Dell'aspettata nova redenzione 
Non r è in piacer, da sì dolente morso 

Toglia, benigno, a sé nostre persone ; 
O ci ricrei, ed armi al fatai corso 
C ha destinato l'eterna ragione '). 

Il Bruno per fermo non piegava né implorava da 
Dio la nova redenzione, né la benignità di torlo a sé : 
il Bruno, se poetò anche lui lì dentro, non ricorse a la- 
mentevol metro ; ma inneggiò anche una volta a quella 
mente, ispiratrice del suo petto, 

Unde et fortunam licet et contemnere mortemi -) 



Poesie filosofiche di T. Campanella, ediz. Orelli, Lugano, 
Ruggia, 1834, P^g- 117) ^^^ titolo // carcere, e questa sola po- 
stilla (del Campanella) : " È chiaro » — è da me riferito se- 
condo le notevoli varianti del ms. di fra Pietro Ponzio (Ama- 
bile, Fra T. C. la stia cong., i suoi processi e la sua pazzia, 
Napoli, Morano, 1882, III, 574-5). Vedi ora la mia ediz. delle 
Poesie del Campanella, Bari, Laterza, 1915, pag. 106. Credo an- 
ch' io col Solmi {La città del Sole di T. C. ed. per la prima volta 
nel testo originale con intr. e docc, Modena, Rossi, 1904, 
pag. xxi) molto probabile che questo sonetto sia stato scritto 
dal Campanella nel « carcere » del S. Uffizio. 

^) Questo sonetto fu pubblicato per la prima volta dal- 
TAmabile, O. c, III, 557, e reca il titolo : « Sonetto fatto sopra 
un che morse nel S. Uffizio in Roma « (ed. Gentile, pag. 211.). 

^) De immenso, I, i : Opera, I, i, 201. 



— 37 — 

Quella fortuna malvagia dovette bene inasprirlo 
nei tristi giorni lunghissimi della prigione. Altro che la 
cattedra vagheggiata lì a Roma come porto sicuro, 
all'ombra del ponteficato di quel Clemente, che gli 
avevano detto amasse a li virtuosi » *). Non ^' ha dubbio, 
che il nostro filosofo non potè in tutto quel tempo con- 
fermarsi nella speranza e nella fiducia, espressa a Ve- 
nezia, al principio, p. es., del primo costituto, di potere, 
dando pieno conto di sé, essere riammesso nella chiesa 
cattolica. 

Di ciò anche va tenuto conto per intendere a pieno 
l'atteggiamento assunto dal Bruno quando prima il 
Commissario e il Bellarmino, poi il Procuratore ge- 
nerale e il Generale dell'ordine domenicano si recarono 
al carcere per persuaderlo a riconoscere come eretiche 
ed abiurare le otto proposizioni imputategH. Quod, dice 
il verbale, consentire noluit, asserens se nunquam ^) 



*) Docc. veneti, in Berti, O. c, pag. 396. 

2} Come spiegarsi» — chiede il Felici, Le dottrine filoni. - 
religiose di T. Campanella, Lanciano, 1895, P^?- 215 n. — 
quel nunquam dopo le ampie confessioni di Venezia ? » ; giac- 
ché, secondo il Felici, il Bruno « nei costituti veneti riconosco 
esplicitamente d'essere stato tutt 'altro che immune da eresie 
ed errori (cfr. Berti, pagg. 420, 428) ». E la spiegazione cui 
egli propenderebbe, è che «il Bruno, nel processo di Roma, 
incalzato più rigorosamente dai suoi giudici e più da presso 
dal pericolo, abbia alla sua volta applicata la teoiia della 
doppia verità senza le concessioni fatte innanzi ai piìi miti 
giudici veneti ; l'abbia applico.ta, dico, recisamente, in tutti 
i casi che gli erano presentati, e abbia cercato con tal mezzo 
di fare emergere illesa la sua ortodossia, a quel modo che da 
identiche o analop^he dottrine, professate da altri pensatori, 
non era rimasta, in virtù del ripiego in parola, pregiudicata 
la costoro posizione di faccia alla chiesa ; e l'abbia potuta 
affermare, la sua ortodossia, mentre riteneva in tutta la sua 
integrità, inflessibilmente, le sue dottrine filosofiche e scien- 
tifiche H. È chiaro che a questo modo si potrebbe spiegare il 
contegno di Bruno in una discussione accademica e sen.ra con- 
seguenze ; non la morte del Bruno, Con la dottrina della dop- 
pia verità non .si andava incontro alla morte ; e se questa dot- 



-38- 

propositioìus haereticas protiilisse ; sed male exceptas 
fuisse a ministris S. Officii. Non ne volle sapere, affer- 
mando che né nelle dichiarazioni rese in processo, e che 
egli mai aveva inteso implicassero la condanna della 
sua filosofia, né nelle opere sue, egli mai aveva profferite 
eresie, mai cioè aveva contrapposto dommi a dommi ; 
che i ministri del S. Uffìzio piuttosto non intendevano 
le sue dottrine. 

Quali fossero queste proposizioni, di cui al Bruno si 
chiese l'abiura, finora non s' è riusciti a sapere. Fu 
bensì messa a stampa nel 18^6 da chi potè averla, la 
sentenza di condanna, tratta dall'Archivio del S. Uffìzio 
romano, contenente l'elenco di tali proposizioni ; ma 



trina fu condannata nel M, E., quando se ne facevano forti 
gli averroisti latini sillogizzatoti d'invidiosi veri, non accadde 
mai che per essa si accendessero i roghi. Per quella dottrina 
il filosofo era pronto, di fronte alla Chiesa, a sacrificare la sua 
verità scientifica. E Bruno a Roma muore jjroprio per non 
saper sacrificare questa verità, ossia per aver superato le am- 
bagi della doppia verità, e aver mantenuto coraggiosamente 
innanzi alle minacce di morte il concetto che era realmente 
la sostanza di quello che aveva sempre pensato; quel concetto, 
per cui la posizione della teologia di rimpetto alla filosofia, 
come dice argutamente lo stesso Felici, « è quella di due, dei 
quali l'uno può menar colpi all'altro senza un riguardo al 
mondo e qìiest'altro deve far le viste di non accorgersi di 
nulla ». Proprio cosi : questo è quello che affermava il Bruno, 
ed è il suo merito. La filosofia risolve in sé il contenuto della 
religione ; e la teologia, che non lo risolve, non può giudicare 
della filosofia. 

Se a Venezia il Bruno ammise di aver errato e d'essere 
incorso, nei suoi libri, in proposizioni e dottrine non stretta- 
mente ordodosse, e, religiosamente, dichiarò di volerne fare 
ammenda, non disse i:>erò che egli filosofo le dichiarava false : 
e sperò non s' insistesse né allora né poi nel chiedergli in qua! 
conto egli, infine, intendesse tenere la sua filosofia. Questo 
è il punto. — Né anche a Venezia egli si rifa propriamente 
dal principio della duplice verità ; o meglio, crede di poter visi 
riferire ; ma in sostanza anche li la sua verità, se lo mettessero 
con le spalle al muro, egli direbbe che è la filosofia ; e che i 
dommi hanno solo un valore pratico. 



— 39 — 

l'editore non potè averla e quindi pubblicarla se non 
mutilata appunto dove questo elenco cominciava *). 
Pure da cotesto documento abbiamo appreso la prima 
di codeste proposizioni, negante la transustanziazione. 

Questa proposizione suona: «Ch'era biastemia gran- 
de il dire che il pane si transustanzii in carne » : 
proprio come incominciava la prima denunzia del Mo- 
cenigo: « Dinunzio aver sentito a dire a Giordano Bruno 
nolano, alcune volte che ha ragionato meco in casa mia, 
che è biastemia grande quella de' cattolici il dire, che 
il pane si transustanzii in carne ». Interrogato su questo 
punto, il Bruno a Venezia aveva risposto: « Io non ho 
mai parlato di questa transubstanziazione, se non nel 
modo che tiene la Santa Chiesa ; e ho sempre tenuto e 
creduto, come tengo e credo, che si faccia transubstan- 
ziazione del pane e vino in corpo e sangue di Cristo, 
realmente, come tiene la Chiesa»^). 

In verità, niente più probabile ch'egli avesse, in con- 
versazione col Mocenigo, definito per bestemmia grande 
quel domma parlando da filosofo appunto come aveva 
parlato nel De immenso, quando aveva scritto che 
lo splendore, effusione e comunicazione della divinità 
va ricercata nella reggia augusta dell'onnipotente, nel- 
r immenso spazio dell'etere, nell'infinita potenza della 
gemina natura, che tutto diviene e tutto fa ; «non, col 
secolo degli sciocchi, in un cibo, in una bevanda o in 
un' altra anche più ignobile materia : invenzioni fanta- 
stiche e sogni » ; credenze, aveva detto nel Sigillus 
sigillonim, da Cerere e Bacco ! E si noti, proprio ne' 
libri, come ci attestano i documenti, il P5ellarmino con 
l'innominato Padre Commissario, a differenza dei giudici 
di Venezia, era andato a cercare le eresie del Bruno. 
Onde per lui la denunzia del Mocenigo veniva ad ac- 



') Vedi in proposito la nota aggiunta a questo scritto, 
a pag. 61. 

■-) Docc. veneti, in Berti, pag. 406. 



— 40 -- 

quistare la conferma negli scritti stessi del Bruno. 
E non era più unus testis, nullus testis che accusasse il 
Nolano ; contro di lui c'erano i suoi libri ; c'era essa 
stessa la sua filosofìa, che egli doveva, dunque, dis- 
dire^). 

Quod consentire noluit. Bruno mantiene la sua posi- 
zione : egli non ha mai profferite proposizione eretiche ; 
proprio come aveva detto a Venezia contro il Moceni- 
go. — • E i vostri libri? gli avrà replicato il Bellarmino. — 
E il Bruno : Voi vedete nei libri l'eresia perchè movete 
dalla denunzia falsa di mcsser Giovanni Mocenigo. Ma 
nei miei libri io parlavo da filosofo ai filosofi, e non 
definivo dommi, né quindi potevo combattere dommi. 
Rifiuterei le mie dottrine se esse contrastassero, nella 
mia intenzione, al contenuto degl' insegnamenti sopran- 
naturali. Ma per me la verità razionale non è commen- 
surabile con la verità rivelata. Il Dio che io vedo, — e 
che voi male intendete, — nella reggia augusta dell'on- 
nipotente, nell'etere infinito, nell'eterna natura, non è 
il Dio vostro, in cui si transustanzia, agli occhi vostri, 
il pane e il vino. Lasciate a me, in quanto filosofo il mio 
Dio ; e io vi consento che il Dio della fede sia il vostro ! 

Non mi par possibile intendere altrimenti la ma- 



1) « Divinitatis natiiraeque splendorem f usionem et com- 
municationem non Aeg3^ptio, Syro, Gracco ve! Romano in- 
dividuo, non in cibo, potu et ignobiliore qiiadam materia cui» 
attonitorum saeculo perquirimiis, et intentum confìngimus et 
somniamus » : De imm. I, i, in Opera, I, i, 205. « Doctores, 
qui passim in humanae et civilis conversationis intentum do- 
cent homines prò malefactis non timere, et nescio qui bus 
sordidissimis confidere phantasiis, ad quas magis et certas 
(inxta tam varia et disscpta eorum dogmata) de Cerere et 
Baccho credulitates, quam ad benefacta, Dii retributores respi- 
ciant, ut interim in antiquam barbariem retrudant perniciosos 
populos.... » Sig. sigili, in Opera, II, n, 181-2. Questi passi 
furon già citati dal Brunnhofer, G. Bruno' s Weìtanschatmng 
und Verhàngniss, Leipzig, 1882, pag. 241 e dal Tocco in G. B., 
conferenza, pag. 52. 



~ 41 — 

gnanima risposta, che bastò al pontefice Clemente Vili 
per ordinare che fosse pronunziata la sentenza, e che frate 
Giordano venisse consegnato alla curia secolare^) . — A Ve- 
nezia il 2 giugno '92 egli aveva pur detto che la materia 
de ' suoi libri era stata sempre filosofica : « Nelli quali 
tutti io sempre ho diffinito filosoficamente secondo li 
principii e lume naturale, non avendo riguardo princi- 
pal a quel che secondo la fede deve essere tenuto » : 
parendogli generalmente consentito di trattare articoli di 
scienza «secondo la via de' principii naturali, non preiu- 
dicando alla verità secondo il lume della fede ; nel qual 
modo si possono leggere ed insegnare li libri d'Aristotele 
e di Platone, che nel medesimo modo indirettamente 
sono contrarii alla fede, anzi nlolto più contrari che 
li articuli da me filosoficamente proposti e diffesi » *). 
E infatti non aveva esitato ad esporre in compendio, con 
tutta libertà, il contenuto della sua filosofia e gli stessi 
suoi dubbi filosofici intorno ad alcuni dommi determi- 
nati del cattolicismo. 

A Venezia, dunque, pur dichiarandosi pronto a 
disdire da cattolico i suoi errori in materia di fede, 
aveva mantenuto fermamente quel principio che agli 
iniziatori della scienza moderna parve la vera base ra- 
zionale della libertà del pensiero scientifico ; il prin- 
cipio del'assoluta incommensurabilità della verità reli- 
giosa con la verità della scienza : il principio a cui si 
appellerà più tardi (1616) il Campanella neW Apologia 
Pro Galilaeo '), e meglio Galileo stesso contro i suoi 
avversari teologizzanti ; il principio a cui pur conti- 
nuano ad appellarsi, pel solito anacronismo dei ritar- 
datari, gli odierni conciliatori della scienza con la tra- 
dizione dommatica. 



') Vedi il (loc. del 20 gennaio 1600, in Berti, pag. 447. 

») Berti, papjpj. 399-400. 

3) Felici, T.e dottr. iilor.ofico-religiose di T. Campanella . 

pag. 217 n. 



— 42 •— 

* Se gli Dei », dice Bruno nella Cena delle ceneri ^), 
« si fossero degnati d' insegnarci la teoria delle cose 
della natura, come ne han fatto favore di proporci la 
pratica di cose morali, io più tosto mi accosterei alla fede 
de le loro rivelazioni, che muovermi punto della cer- 
tezza de mie ragioni e proprii sentimenti. Ma, come 
chiarissimamente ognuno può vedere, nelli divini libri 
in servizio del nostro intelletto non si trattano le demo- 
strazioni e speculazioni circa le cose naturali, come se 
fusse filosofìa ; ma, in grazia de la nostra mente e affetto, 
per le leggi si ordina la prattica circa le cose morali. 
Avendo, dunque, il divino legislatore questo scopo 
avanti gli occhi, nel resto non si cura di parlar secondo 
quella verità, per la quale non profittare bbono i volgari 
per ritrarse dal male e appigliarse al bene ; ma di que- 
sto il pensiero lascia agli uomini contemplativi, e parla 
al volgo di maniera, che, secondo il suo modo de in- 
tendere e di parlare, venghi a capire quel eh' è prin- 
cipale ». 



VI. 



Ma il rapporto della religione con la filosofìa secondo 
il pensiero del Bruno è più precisamente determinato in 
un luogo dei dialoghi De la causa, principio e uno dove 
Teofìlo dice : « Dato che sieno innumerabili individui, 
ogni cosa è uno ; e il conoscere questa unità è il scopo 
e termine di tutte le filosofìe e contemplazioni natu- 
rali ; lasciando ne' sui termini la più alta contempla- 
zione che ascende sopra la natura, la quale a chi non 



M Opere italiane, I, 86. 



— 43 — 

crede è impossibile e nulla.... perchè se vi monta per 
lume sopranaturale, non naturale. Questo non hanno 
quelli, che stimano ogni cosa esser corpo, o semplice 
come l'etere, o composto come li astri e cose astrali, e 
non cercano la divinità fuor de l' infinito mondo e le 
infinite cose, ma dentro questo e in quelle» *). «In 
questo solo », conclude il Bruno, « mi par differente il 
fedele teologo dal vero filosofo » : cioè, si badi bene, il 
teologo che determina la fede, dal filosofo che determina 
la verità. Per conto suo, egli protesterà a Venezia di 
non aver professato mai se non filosofia ; e in questi 
dialoghi, che sono il suo capolavoro, fa dire da Teofilo 
che espone le dottrine di lui, al Dicson, che fu uno 
scrittore inglese di logica, seguace del Bruno *) : 
« Credo che abbiate compreso quel che voglio dire ! » 
Che aveva voluto dire ? C è una contemplazione 
superiore a quella della filosofia ; perchè e' è una divi- 
nità fuori del mondo, oggetto della filosofia : e' è una 
mens super omnia, Deus, oltre una mens insita omnibus, 
Natura ^) ; ma quella contemplazione superiore, a chi 
non creda, è impossibile e nulla. È fede, atto non del- 
l'uomo, anzi di Dio ; lume soprannaturale, che non 
hanno, egli dice, quelli che non cercano la divinità fuor 
della natura, ma dentro a questa. E chi fossero costoro 
il Dicson doveva saperlo, perchè Bruno l'aveva pur 
detto nella Cena de le ceneri pubblicata l'anno innanzi, 
che tanto rumore aveva sollevato nei circoli italia- 
nizzanti di Londra : « Abbiamo dottrina di non cer- 
car divinità rimossa da noi, ?e l'abbiamo appresso, 
anzi di dentro, più che noi medesimi siamo dentro 
a noi » *V 



^) Opere italiane, I, 232. 

') Vedi Me Intyre, G. Bruno, London, Macmillan, 1903, 
pagg. 35-6, 324- 

^) De mimmo, 1, i ; Opera, I, 111, 136. 

♦) Opere italiane, I, 24. Cfr. il seguente luogo degli Eroici 



— 44 — 

Dunque : ci sarà, anzi c'è, una verità che la fede può 
dar a conoscere, ma non è la verità di Bruno, che non ha 
il lume soprannaturale ; e col suo lume naturale vede, 
non la mens super omnia, ma la Natura, il « vero e vivo 
vestigio dell' infinito vigore». Il suo Dio è il Dio del filo- 
sofo, la natura di Spinoza, da lui stesso definita : Deus 
in rebus. La distinzione dei due lumi, della natura umana 
e della grazia superinfusa, della ragione e della fede, 
della filosofia e della teologia era antica; e può dirsi 



furori (in Op. iL, II, 413) : «Come intendi che la mente aspira 
alto ? verbigrazia, con guardar alle stelle ? al cielo empireo ? 
sopra il ci istallino ? — Non certo, ma procedendo al profondo 
della mente, per cui non fia mistiero massime aprir gli occhi 
al cielo, alzar alto le mani, menar i passi al tempio, intonar 
l'oreccliie de' simulacri, onde più si vegna exaudito ; ma ve- 
nir al più intimo di sé, considerando che Dio è vicino, con 
sé, e dentro di sé più ch'egli medesimo esser non si possa ; 
come quello eh' è anima de le anime, vita de le vite, essenza 
de le essenze : atteso poi che quello, che vedi alto o basso, 
o incirca (come ti piace dire) degli astri, son corpi, son fatture 
simili a questo globo in cui siamo noi, e nelli quali non è 
né più né meno la divinità presente che in questo nostro 
o in noi medesimi ». Nella Lampas triginta statuarum (« Ope- 
ra », III, 41) pare al Tocco {Le opere inedite di G. B., 
Napoli, 1891. pag. 47) che si restringa il residuo della trascen- 
denza, perchè quel principio che è la mens vien detto « magis 
intrinsecum rerum substantiae et intimius in omnibus ac sin- 
gulis, quam omnia ac singula esso possunt in se ipsis ». La di- 
vinità, dice il Tocco, che è nelle cose nelle opere italiane è 
l'anima del mondo ; qui questa inem; è la stessa che è anche 
supra omnia. Se fosse così, a me pare che il residuo della tra- 
scendenza non solo sarebbe ristretto, ma eliminato del tutto. 
Ma credo che l' immanenza pel Bruno abbia sempre lo stesso 
significato e lo stesso limite. Di questa mens qui dice: «est 
supra omnia, infra omnia, in omnibus >. Dunque l'essere in 
omnibus non toglie aKatto l'essere supra omnia. E si é sempre 
alla mens del De minimo ; una mens, che è in primo luogo 
mens innominnbilis et incircumscriptibilis (l^ag. 37), nnitas abso- 
htta, un principio ab omni contrarietate et oppositione universa- 
liter absolutum: ossia al neoplatonismo, che il Bruno nel fatto 
non riuscì mai a superare interamente. 



— 45 ~ 

uno dei luoghi comuni della Scolastica. Ma in Bruno, 
che scalza la trascendenza su cui si fondava quella filo- 
sofia medievale, che poteva servire la teologia ; in Ga- 
lileo, che distrugge il geocentrismo cosi congruo con le 
imperfette idee teistiche e teologiche che il Cristiane- 
simo aveva ereditate dal Vecchio Testamento e dalla 
filosofia aristotelica, la distinzione acquista un valore 
profondamente diverso ; per cui, delle due verità, l'una 
della ragione e l'altra della fede. Bruno filosofo non ne 
riconosce più che una, la prima. Galileo tra i libri sa- 
cri, oscuri, e 1' aperto libro, com'egli dice, del 
cielo, afferma di non dover leggere, per la scienza, se 
non il secondo ! 

%In altri termini, la nuova filosofia e la nuova scienza 
si distinguono dalla fede, non per mettere questa al 
di sopra di sé ed attribuirle il privilegio della ve- 
rità ad esse irraggiungibile, e a cui pur esse mirano ; 
anzi per negarle ogni valore rispetto ai fini a cui la 
filosofia e la scienza s'indirizzano. Il filosofo medie- 
vale diceva : credo ut intelligam ; Bruno vi dice chiaro 
e netto : non credo ut intelligam. E altrettanto, a 
modo suo, ripeterà Gahleo nella celebre Lettera alla 
Granduchessa Madre (1615). Crederanno o non crede- 
ranno per altri fini, non importa : certo è che, per in- 
tendere, l'uno e l'altro ritengono indispensabile affidarsi 
non alla fede, ossia a una rivelazione che è atto altrui 
e non nostro ; bensì alla nostra intelligenza : a?li espe- 
rimenti e al discorso dirà Galileo ; alla contemplazione 
dell'unità della natura, ha detto Bruno. 

Questa, è la nuova coscienza scientifica, che si ac- 
cinge a guardare il reale con occhio non sorpreso da 
nebbie. Questo è l'inizio dell'età moderna dello spirito 
umano. 

Questa nuova coscienza scientifica è consacrata nel 
martirio di Bruno ; il quale non è uno dei tanti martiri? 
che l'uomo è stato sempre disposto ad affrontare per gU 
ideah, onde viene recando in atto la sua umanità. TI 



-46- 

martirio di Giordano Bruno ha un significato speciale 
nella storia della cultura, poiché non fu conflitto di 
coscienze individuali diverse ; ma necessaria conse- 
guenza del progresso dello spirito umano, che Bruno 
impersonò al cadere del Cinquecento, quando si chiudeva 
col Rinascimento tutta la vecchia storia della civiltà d'Eu- 
ropa : del progresso dello spirito, che giunse in lui ad av- 
vertire per la prima volta e quindi a sorpassare la con- 
traddizione, che fin dal medioevo lo dilaniava, tra sé e se 
medesimo : tra spirito che crede, e professa di non in- 
tendere, e spirito che intende, e professa di intendere, 
cioè farsi da sé la verità sua. 

Tale é la situazione del Bruno. Pronto a tutte 
le ritrattazioni sul terreno della fede ; quale si vo- 
glia e si determini, il contenuto di questa fede gli è 
indifferente. Non é per lui. Egli mira più su, come il 
suo Dicson a Londra comprese, e come gli studiosi della 
sua filosofia devono comprendere. La sua verità non è 
quella che si definisce nei Concilii ecumenici, dai Pon- 
tefici in cattedra o dai santi Tribunali ; sibbene la verità 
che è nella natura, e che la ragione, cioè, per lui, la sua 
ragione definisce : la verità, che egli ha celebrata tante 
volte entusiasticamente ne' suoi scritti di filosofo. ]\la, 
come filosofo, non ha potuto talvolta non contrapporre 
la sua alla verità di coloro che si sforzano invano di 
conseguire la sapienza cercandola affannosamente con 
lunghi viaggi, per tutte le parti della terra, spendendovi 
gli averi e il miglior tempo della vita ; o producendo le 
notti insonni nelle sollecite cure, studiando i monumenti 
degli antichi, per vedere di accogliere nel proprio spi- 
rito ansioso il furore dei vati ed esser fatti celebri dai 
riverbero luminoso dei saggi certi ed illustri *) ; non 



^) I versi, qui riassunti, con cui si apre il cap i.o del lib. 
Vili del De immenso, non hanno punto il significato auto- 
biografico loro attribuito dal Berti, O.c, pagg. 251-2, dalia 
Frith (I. Oppenheim) J.ife of G. Bruno, London, 1887, pagg. 



— 47 — 

ha potuto non contrapporre la sua alla verità di quegl'in- 
fermi di spirito e stolti, che pur si credono sani e savi 
per solo suffragio del volgo : ciechi, che non vedono 
la luce di Dio, benché splenda in tutte le cose ; sordi, 
che non odono la sua sapienza, la cui voce pur parla 
da tutto, e tutti invita, e batte alle porte d'ognuno ; 
certo giudicati da Dio indegni di vedere e di udire, poi- 
ché indegnamente cercano la luce del vero, quando la 
vogliono ministra di vile fortuna e procacciatrice di 
sostanze, da regolare e approvare o riprovare secondo 
i sensi dell'uomo. Onde al luogo di Dio sottentra l'uomo 
solennemente parato, a cui gli altri uomini si prostrano ; 
e di cui il Bruno fa una feroce dipintura *). ^ A 



218-9 e dal Brunnhofer, 0,c., pag. 88. Per fraintendere a 
questo modo il testo bisogna fermarsi nella lettura di esso al 
V. 40 tronco, com' è alla fine di questa parte del capitolo 
{Opera, I, 11, 286). Perchè il Necquicquam, con cui è ripreso 
quel verso nella seconda parte, basterebbe già ad attestare 
che Bruno non intende schierarsi tra coloro che solvnnf. prò 
studiis patrio de litore puppivn (non per volontà propria egli s'era 
allontanato da Napoli e d' Italia !). Vedi in proposito Fio- 
rentino, pref. a Opera, I, i, pag. XXXVII e sgg. e Tocco, 
Le opere latine di G. B. esp. e confrontate con le italiane, Firenze, 
1889, pagg. 301-2. 

*) Ecco qui i famosi versi della « violenta sortita contro 
il Papa », come dice il Tocco (O. e, pag. 302) — a cui pare 
che in ossi « si ecceda la misura » : 

lUius {se. veri lucis) ergo loco, blando vesania vultu, 
Auriculas contecta venit fronte atque tiara 
Et mitra et gemmis asininum circinat unguem. 
Brutum veste tegit bustum talare, patrumque 
Circumstat laudata fides, buUae atque sigilla. 
Parte omni uutans, quamvis se siistineat vix, 
Insignis graditur tamen haec, proprioque colore 
Et titulis Celebris. Quarc illam, poplite flexo, 
Exorant. 

{De immenso Vili, i : Opera I, ir, 289). -~ Ora qui il Bruno 
non ce 1' ha tanto col Papa, quanto col volgo superstizioso e 
idolatra che adora il Papa invece di Dio, cercando veri tucent, 



- 48 - 

« A me », egli dice, « non è mestieri trascorrere ai con- 
fini della terra : basta mi profondi nella mpnte ; basta 
che sopra a tutto vivamente desideri, per se medesima, 
la luce divina, e col sommo del mio ingegno mi sforzi 
di pervenire al cospetto della maestà sua, bramando 
e sperando di potermi beare nel di lei volto. E, mirabile 
a dirsi, quanto ella sia dappresso, mirabile come ben 
pronta s 'apprese nti. Nuda ella è, e sola (nullis circum- 
que stipata maniplis) ; e nuda irraggia luce da tutto il 
corpo ; il santo corpo, che ingiuria grave sarebbe velare. 
Essa si fa dà sé fede, e \aiole che lungi stieno il naso, 
la fronte rugosa, il sopraccilio e la ben pettinata barba 
e quante vesti e testimonianze e titoli e insegne e 
parti assume per diritto suo l'ignoranza. Desiosa ella 
aspetta chi viene a lei, e generosa (quasi attendesse im 
amante) gli cofre incontro, e l'accoglie con Heto aspetto, 
confortando il timido ; e col sorriso del suo volto sereno 
fa divampare le fiamme che accese già lentamente» *). 



come ha detto, prò hominui» seìisu moderandam. Quindi in- 
siste tanto sull'apparato estrinseco di questa luce del vero o 
vestigio di Dio, tanto diverso da quello che egli adora nella 
Natura {blando vnUu, fronte, tiara, mitra, gemmis, veste talare,, 
fides patrum, hiillae, sigilla, parte omni mitans, insignis, proprio 
colore, titiilis) e che tien luògo ai ciechi di quella luce genuina 
di Dio ; la quale, a lui veggente apparisce, nuda, nullis cir- 
cumque stipata maniplis. Non è satira perciò del cattolicismo 
in particolare, ma di ogni forma di adorazione superstiziosa 
del divino. Gir. il supertitioso cnltu et ignorantia plusquam 
brutali deìì'Oratio valedict., in Opera, I, i, 20 e il supersti- 
tioso insanissimoque cultui dell'Oc, cons., I, i, 32-33. 

*) At mihi non opus est terrai um excurrere fines: 
Sufficit ut mentem subeam, per seque peroptem 
Diam prae cunctis lucem, summoque reposcam 
Ingenio, propria prò maiestate petendam 
Illius cupiens vultu speransque beari. 
Mirum quam praesto est, mirum quam promptius adstat. 

Nuda illa est, nullis circumque stipata maniplis, 
Nudaque de toto iaculatur corpore lucem ; 
Magna est velati sanctum hoc iniuria corpus. 



— 49 — 

A questa verità, che sola V innamora, egli non potrà 
rinunziare. A questa verità già non attese le intimazioni 
di Roma per sentirsi disposto a fare olocausto della vita. 
Fin dal 1591, nella dedica del De monade, diceva 
solennemente di sé : « Ma io, benché agitato da 
iniquo destino, avendo intrapreso da fanciullo una 
lotta diuturna con la fortuna, invitto serbo tuttavia 
il proposito e gli ardimenti, onde, o per avventura io ho 
toccata la salute, — di che solo Dio può essere testi- 
mone, — o non sono pur sempre infermo e sonnolento 
a un modo, o di certo domino il senso della infermità 
mia, e lo disprezzo affatto, si che punto non temo della 
stessa morte. E però a nessun mortale, da me e con 
le forze del mio animo, cedo e mi arrendo »^). 

E in quello stesso libro, nei versi magnanimi messi in 
bocca al gallo vinto e morente*), si scrisse, per dirla col 
Brunnhofer, la propria epigrafe : « Ho lottato, e molto : 
credetti poter vincere, e la sorte e la natura repressero 



Ipsa fidem facit ipsa sibi, procul esse iubetur 
Nasus, frons rugosa, supercilium, propexaque barba, 
Et quaecumque suo ignorantia iure reposcit 
Indumenta, fides, titulos, insignia. 
Adventantem avide cxspectat, generosaque, amantem 
Tamquam deperiens, occurrit, et excipit ore, 
Confirmans trepidum, ac vultu blandita sereno 
Concipit intense quos lentius intulit ignes. 

Opera, I, II, 289-90. Cfr. il luogo degli Eroici furori ci- 
tato a pag. 42 n. 

*) Opera, I, 11, 325. 

*) Pugnavi, multum est ; me vincere posse putavi. 
Et studium et nixus sors et natura repressit. 

Est aliquid prodisse tenus ; quia vincere fati 

In manibus vid^o esse situm. Fuit hoc tamen in me 

Quod potuit, quod et esse meum non ulla negabunt 

Seda futura, suum potuit quod victor habere : 

Non timuisse mori, simili cessisse nec ulli 

Constanti forma, praolatam mortem animosam 

Iml>elli vitae. 

De monade, cap. 7 ; in Opcta^ I, n^ 425. 

4 — Gt'ordmno Brun» e il pernierò del Rinatcimento. 



— so- 
lo studio e gli sforzi. Ma qualcosa è già l'essere stato 
in campo ; giacché il vincer, lo vedo, è nelle mani del 
fato. Ma fu in me quel che poteva, e che nessuno delle 
generazioni venture mi negherà ; quel che un vincitore 
poteva metterci di suo : non aver temuto la morte, 
con fermo viso non aver ceduto a nessun mio simile, 
aver preposta una morte animosa a una vita imbelle ». 



VII. 



Imbelle sarebbe parsa al Bruno la vita, se egli 
avesse ceduto al Bellarmino, che, non contento 
delle dichiarazioni del processo, era andato studiosa- 
mente ricercando le dottrine dei suoi libri forse per 
tutti quegli anni, per cui si produsse questo misterioso 
processo romano, che gli archi vari del sant'Uffizio non si 
intende più perchè vogliano tener celato al giudizio 
della storia. Egli alle ultime intimazioni rispose, si noti, 
con un memoriale al Papa : che il 20 gennaio 1600, atte- 
sta il notaio del S. Tribunale, fiiit apertum,non tamen 
lectum ^). Questo memoriale ci direbbe tutto. Ci di- 
rebbe, non ne dubito, che dal Bellarmino, inquisitore 
non che della religione, in cui il Bruno accettava i re- 
sponsi degli oracoli, ma e della stessa filosofia, in cui 
il Bruno aveva sempre tenuto e teneva di non poter 
cercare altro Dio che quello che era nelle cose, la divina 
Natura ; dal Bellarmino, negatore intollerante della 
distinzione tra la verità della fede, di cui i filosofi pos- 
sono e debbono non curarsi, e la verità della ragione 
libera ; della distinzione da cui il Bruno si rifaceva ancora 



*) Documenti romani, in Berti, pag. 447. 



— 51 — 

a Venezia per dimostrare la possibilità d'una sua co- 
scienza cattolica, quale era chiesta da lui accanto alla 
sua filosofia, a cui non intendeva volgere le spalle ; il 
Bruno si appellò al giudice supremo, al Pontefice, per 
ottenere da lui quello che dal Bellarmino e dagli altri 
inquisitori non gli riusciva più di ottenere, quello che 
solo gli poteva rendere accettabile la vita, consentitagli 
dalla Chiesa cattolica, secondo le sue antiche speranze : 
ossia la distinzione tra la « fedele » teologia e la « vera » filo- 
sofia ; quindi il diritto d'una filosofia, di cui la teologia 
non avesse a ingerirsi ; quindi una inquisizione che non 
inquisisse, oltre la fede dei filosofi, la loro stessa filosofia. 
— Inquisite quanto volete, dice ancora una volta il filo- 
sofo : ma inquisite quello solo che è materia della fede al 
cui mantenimento siete deputati. Non toccate la mia 
filosofia, che voi teologi non potete intendere. Rispet- 
tate, come i luterani di Wittemberga, la mia coscienza 
filosofica ! — 

Ma questa richiesta, che Bruno, iniziatore di un 
mondo nuovo, poteva e doveva fare, i mante nitori 
dell'antico non potevano accettare. Il memoriale fu 
aperto, non letto. Pel Bellarmino e i suoi colleghi e 
per Clemente Vili la richiesta del Bruno era assurda ; 
essi non vedevano questa filosofia, che egli affermava 
non fondata sulla fede ; non potevano ammettere una 
verità filosofica, che non fosse un grado della verità 
teologica, e a questa perciò subordinata. Non intende- 
vano in che modo il Bruno potesse riconoscere la verità 
della transustanziazione ne' costituti, senza smentire 
la filosofia del De immenso e del Sigillus. 

E siamo sinceri, avevano ragione secondo i prin- 
cipii stessi di Bruno. Quel memoriale era, e speriamo 
possa essere anche per noi, un documento, prezioso per 
la sua immediatezza, degli sforzi supremi, che contro 
le leggi ferrate della logica fece il Bruno, o meglio la 
filosofia del Rinascimento, per disviluppare dalle fasce 
del pensiero medievale la realtà vivente del pensiero uma- 



— 52 — 

no, quale l'età moderna doveva intenderlo; e per far suc- 
cedere al vecchio Dio di Platone e di Aristotele, il cui 
concetto rende impossibile il concetto del mondo e quindi 
del pensiero, per cui quello pure si escogita, il Dio nuovo, 
di cui non solo i cieli, anzi la natura tutta e lo spirito 
umano, che ne è il fastigio, narrano davvero le glorie. 
Ma quel memoriale non poteva dimostrare che Bruno, 
dal particolare punto di vista a cui egli si arrestava, e 
a cui tutta la filosofia del suo tempo si arrestò, avesse 
ragione contro il cardinal Bellarmino e contro Cle- 
mente Vili. 

La posizione speculativa del Bruno, rappresentante 
genuino della filosofia del Rinascimento, era intrin- 
secamente contraddittoria. 

Giordano Bruno è la conchiusione logica di tutto 
il Rinascimento, benché abbia dovuto attendere più 
di due secoli, perchè fosse apprezzato il suo valore. È 
la conchiusione del Rinascimento, che giustifica in teo- 
ria, Tarte contro le diffidenze e le accuse platonizzanti 
del Medio Evo, e rinnova in fatto il culto antico della 
forma, nella indipendenza assoluta da ogni preoccupa- 
zione estranea ai fini propri dell'arte; del Rinascimento, 
che, accogliendo la nuova dottrina copernicana, scon- 
volge l'intuizione cosmologica, che la terra dell'uomo 
contrapponeva ai cieli di Dio in un sistema chiuso di 
rapporti finiti ; e solleva anche la terra e l'uomo alla 
dignità dei cieli interminabili ; — del Rinascimento, 
che dai Comuni, spontaneamente sorti dal seno dell' Im- 
pero, alle Signorie, creazioni anche più evidenti di 
volontà autonome e di interessi immediatamente umani, 
scava la terra sotto al Sacro Romano Impero contro al 
quale combatteva il Re Cristianissimo ; emette capo al 
Machiavelli, che spietatamente teorizza l'origine umana 
degli Stati, e liberamente ne proclama l'assoluto valore 
intrinseco, cui anche il pregio della religione vien su- 
bordinato ; — del Rinascimento, che coi Neoplatoniz- 
zanti comincia a vedere in tutte le cose naturali e in 



— 53 — 

fondo airanimo dell'uomo il vestigio di Dio e coi 
nuovi epicurei 'a riabilitare il piacere dei sensi ; e pro- 
segue arditamente col Pomponazzi negando l'antica 
trascendenza del principio divino, che Aristotele aveva 
additato nell'anima come la sua parte immortale ; e 
poi col Telesio a toglier via dalla natura quell'opposi- 
sizione di materia e forma, legata dalla filosofìa antica 
al pensiero individuale, onde si sequestrava dalla natura 
il principio della natura, e della vita e dell'anima ; e 
finirà nel Campanella per negare l'opposizione dell'es- 
sere al pensiero. Del Rinascimento, insomma, che di- 
strugge tutto l'antico modo di considerare la realtà 
naturale ed umana ; — e pure non ha la forza di negare 
quello che era il fondamento della intuizione antica : 
un Dio che è fuori del mondo; quindi una fede che non è 
ragione ; quindi una Chiesa istituto sociale, che non è 
Stato, ma sopra lo Stato ; quindi in ogni poeta paganiz- 
zante, come in ogni politico realista, come in ogni filo- 
sofo naturalista, due coscienze : la coscienza del poeta, 
del politico, del filosofo — e la coscienza del credente : 
uno spirito senza fede, e una fede senza spirito. Questa 
appunto la Italia rinascente, che muore in Bruno per 
poter poi rinascer davvero. Da quegli spiriti senza fede 
la corruzione del poeta, che è poeta e non sa esser 
altro, e non ha vita morale, perchè non ha vera religione ; 
e non ha fede se non nell'arte, in cui si chiude spegnendo 
in sé come gl'interessi pratici, così l'amore del divino, 
che è la più alta e vera aspirazione umana ; spegnendo 
quindi in se l'uomo stesso, e però anche l'arte. Donde 
la letteratura fatta professione, tralignante nella rettorica 
e nell'accademia, e in tutto il falso della cultura italiana 
della decadenza lungo i secoli accidiosi del Sei e Sette- 
cento. Da quegli spiriti senza fede la degenerazione 
della grande politica del MachiaveUi nel machiavelli- 
smo, nell'arte per l'arte del governare, senz'anima, 
senz'ideali, senza i fini del vero governo, senza la fede 
entusiastica dell'ultima pagina del Principe, non piti 



— 54 — 

letta. E quindi anche quella filosofia di professione, la 
filosofia dei seminari gesuitici e delle università peripa- 
tetiche, che dimenticheranno Bruno e Campanella, e 
non s'accorgeranno di Vico : la filosofia dotta, sempre 
al corrente delle mode, a volta a volta cartesiana, lockia- 
na, newtoniana, leibniziana, ma sempre legata alla 
buona, alla sana tradizione scolastica ; la filosofia che 
spadroneggiò nelle nostre università nei secoli XVII 
e XVIII (e che non è ancor morta), senza fare un filo- 
sofo, cioè senza riempire im 'anima, senza dare una fede ; 
onde ora nemmeno se- ne pispiglia. 

Questo mondo falso era stato scrollato dal Bruno 
neir ultimo anno del XVI secolo : perchè, se era vissuto 
anche lui nella contraddizione e nell'equivoco, morendo 
per la sua filosofia, o meglio, per quello che c'era di 
nuovo nella sua filosofia, egli provò con l'esempio che 
dall'equivoco bisognava uscire ; che il filosofo non ha 
altra vita e altra anima che quella del filosofo, la quale 
è incompatibile con certe istituzioni, e però con certa 
fede, che sarebbe un'altra filosofia. 

Anche la filosofia del Bruno presupponeva e svol- 
geva il concetto dell' immanenza del divino nella natura 
e nell'uomo ; e intanto non negava il principio specu- 
lativo della teologia cristiana, della trascendenza di 
Dio. Non lo negava, non già in quanto coscienza reli- 
giosa, quale si atteggiò per esigenze pratiche innanzi 
agl'inquisitori ; ma proprio in quanto quella coscienza 
filosofica, che il Bruno afferma ripetutamente essere la 
forma speciale della sua coscienza. L'abbiamo già vi- 
sto : nella filosofia di Bruno non si nega già il concetto 
di una verità superiore, termine della fede ; ma si nega 
soltanto la conoscibilità razionale della medesima. Que- 
sto è un punto fuor di questione nella critica bruniana. 
Il Dio dei cattolici, la mens super omnia, Bruno non solo 
non la nega, ma ne fa il principio di quella mens insita 
omnibus che è la Natura, il Dio della sua filosofia. 
Soltanto egli, filosofo, non conosce il primo, e lo 



— 55 — 

esclude dal campo della sua speciale investigazione. 
Cotesto Dio, che è al di là di quello che egli adora come 
filosofo, contemplandolo nella viva, eterna, infinita na- 
tura, è qualche cosa come il noumeno kantiano : un 
concetto limite» È un caput mortuum, è vero, nella sua 
dottrina essenzialmente naturalistica: ma uno di quelli, 
che, in certe contingenze storiche, bastano a paralizzare 
le energie di verità che i sistemi posseggono. 

Quando Bruno innanzi al sant'Uffizio, a Venezia, di- 
chiara : « In questo universo metto una providenza 
universale, in virtù della quale ogni cosa vive, vegeta 
e si muove, e stdl^'nella sua perfezione ; e la intendo in 
due maniere : l'una nel modo con cui presente è l'anima 
nel corpo, tutta in tutto, e tutta in qualsivoglia parte ; e 
questa chiamo na tura , ombra e vestigio della divinità ; 
l'altra nel modo ineffabile col quale Iddio per essenzia 
presenzia e potenzia è in tutto e sopra tutto, non come 
parte, non come anima, ma in modo inesplicabile » ^) ; 
— egli non fa che rappresentare con tutta sincerità il 
principio fondamentale del suo filosofare. 

Si è detto a ragione, che « l' ideale di Bruno (quel- 
la ideale, verso cui egli non è indifferente, al quale aspira 
e si sforza di arrivare con tutta la energia del suo spi- 
rito, e col quale vorrebbe immedesimarsi e pure sente 
di non potere ; che, mentre gli si dimostra inaccessibile 
e così lo fa certo della imperfezione della conoscenza, 
pure lo eccita a sempre nuova ricerca) non è il Dio 
astratto puramente estramondano de' teologi, che egli 
ha abbandonato, ma il Dio vivo e essenzialmente crea- 
tore o l'infinito Spirito, a cui la mente non può salire 
che mediante la contemplazione della infinita Natu- 
ra»*). Ma è incontestabile che egli, per quanto lo 
abbia abbandonato, non riesce, non può riuscire a di- 
menticare quel Dio, che, come absoluto. 



*) Documenli veneti, in Berti, pag. 400. 

") Spaventa, Sa^gi di critica, Napoli, Ghio, 1867, pag. 227. 



-56- 

dice nello Spaccio ^), non ha che far con noi. 
E non può riuscire, perchè nella sua filosofia il 
concetto vero di Dio, di quel Dio che potesse succedere 
all'antico, mancava ; c'era il Dio Natura, ma non c'era 
quello che può rendere intelligibile lo stesso Dio-Natura : 
il Dio-Spirito. Onde questa Natura per lui, dal De 
Umbris al De Minimo *), non può essere altro che, 
un Dio fuori della stessa Natura, che pure è il Dio 
del filosofo. Sicché il Dio del filosofo, la verità og- 
getto della filosofia, suppone un principio estrinseco, 
come suo fondamento : proprio come l'oggetto della 
scienza vera secondo Kant. 

Ora, ammessa questa verità oltremondana, non 
raggiungibile se non per contemplazione soprannaturale, 
e quindi oggetto proprio ed esclusivo della fede, è age- 
vole vedere quanta sia 1* importanza della religione, 
secondo la stessa filosofia bruniana, che vuole appartar- 
sene e costruirsi con le sole forze della ragione ; e quali 
i fondamenti filosofici di quell'ufficio pratico da lui 
assegnato alla religione, quale che fosse, in quanto ma- 
gistero sociale. la legittimità in generale di ogni religione 
consiste appunto in questo margine, che le lascia la filo- 
sofia, nella conoscenza della verità ; la superiorità, al- 
meno morale, della rehgione rispetto alla filosofia con- 
siste pure in ciò, che la stessa verità della filosofia pre- 
suppone una più alta verità, che è la verità della reli- 
gione. E se la religione, secondo lo stesso Bruno, non si 
realizza se non come una religione determinata ; se anzi, 
com'egli stesso dichiara al Mocenigo e aveva già scritto 
nello Spaccio, tra le forme di religione nessuna Ve n'è 
che sopravanzi, per le finalità pratiche, il cattolicesi- 
mo ; se il cattolicesimo allora era quello che era con la 
sua Santa Inquisizione destinata a provare l'assolu- 



*) Opsre italiane, II, 179. 

*) Pel De Umbris, v. Opera, II, i, 21-2. Pel De minimo, v. qui 
sopra pag. 41 , 



— 57 — 

tezza della legge religiosa con quello stesso rigore pra- 
tico che il diritto umano assegna al magistrato penale 
per la prova reale dell'assolutezza della legge umana 
positiva ; se questa legge religiosa assoluta si specificava 
in dommi determinati, che la filosofia di Bruno veniva 
a negare ; si può chiedere a quanti onoran la memoria 
dell'infortunato Nolano : — La sua condanna non era, 
dunque, la conseguenza logica di quelle dottrine, che, 
con tutta la novità delle sue intuizioni, Bruno non 
aveva potuto se non confermare ? 

La questione, a tempo del Bruno, era appunto in 
quei termini : se ci ha da essere una legge, il cui vigore 
si realizzi con la condanna di chi l' infrange ; se non 
può esserci legge non garentita da una religioae ; 
se questa religione è praticamente combattuta dalla 
divulgazione di una filosofia, che ne fa comparire assurdi 
i dommi ; com' è possibile non condannare l'autore di 
questa filosofia, che, minando i fondamenti della reli 
gione, infrange la legge ? Le premesse generali di que- 
sto diritto della Chiesa erano tutte accettate e rincal- 
zate dallo stesso Bruno. 



VIIL 



Bruno, nel suo eroico furore pel nuovo Dio, che gli 
brilla innanzi allo spirito commosso, non s'accorge che 
tutto il vecchio mondo pur gli grava sullo spalle, e l'in- 
chioda a quelle istituzioni, di cui la filosofia nuova è 
la negazione. Egli non ha coscienza della contrad- 
dizione tra il suo assunto d' un sistema, che affer- 
ma r infinità reale della natura, e il concetto di un 
Dio, ente realissimo, fuori della natura : non si avvede 
che questa filosofia, che egli professa, distrugge la vec- 



-58- 

chia fede. Fu sempre persuaso di quel che disse ai 
giudici di Venezia, e aveva detto otto anni prima nella 
Cena de le ceneri : « Dalla censura di onorati spiriti, veri 
religiosi, e anco naturalmente uomini da bene, amici 
della civile conversazione e buone dottrine, non si dee 
temere ; perchè, quando bene avran considerato, tro- 
veranno, che questa filosofìa non solo contiene la verità, 
ma ancora favorisce la religione più che qualsivoglia 
altra sorte de filosofia » *). Pure, a quando a quando, 
un segreto presentimento del suo destino lo assale ; e 
allora si raccoglie tutto nel pensiero nuovo che l'esalta,, 
e gli fa sprezzare la morte : 

E chi mi impenna, e chi mi scalda il core ? 
Chi non mi fa temer fortuna o morte ? 
Chi le catene ruppe e quelle porte, 
Onde rari son sciolti ed escon fore ? 

L'etadi, gli anni, i mesi, i giorni e l'ore, 
Figlie ed armi del tempo, e quella corte, 
A cui né ferro, né diamante è forte. 
Assicurato m' han dal suo furore. 

Quindi l'ale sicure a l'aria porgo. 
Né temo intoppo di cristAllo o vetro ; 
Ma fendo i cieli, e a l'infinito m'ergo. 

E mentre dal mio globo agli altri sorgo, 
E per l'eterio campo oltre penetro. 
Quel ch'altri lungi vede, lascio al tergo *). 

Ecco l'anima di Bruno : l'anima ribelle, che dirà No 
con tutta la sua forza nell'ora estrema ai ministri di 
quel Dio, che egli si era infatti lasciato al tergo : l'anima 
nuova, che vorremo sempre onorare, perchè quando 
quel Dio, che ella aveva lasciato sopravvivere accanto 
e oltre al suo nuovo Infinito, le si rizzò contro con 
tntta la energia della logica, e le intimò di abiiirare 



*) Opere italiane, \, gì. 

*) De V infinito, in Opere italiane, I, 277-8. Cfr. il D^ 
immenso, \, i. 



— 59 — 

la sua filosofia, tenne fede incrollabile alle idee, che 
il pensiero umano doveva più tardi svolgere per in- 
staurare in sé il regno del Dio nuovo. Nello stesso 
verbale dei buoni padri della Confraternita di S. Gio- 
vanni Decollato, che assistettero Giordano nelle ul- 
time ore, accompagnandolo dal carcere al rogo, trema 
r inconscia commozione di quello spettacolo di eroica 
fermezza, con cui la filosofia s'accampò contro una giu- 
stizia destinata a tramontare. 



A sei ore di notte si recarono a Torre di Nona con- 
fortatori e cappellano, e fu loro consegnato T impeni- 
tente. « Il quale », dice il verbale, «esortato da' nostri 
fratelli con ogni carità, e fatti chiamare due padri di 
S. Domenico, due del Gesù, due della Chiesa Nuova 
e uno di S. Girolamo, i quali con ogni affetto e con molta 
dottrina mostrandoli l'eiTor suo, — finalmente stette 
sempre nella sua maledetta ostinazione, aggirandosi il 
cervello e l' intelletto con mille errori e vanità ; e tanto 
perseverò nella sua ostinazione, che da' ministri di giu- 
stizia fu condotto in Campo di Fiori ; e quivi, spogliato 
nudo e legato a un palo, fu bruciato vivo, accompa- 
gnato sempre dalla nostra Compagnia, cantando le 
letanie, e li confortatori sino a l'ultimo punto confor- 
tandolo a lassar la sua ostinazione ; con la quale final- 
mente finì la sua misera e infelice vita»*). 

Senza questa maledetta ostinazione ne* suoi errori 
e nelle sue vanità, la quale era cominciata, come s'è 
veduto, da quando il P. Bellarmino e il P. Commissa- 
rio gli chiesero l'abiura delle proposizioni raccolte dai 



') Bruno, 0/?«>'a, III, pag. XII: ma la sentenza era già pubbl. 
da R. de Martinis, o. e, e poi ripubbl . da parecchi altri, fino a 
D. Orano, Liberi pensatori bruciati in Roma dal XVI al XVIII 
sec. Roma, 1904, p. 88-9 ; dove sono ricordati i precedenti edit. 



— òo — 

libri e dai costituti, e che rinnovò nel carcere di Tor di 
Nona, nell'estrema giornata del Bruno, una disputa 
filosofica molto somigliante a quella che terminò l'es- 
strema giornata di Socrate : senza questa ostinazione, 
la figura di Bruno non avrebbe tutto il significato che ha 
nella storia della cultura. Senza di essa non sarebbe 
stato compiuto il martirio della fede nuova dell'uomo, 
che cominciava a scorgere la divinità attorno e dentro 
a se medesimo in quell'universo infinito ed uno, so- 
stanza identica di tutte le cose, considerate nella loro 
verità, sub specie aeternitaiis. E se è vero che non e' è 
mai fede senza martirio, poiché nessuna fede si può aprire 
la strada in mezzo alla realtà storica, sempre organica- 
mente consolidata e pronta a resistere alle forze nuove ed 
innovatrici ; senza questa ostinazione, cioè senza questa 
immedesimazione della fede nuova con lo spirito umano, 
storico e concreto, questa fede non si sarebbe mai avviata 
verso la vita, ad investire la realtà, ad orientarla secondo 
nuovi ideali. Il martirio di Bruno ha per noi questo signi- 
ficato : esso è la conchiusione e correzione inveratrice 
della sua filosofia ; è una dimostrazione reale dell'esi- 
genza radicale del pensiero moderno, che non può più 
consentire, come Bruno illudendosi aveva sf)erato, con 
l'antica intuizione del mondo. Se Bruno non fosse stato 
bruciato, poteva parere possibile una conciliazione ; 
come volle che sembrasse possibile Galileo, quando 
abiurò, non un'eresia, ma la sua fede scientifica. 

Bruno fu saldo invece a sostenere la libertà suprema 
della gcienza, e a protestare che una filosofia non po- 
tesse essere eretica, e non potesse esser giudicata dalla 
Chiesa. Bruno quindi provò che la vita dell'intuizione 
antica del mondo che ha fuori di sé Dio, cioè la verità, 
e però la scienza, è la morte della nuova filosofia, che 
rende possibile la scienza, come la virtù, come l'arte, 
facendo realmente scendere Dio in terra e nell'animo 
nostro, come verità, come bellezza e bontà, vera uma- 
nità, in generale, per tutto ciò che di divino appunto 



— 6i — 

essa viene realizzando nel mondo. Questa filosofia, che 
con Bruno divinizza la natura, e dopo Bruno diviniz- 
zerà l'uomo in ciò che l'una e l'altro hanno d' infinito 
e di eterno, questa filosofia dopo il 17 febbraio lóoo 
sappiamo, per converso, che non può vivere se non per 
la morte di quella vecchia intuizione. Morte, che per 
noi non sarà, se la nostra filosofia è davvero la nuova 
filosofia, la morte dei giudici di Bruno ; i quaH giudica- 
rono come voleva la loro coscienza ; ma la morte del 
loro spirito, nel nostro, e la fine di tutte le intolleranze. 

Il vero errore di quei giudici fu di non aver veduto, 
che, morto Bruno, la sua filosofia sarebbe stata più 
viva di prima. E noi, per rivendicare Bruno e correg- 
gere quell'errore, non possiamo se non ravvivare in noi 
lo spirito di Bruno, raccoghendo l'ultimo ammoni- 
mento da lui dato a un discepolo testimone della sua 
morte : « Seguire le sue gloriose pedate e fuggire i pre- 
giudizi e gli errori » *) . 

Il suo rogo e tutti i roghi ormai sono spenti da un 
pezzo : la Chiesa continua a giudicare, ma non ha curia 
secolare pronta all'esecuzione delle sue sentenze. Le 
quali ora sono quelle che devono essere : sentenze di 
autorità religiosa per spiriti che quest'autorità ricono- 
scono. La libertà del pensiero, proclamata dal Bruno, è 
un fatto storico ; e la storia non indietreggia. Ma un 
altro trionfo egli aspetta : quello che i maestri liberi delle 
nuove libere generazioni devono celebrare, insegnando 
con lui, che e' è un Dio da riconoscere nel mondo che ci 
sta dinanzi e nel mondo che noi facciamo, in tutto ciò 
che è reale, o dev'essere reale px^r noi, verità della no- 
stra scienza e norma della nostra volontà : un Dio, dun- 
que, che bisogna realizzare con salda fede nella legge 
della coscienza e nella legge dello Stato ; e a cui non si 
voltano le spalle, senza smarrire la verità del sapere e 



') Bfrti, pag. n. 236. 



— 62 — 

la bontà del volere, pubblico e privato. Insegnando 
che, quando questo Deus in rebus non è altrui raggiun- 
gibile, un Dio qualunque, che valga sinceramente come 
fondamento della legge inviolabile della vita, un Dio 
davvero riconosciuto ed amato, è meglio, molto meglio 
di nessun Dio ; e che tutte le fedi, però, vanno onorate, 
non per galateo o per politicgi, ma perchè ognuna, a 
chi la possegga, è un valore assoluto e la ragione di 
tutti i valori. 



NOTA 

La sentenza del S. Uffizio ci Roma contro G. Bruno. 



Intorno alla mutilazione a cui ho fatto allusione a pag. 37 
conviene ancora tener presente una fiera ma giusta osserva- 
zione di Luigi Amabile, che vale un documento. È a pagg. 
468-9 n. della sua memoria : Due artisti ed tino scienziato : 
Gian Bologna, lacomo Svanenburch e Marco Aurelio Severino 
nel S. Offizio napoletano, in «Atti della R. Acc. delle se. mor. 
e poi. » di Napoli, voi. XXIV : 

« Forse un giorno pubblicherò qualche documento dal quale 
apparirà come l'ai ito prelatizio, prossimo anche a mutarsi in 
porpora prelatizia, copra talvolta perfino gente senza fede, 
capace di azioni molto basse. Per ora debbo diro che ho rinun- 
ciato affatto al desiderio di studiare nell'Archivio del S. Of- 
ficio romano, dopo di aver veduto che l' impostura è di regola 
in tale ramo: giace ho, pur quando si giunga ad ottener dal 
Papa la licenza di studiarvi le copie dei documenti debbono 
sempre scriversi dagl' impiegati dell'Archivio dipendenti dal 
Commissario del Santo Officio, e per lo meno vi si sopprime 
ciò che si vuole .sopprimere, senza neanche astenersi dall'as- 
serire il falso. Ho dovuto persuadermene, leggendo l'opuscolo 
Giordano i5rjmo per Raffaele De Martinis, Napoli 1889. [Anche 
altri cita questo libro con questa data ; ma la copia, che io 
ne posseggo, reca la data del 1886]. L'autore, eh' è coltissimo 
sacerdote e pone il suo opuscolo nella « Biblioteca di S. Fran- 
cesco di Sale^ per la diffusione gratuita de' buoni libri », ha 
ottenuto manifestamente dal Papa il permesso almeno di. stu- 
diare e pubbhcare la sentenza che colpì il Bruno ; e la pub- 
blica con una naiTazione della vita del filosofo scritta sul tipo 
di cjue' tali buoni libri da diffondersi gratuitamente. A pag 12 
egli registra un quarto processo fatto al Bruno in Vercelli 



- 64 - 

cìalla Inquisizione della Repubblica genovese, dopo i due 
fatti in Napoli ed il terzo fatto in Roma ; e dice : « La cono- 
scenza di questo quarto processo l'abbiamo dalla sentenza 
romana che lo ricorda » . Poi a pag. 208 nella copia della sen- 
tenza romana tale ricordo non si trova, e là dove dovrebbe 
stare si legge questa sola proposizione con le parole seguenti : 
«Che tu havevi detto ch'era biastcmia grande che il pane 
si trans ubstantii in carne etc. et infra. Le quali propositioni 
ti fu alli diece del Mese di Settembre MDXCIX prefìsso il ter- 
mine di IL giorni a pentirti»....; e qui una noticina a pie di 
pagina dice : Questa nota non si ha in archivio. G. C. S. » ; 
come più sotto, a proposito del processo, un'altra analoga no- 
ticina dice : « Non esiste oggi in archivio. G. B. S. )>. Il lieve 
scambio tipografico di lettere, ovvero anche la .semplice va- 
riante, in siffatte iniziaH due volte ripetute, non impedisce di 
leggervi « Gio. Battista Storti >-■ o (( Giambattista Canonico 
Storti », appunto il ranonico sommista e capo degli officiali 
ossia impiegati addetti ai Santo Ofììcio, dal quale è stata cer- 
tamente rilasciata la copia della sentenza e sono state aggiunte 
le due noticine. Ora canone notissimo della Pratica del Santo 
Officio circa la sentenza era che « conviene in essa esprimere 
articolatamente la cau.sa della condannatione del reo » (Masini, 
Sacro Arsenale, Roma, 1639, pag. 311) ; e tutte le sentenze 
che si conoscono (in Dublino se ne possono vedere interi vo- 
lumi, oltre di che talune di esse sono state pure pubblicate) 
recano nel testo, non in note staccate, tutte le proposizioni ere- 
tiche e scritte al reo, come ancora tutti i precedenti della sua 
vita. Appunto poi pel Bruno lo Scioppio, che fu presente ?.lla 
lettura della seiitenza, e ne diede notizia a Corrado Rittershau- 
sen, scrisse : «Ea autem fuit Imius modi Narrata fuit eius 
vita, studia et dogmata et qualem Inquisitio diligentiam in con- 
vertendo ilio et fraterne monendo adhibuerit», etc. Dov' è, 
nella copia della .sentenza, la narrazione della vita e degli 
studii, del Bruno, che recava naturalmente pure la notizia 
del processo di Vercelli ? Manifestamente la copia della sen- 
tenza fu rilascin.ta con mutilazioni, dissimulate anche in brut- 
tissimo modo. Ammetto volentieri che lo Storti non si sia 
comportato in tal guisa senza ordini superiori ; ma con ciò 
la co.sa riesce ancora più brutta, e la triste conclusione è, che 
a que' Signori del Santo Officio non si può prestare alcuna fede ». 



11. 

LO SVOLGIMENTO 
DELLA FILOSOFIA BRUNIANA 



S — Giprdnjìo Bnrmo t il pensiero del Rìnaiciment* 



Dalla Critica, a. x (1912) pp. 281-291. 



Il prof. Rodolfo Mondolfo ha fatto una recensione 
dei lavori del Tocco su G. Bruno e un tentativo di 
correggere in qualche punto l' interpretazione del rim- 
pianto maestro. Se non che anch'egli sulle tracce 
del Tocco, valentissimo nell'analisi filologica delle 
parti di un sistema ma intento per solito più a guardare 
più gli alberi che la foresta, postosi a studiare i vari 
aspetti contrastanti del pensiero bruniano, se n' è la- 
sciato sfuggire l'unità spirituale, in cui, com' è pur 
ovvio, è il significato di tutti questi singoli aspetti. 

A proposito appunto del mio giudizio sul Tocco, 
da me definito, come storico della filosofia, un puro 
filologo, il Mondolfo, non vede come possa confe- 
rirsi al concetto di filologia tale ampiezza, da com- 
prendere <( r interpretazione dei sistemi filosofici, la 
loro critica interna.... ». Io dicevo, propriamente : la 
conoscenza di quei fatti che sono (per lo storico 
della filosofia a tendenza filologica) i sistemi filo- 
sofici, da accertarsi criticamente, da definirsi nelle 
loro effettive determinazioni, con la critica e l'ermeneu- 
tica filologica dei testi che ce ne conservano la testimo- 



^) La filosofia di G. B. e la interpretasione di F. T., Fi 
renze, 1912 (estr. dalla a Cultura filosofica). 



— 68 — 

nianza. E la difficoltà alquanto oscuramente propostami 
si riduce a dire, che anche nella storia del Tocco i sistemi 
non sono fatti, ma v a 1 o r i. Ma il Mondolfo non 
ha badato a tutte le considerazioni che io avevo pre- 
messe per dimostrare che i tentativi di valutazione 
filosofica del Tocco, e pei criteri da lui teoricamente 
proposti e per le applicazioni che ne fece ne' suoi giudizi, 
falliscono tutti, non per difetto dell' ingegno, ma per la 
loro natura affatto estrinseca al metodo da lui adope- 
rato: il quale per la sua logica interna esigeva una mera 
costatazione di fatti (di pensiero) ed escludeva asso- 
lutamente ogni valutazione. E chi ebbe, come me, la 
fortuna di ascoltare le sue bellissime lezioni, dove tutto 
era analisi, ordine e lucidezza, non può aver dimenticato 
come talora, raramente, queir onda limpidissima si 
arrestasse, si rimescolasse in se stessa e s' intorbidasse ; 
quando il maestro era stato tentato da un suo segreto 
pensiero a trarsi fuori da quel processo che stava espo- 
nendo, per rilevare una difficoltà, un' incongruenza, un 
punto oscuro. E s'annebbiava quella faccia di solito illu- 
minata da un sorriso : s' arrestava impacciata la parola 
faconda e immaginosa, spezzandosi in brevi e tronchi 
periodi, che finivano sempre con un atto di energica 
risoluzione : « Ma noi facciamo ora la storia, e non fac- 
ciamo la critica ; e andiamo avanti ! ». Ed eravamo tutti 
contenti di andare avanti, poiché si tornava alla luce e 
al sereno. E potrei entrare in particolari molto signi- 
ficativi, poiché il corso che potei seguire fece nell'a- 
nimo mio una profonda impressione, e vi ritorno 
spesso nella memoria con nettezza e vivezza di ricordi, 
come si- ritorna alle ore più liete della giovinezza che 
fugge. E chi prende scandalo della mia definizione del 
metodo del Tocco (definizione che, come ogni altra, 
non può fare a meno di porre dei limiti), forse non avrà 
amato mai un suo maestro di quell'amore che solo è 
caro ai maestri dell'intelligenza e della serietà del 
Tocco. 



-69 



n. 



La filologia, bensì (poiché Tamico Mondolfo mi trae 
a riparlarne) pel filologo stesso è un ideale, non un 
fatto ; è una tendenza, un momento logico, non una 
logica reale e compiuta. C è la filologia (categoria a- 
stratta), non ci sono filologi : perchè pensieri (o atti 
spirituali, in genere : poesie, miti, credenze religiose, 
norme giuridiche, ecc.) che siano fatti non ce ne 
sono. Per sminuzzare che faccia il filologo il suo testo, 
ogni minuzzolo gli resterà sempre innanzi pieno dello 
spirito del tutto ; al quale pertanto il filologo, suo 
malgrado, sarà costretto a guardare, non riuscendo il 
più delle volte a vederlo esattamente, poiché ha tenuto 
mala via, e gli alberi non gli lascian vedere la foresta. 
E però io non ho detto, né potevo dire, che nella storia 
del Tocco manchino del tutto le valutazioni ; ma sol- 
tanto che quelle che ci sono, non sono strettamente 
filosofiche *^ e però non si organizzano tra loro, non si 



^) Dopo aver detto che nella sua conferetiza del i886 il 
Tocco faceva consistere la grandezza filosofica del Bruno « nella 
costruzione di una filosofia rispondente alla nuova scienza e 
ai nuovi bisogni dello spirito » e « in ciò che T interesse scien- 
tifico primeggi in lui sul metafisico », il M. osserva che questa 
frase non esprime, « come altri ha creduto, il pensiero com- 
pleto o, almeno, definitivo di lui ». E in nota poi fa sapere che 
questo a 1 1 r i sono io : « Quindi io non posso consentire col 
Gentile, che ritiene il giudizio del Tocco sulla filosofia del Bruno 
fondato esclusivamente sul criterio che maggior pregio abbia 
quel sistema, che seppe meglio elaborare il materiale posi- 
tivo, che le scienze contemporanee gli offrivano, ed impri- 
mere una spinta più vigorosa al progresso. Questo criterio 
valutativo non è l'unico proposto dal Tocco nei suoi Pensieri... >• 
(pag. 8). E mi fa osservare che 1\ il Tocco ne ammetteva tre 



— 70 — 

giustificano e non fanno delle sue ricerche un vero lavoro 
storico. Il che non significa che le sue ricerche non ab- 
biano valore o ne abbian poco. Ne hanno moltissimo ; 
ma come ricerche, o elementi astratti di storia. O chi 
ha detto che chi non fa una cosa, non possa farne in 
modo eccellente un'altra? I limiti dell'interpretazione 
bruniana del Tocco derivano appunto da, cotesto suo 
carattere filologico, che è, d'altra parte, la radice dei 
grandissimi pregi, pei quali quei lavori non saranno mai 
dimenticati dagli studiosi del Bruno. 

E ora mi rincresce di dire che il Mondolfo non 
s* è messo in grado né di vedere questi pregi, né di 
scorgerne i limiti, ossia i difetti. I pregi andavano messi 
in luce considerando lo stato della ricerca bruniana prima 
del Tocco, in Italia e fuori d' Italia, e cercando i punti 
speciali in cui il Tocco la fece progredire : ciò che il 
Mondolfo non poteva fare, naturalmente, limitandosi 



di questi criteri : cioè appunto quei tre, che io avevo esposti, 
approfondendoli del mio meglio, in ben cinque pagine (F. Tocco, 
nella Cn^icfl del igii.pagg. 1S1-185). — Quanto al giudizio parti- 
colare sul B., il Mondolfo ci mette un esclusivamente, 
che non ci misi io : ma, quel che è peggio, non si rende conto 
del carattere della mia osservazione, che non è di mera costa- 
tazione, ma di critica. E mi rimanda alla conclusione delle O/^^re 
latine /che il Mondolfo non dubitava certo che non mi fosse 
nota. È vero che in quella occasione il Tocco dire il valore 
di ìm filosofo misurarsi anche (il sopratutto, che 
mette qui il Mondolfo è una svista) dalla efficacia che un 
filosofo esercita sui successori suoi (pag. 414) e quello del 
B. quindi dall' influsso che ebbe su Spinoza, Leibniz, Jacobi, 
Schelling ed Hegel. Ma il Mondolfo non considera che cotesto 
valore non è valore pel Tocco, che non voleva essere né spinozia- 
no, né leibniziano, né jacobiano, né schellinghiano, né hegeliano : 
laddove delle idee scientifiche del Bruno notava che « la mag- 
gior parte è entrata definitivamente nel patrimonio della 
scienza ». Valore, se non mi sbaglio, è finalità. E l'efficacia 
di cui parla il Tocco per la metafisica bruniana, è meccanismo. 
O dobbiamo tornare sempre a intenderci sui concetti più ele- 
mentari ? 



a studiare i soli libri dello stesso Tocco. Per i difetti, sui 
quali né anche il Mondolfo par disposto a chiudere gli 
occhi, bisognava prima di tutto scoprire il difetto : 
perchè è chiaro che \m uomo della erudizione, della 
dihgenza, dell'acume del Tocco, se sbaglia (in punti 
essenziah, s'intende, che nelle minuzie T infallibile fal- 
hsce sette volte all'ora), non può sbagliare a caso, ma 
vi dev'esser portato dal suo metodo e dal suo principio. 
Il Tocco ha studiato con gran cura i' particolari della 
filosofìa del Bruno, analizzando nelle Opere latine, 
nelle Opere inedite e nelle Fonti più recenti, punto 
per punto, tutto il contenuto di quella filosofia. 
Ma da quest'analisi esce una filosofia, che sia una 
filosofia ? Il Tocco parla ora di eclettismo, ora di 
sincretismo, dimostrando quel che in Bruno è preso da 
Aristotele e quel che è preso da Plotino, quello che c'è 
di Parmenide e quel che deriva da Eraclito, gh elementi 
democritei atomizzanti e gli elementi platonici panteiz- 
zanti : un Briareo dalle cento braccia, avrebbe detto 
lo Spaventa : ma dov' è Giove ? Dov' è l'unità, la filo- 
sofia, ]o spirito di Bruno? Una ricerca di fonti ha il suo 
valore, che non è piccolo, ma è al di qua dell'opera cui 
si riferisce. Un tentativo di ricostruzione — come l'aveva 
fatto già per Platone, con un'esigenza che accenna all'in- 
diretta derivazione della cultura filosofica del Tocco dalla 
scuola hegeliana, alla quale anch'egli nella prima gio- 
ventù era appartenuto — egli fece cercando di stabilire 
un certo processo del pensiero bruniano attraverso alcune 
fasi di svolgimento ; tentativo a cui egli teneva molto, 
e che, secondo mi scriveva nel 1905, si compiaceva di 
vedere accolto dal Vorlànder e in parte dal Hoeffding, 
quanto gli doleva che fosse stato combattuto dal suo 
amico prof. Masci : *) ma che aveva esso stesso il grave 



•) Nel Rend. dell' Acc. delle scienze morali e polii, di Na- 
poli, a. XXVIII (1889, torn. 30 giugno). 



— 72 — 



difetto del peccato originale de' suoi studi bruniam : 
non potendoci essere svolgimento senza un'unità, senza 
un pensiero che si svolga attraverso vari momenti. 



III. 



Ora il Mondolfo, non essendosi messo a questo punto 
di vista, si smarrisce anche lui dietro alle contraddizioni 
e alle oscillazioni del Bruno, e non può mirare al nodo 
essenziale della sua metafisica. Una prima osservazione 
egli fa circa il rapporto della religione con la filosofia in 
Bruno : rapporto che fu anch' esso motivo di dissenso 
tra il Tocco e il Masci, e rispetto al quale il Mondolfo nota 
che il Tocco non mantenne la stessa opinione dalla Confe- 
renza del 1886 alle Fonti di sei anni dopo. Il contrasto 
bensì gli sembra apparente ; e ritiene che <( in parte 
derivi dal fatto, che nella conferenza fiorentina si trat- 
tava della teologia positiva, coi suoi simboli e le sue 
figure, fatta per le moltitudini; qui invece si tratta della 
teologia negativa dell'uno ineffabile, cui soltanto l'e- 
stasi può arrivare. Ma sì collega in parte anche, in 
quanto riguarda l'innegabile contrasto fra la tendenza 
immanentistica e la trascendentale e il vario prevalere 
dell'una o dell'altra nella mente del Bruno a quella suc- 
cessione di fasi nella filosofia di lui, che è merito del 
Tocco avere per primo messo in luce ». Lasciamo stare 
se un contrasto apparente dei giudizi del Tocco possa 
collegarsi a una reale successione di fasi nella filosofia 
del Bruno. Il contrasto il Mondolfo crede in realtà che sia 
(benché apparente ed eliminabile) non nel Tocco, ma 
nel Bruno ; il quale una volta pare (come parve al Tocco 
nel 1886) che metta la filosofia al di sopra della reli- 
gione ; un'altra (come parve al Tocco nel '92) che metta 



— 73 ~ 

la religione al di sopra della filosofia. E crede che la 
contraddizione non ci sia per questo : che la reUgione infe- 
riore alla filosofia è per il Bruno quella positiva ; l'altra, 
superiore alla filosofia, la teologia negativa. E si lascia 
così sfuggire, che Bruno dice questa « più alta contempla- 
zione, che ascende sopra la natura » impossibile 
e nulla a chi non crede*); che cioè essa ap- 
punto è il contenuto della religione positiva ; ma che 
d'altra parte il contrasto non e' è perchè le parole non 
significano nulla per se stesse e bisogna intendere il 
pensiero del Bruno. Punto che io mi permetto di cre- 
dere di avere altra volta chiarito definitivamente nella 
mia conferenza G. Bruno nella storia della cultura *) 
(e il Tocco mi scrisse allora d'essere al tutto d'accordo 
con me). La più alta contemplazione, impossibile a chi 
non crede, è bensì più alta, ma^ vuota per chi, come 
Bruno, ha dottrina di non cercar la divinità ri- 
mossa da noi. L'essere la cognizione rivelata più alta 
della razionale non toglie che non sia vera cognizione ; 
e però più bassa della razionale. Più alta per l'oggetto, 
inaccessibile alla ragione, essa, per Bruno, è infinita- 
mente inferiore alla speculazione, in quanto processo co- 
noscitivo, autonomo, come dev'essere ogni vero processo 
conoscitivo. La sua superiorità appunto è la sua infe- 
riorità, dato che il centro dell'interesse del filosofo si 
è spostato dall'oggetto della fede a quello dell'inten- 
dere, e quindi il suo vero Dio non è più il trascendente, 
ma r immanente. H trascendente non è negato e non 
fx)teva essere negato; ed è merito del Bruno non averlo 
negato, data la sua concezione insufficiente del Dio im- 
manente; onde il trascendente è l'integrazione, tutt 'altro 
che trascurabile, dell' immanente (come il noumeno 
di Kant è richiesto a intop^raro il suo fenomeno) ; ma 



') Dial. met., ed. Gentile, pag. 232, 
^) Vedi soj^a, specialmente pag. 4^. 



— 74 — 

ciò non toglie che l'anima della speculazione bruniana 
sia r intuizione sempre viva della divina natura, o mens 
insita omnibus. E dimenticato o trascurato questo con- 
cetto, nessuna frase, nessuna pagina in lui è più intelli- 
gibile. Il teismo di Bruno non è la sua religione, ma il 
limite della sua filosofia, che è pure la sua religione, 
essenzialmente panteistica. 



IV. 



Il Tocco distinse tre fasi nello svolgimento del pen- 
siero bruniano : i. schietto misticismo neoplatoni zzan- 
te, rappresentato dal De umbris (1852) : dove il mo- 
nismo è commisto a motivi di dualismo e di trascen- 
denza ; 2. monismo aleatico, pantei zzante, rappresen- 
tato principalmente dal De la causa principio ed uno, 
e in generale dagli scritti italiani (1584-85); 3. atomi- 
smo, svolto segnatamente nel De minimo (1591). Con- 
tro tale distinzione fu osservato che le varie tendenze 
non si succedono cronologicamente, ma sono simultanee 
e s'intrecciano nell'opera bruniana, che si sforza ap- 
punto di accordare motivi filosofici dircordanti. Occorre 
i ntendersi, dice il Mondolfo. « La distinzione delle fasi 
del pensiero bruniano non è separazione nettamente 
determinabile : il fatto, che simultaneo alla metafi- 
sica della Causa e ad un indirizzo etico con essa con- 
gruente, si- presenti un altro indirizzo di morale, che 
meglio s' intenderebbe se contemporaneo alla metafi- 
sica del De minimo, è prova novella di ciò che anche 
il Tocco rileva, che il pensiero del Bruno è tratto con- 
tinuamente per opposte vie da forze antagonistiche.... 
Una coerenza sistematica non sarebbe naturale chie- 
derla al Bruno. In una vita così tumultuosa ed errabonda 
in un'attività filosofica così intensa e svariata, fra gli 



— 75 — 

scritti e r insegnamento, nel breve termine di nove 
anni, al Bruno non fu concesso mai quell'agio della 
concentrazione pacata, della discussione interna delle 
sue convinzioni, del sereno esame critico, che sarebbe 
d'altra parte stato così alieno dal carattere suo e della 
età sua, pur essendo condizione del raggiungimento 
d'una sistemazione coerente o dell'eliminazione almeno 
delle più gravi contradizioni. Ma la manifestazione di 
tendenze contrarie in scritti dello stesso periodo, o an- 
che nella medesima opera, non toglie che volta a volta 
runa o l'altra di tali tendenza si mostri preponderan- 
te.... Non fasi pure, dimque, ma tuttavia fasi reali» 
(pp. 22-24). 

Comunque, tre fasi così concepite è facile vedere 
che non sono uno svolgimento, ma una giustapposizio- 
ne, resa possibile dal concetto generale della possibilità 
di risolvere tutta quanta la filosofìa bruniana nella som- 
ma degli elementi che vi confluirono. Donde nascono 
domande gravissime, come le seguenti : Com' è possi- 
bile che im emanatista a mo' di Plotino, che fa vivere 
l'uno nei molti, acceda all'intuizione astratta degli Eleati, 
che l'uno staccano affatto dalla molteplicità, senza 
sentire la radicale erroneità della sua prima intuizione ? 
com' è possibile che un monista alla Parmenide s* in- 
duca a riconoscere il flusso eracliteo, senza abbandonare 
del tutto la negazione parmenidea del non essere ? O 
come può chi fu una volta schietto neoplatonico, e non 
ha cessato mai del tutto di esser tale, e ha tenuto e 
tien sempre fermo (come avvertiva il Tocco) all'animi- 
smo universale fondato sul concetto dell'anima del 
mondo, come può egli accogliere T intuizione meccani- 
cista e pluralista di un Democrito ? È possibile che in 
uno stesso pensiero concorrano proprio filosofìe così 
avverse e re pugnanti ? — Ma e' è dell'altro: nelle 
òpere latine, prima di studiare le inedite, il Tocco am- 
metteva che nella terza, fase del filosofare bruniano 
attestata dal De minimo, l'atomismo di Democrito e 



~ 76 — 

di Epicuro venisse e incontrarsi (nientemeno !) nella 
monadologia leibniziana ; perchè Bruno avrebbe nei 
suoi minimi frantumato non solo il corpo dell'infinito 
universo, ma anche l'anima del mondo, ammettendo la 
realtà delle anime individuali. Nella prefazione invece 
alla memoria sulle òpere inedite confessava candidamente: 
« Il confronto colle opere inedite mi fa ora ricredere. 
L' individuazione dell'anima non è per Bruno se non un 
fatto passeggero, che nell* infinita serie del tempo non ha 
consistenza e durata maggiore del baleno. Per tal guisa 
la trasformazione atomistica della speculazione bruniana 
resta a mezzo, perchè, se la parte materiale si risolve 
tutta in atomi insensibili e irriducibili, la parte spiri- 
tuale invece cotesto frazionamento non conosce, e resta 
sempre una di qualità e sostanza. La quale in conse- 
guenza reca a dir vero questo vantaggio, che l'atomi- 
smo della terza fase si saldi più facilmente col pantei- 
smo della seconda, a quel modo istesso che l' imma- 
nenza della seconda fase si saldava con la trascendenza 
della prima » *). Studiando la Lampas triginta statua- 
rum, il Tocco, insomma, ebbe il merito di accorgersi 



♦) Il pluralismo delle monadi (delle monadi spirituali) sa 
regge su un concetto fantastico della monade, che in quanto 
spirito è immoltiplicabile. Ma il luogo sopra trascritto del 
Tocco dimostra in modo caratteristico come vigorosa fosse in 
lui la fantasia (a danno, s' intende, dell' intelletto specula- 
tivo) : porche solo con l' immaginazione si può vedere nell'ato- 
mismo un termine medio tra il monismo panteistico e la mo- 
nadologia, e si può parlare di un frazi^onam. ento spi- 
rituale analogo a quello materiale che sarebbe operato dall'ato- 
mista. Anche T Hoeffding (St. della filos. mod., trad. it., 
I, pag. 492) a proposito di questa inconseguenza addebitata 
dal Tocco al Bruno, il quale si sarebbe fermato a mezzo nella 
trasformazione atomistica della propria dottrina, avverte : « È 
tuttavia una grave questione anzitutto se il concetto di atomo 
si approprii a venir applicato al lato spirituale dell'esistenza, 
e fu forse un retto istinto quello che trattenne Bruno dal- 
l' intraprendere una tale applicazione ». 



— 17 — 

che era corso troppo neirinterpret azione di alcuni luo- 
ghi del De minimo, e di tornare indietro *), ricono- 
scendo che il Bruno non aveva riconosciuto altra anima 
sostanziale che quella universale, pur mantenendo sem- 
pre r interpretazione atomistica, salvo a notare, come 
s' è veduto, un' incoerenza tra Tanirna una e i corpi 
molti. 



V. 



Ora viene il Mondolfo e sottopone ad esame il can- 
giamento d'opinione del Tocco, e sostiene che questi aveva 
ragione prima ed ebbe torto dopo : che cioè anche le 
opere inedite confermano la coesistenza in Bruno del- 
l'atomismo e della monadologia. Questa è la parte 
originale del suo scritto, che conchiude dicendo : « Ta- 
luni, che nel Bruno veggono soltanto il campione del mo- 
nismo panteistico, quando salutano in lui il precursore, 
accanto allo Spinoza ricordano anche il Leibniz ; e se si 
chiedesse loro in quali opere questi precorrimenti si veri- 
fichino, dovrebbero pur rispondere : il primo nelle opere 
successive al De umbris, il secondo nei poemi latini » (p. 34) 
Parole non troppo chiare ; ma che vogliono significare, 
che molti che fanno di Bruno un monista panteistico, 
poi senza troppo riflettere (e chi sono costoro ?) lo fanno 
precursore di Spinoza e di Leibniz ; ammettendo im- 
plicitamente che in Bruno ci sia, oltre il monista, il mo- 
nadista, le cui dottrine essi vorranno certamente tro- 
vare nei poemi latini. 

Vediamo un po'. Se anche nella Lampas e nell'altra 
opera inedita De rerum principiis fosse esclusa la mol- 
tiplicazione dell'anima in molte anime sostanziali, il 



') Le opere inedite di G. B., Napoli, 1891, pagg. 65-73, 



-78- 

Mondolfo non vede come questo potrebbe obbligarci 
ad escluderla dal De minimo, che rappresenta un mo- 
mento ulteriore nello stesso sviluppo dell'atomismo, non 
ancora accolto come dottrina metafisica nel De prin- 
cipiis. Ma già nella Lampade il Bruno palesa incertezze 
e oscillazioni, che rendono più che dubbia la risoluta 
interpretazione del Tocco. Nella Lampade Bruno dice 
l'anima naturam ex se subsisteniem, non accidentalem 
formam, non entelechiam, non harmoniam, non aliud 
simile ; l'anima e il corpo duo suhiecta per spiritiim uni- 
hilia, quorum principalius est anima ; unibili di un'u- 
nione che avviene, casu, non naturaliter; e l'anima 
multo intervallo relinquit post se materiam ; anima ante 
et post corporis societatem consista. Quest'anima è quella 
del mondo, o quella di ciascun individuo ? Pel Mon- 
dolfo è da escludere che sia la prima per ragioni.... come 
dire ? a priori. <» Se l'anima, di cui qui si parla, fosse 
l'anima del mondo, non saprei vedere come tutti questi 
residui della scala plotiniana degli esseri s'accordino col 
panteismo, per cui è Deus sive natura, e l'anima del 
mondo è una faccia di quest'essere unico, che visto da 
un altro lato è materia. Tra spirito e materia il Bruno qui 
non afferma soltanto una distinzione, che sarebbe con- 
dizione della stessa identità di essi, come di contrari ; 
ma una vera e propria separazione ». Ragioni, adunque, 
a priori, e, f.]uel che è peggio, oscure, perchè fondate su 
una conoscenza non esatta del neoplatonismo, dove la 
dualità non esclude punto l'unità. 



VI. 



Ma la più semplice maniera di vedere che specie di 
anima fosse quella di cui Bruno parla nei luoghi citati, 
non era quella insegnataci dal Tocco, di andare a guar- 
dare il testo ; cioè, dico io, il contesto ? E allora, salvo 



— 7Q — 

errore, l'anima di cui si parla li dal Bruno, dovreblxi 
esser quella di cui si comincia a parlare a pag. 239, 
proponendo l'esempio, a cui si deve applicare l'arte 
inventiva della Lampada : Anima non est accidens. 
E lì si parla di anima hominis che ahsolvitur a corpore 
et realiter existit sine ilio. Ma che per ciò ? « Il Tocco 
medesimo », osserva il Mondolfo, « rileva che nella mag- 
gior parte degli argomenti, recati per provare che 
l'anima non sia accidente del corpo, ma suhstantia 
spiritualis, il Bruno si riferisce all'anima individuale, 
non all'anima del mondo ». Ebbene, egli soggiunge : 
«allora dove se ne va l'affermazione del Bruno che le 
anime individuali non siano che ripercussioni fuggevoli 
dell'anima del mondo, sue operazioni nella materia che 
sola introduce la molteplicità e la divisione ? » 

« La vera individualità », aveva detto il Tocco *), « o 
per meglio dire, la vera sostanzialità sta nell'anima del 
mondo ; le altre non sono se non molteplici ripercus- 
sioni di quell'unica, o per dirla chiaramente, non sono 
né più né meno se non le diverse operazioni dello stesso 
principio. Quando si dice che l'anima dell'uomo è una 
sostanza individua, che risiede nel centro della vita, 
non si deve intendere che sia- un essere diverso dall'ani- 
ma universale. È invece l'anima universale, che agisce 
in quel determinato punto, e da quel punto irraggia 
l'azione sua in tutto l'organismo. Così si spiega,... come, 
pur ammettendo V immortalità dell'anima, il Bruno non 
solo nella Causa, ma anche nel De minimo derida le 
paure dell'Orco. Non è l'anima individuale, non è quel- 
l'operazione localizzata in quel centro che è immortale, 
ma ben piuttosto l'anima universale stessa, che dai 
frammenti del disciolto organismo ne comporrà altri ; il 
che é ciò che v' ha di vero nell'antica dottrina della 
metempsicosi ». Alla domanda del Mondolfo (dove 



') Le opp. ined., pag. 69. 



— 8o — 

se ne va?) il Tocco ha perciò risposto : la sostanzia- 
lità, r individualità dell'anima di ogni uomo è la stessa 
sostanzialità e individualità dell'anima universale, di 
cui la prima è un'emanazione. L'anima dell'uomo, in- 
somma, è substantia individua, subsistens etc, quatenus 
anima universalis : concetto ovvio a chi abbia stu- 
diato la logica spinoziana di sostanza, attributo e modo. 
Si ricordi infatti Spinoza : Aquam, quatenus aquu 
est, dividi concipimus eiusque partes ab invicem sepa- 
ravi : at non, quatenus substantia est corporea ; eatenus 
enim neque separatur neque dividitur *) . E anche per Spi- 
noza la mente umana è parte, com'egli dice, dell'intel- 
letto infinito di Dio ^); e quindi è sostanza, ma non in 
quanto mente umana, nella sua finitezza. 

Il Mondolfo, dopo avere esposto il concetto del 
Tocco, che si rifaceva certamente da Spinoza nell' in- 
tendere il rapporto dell'anima universale con quelle 
particolari, solleva la seguente difficoltà : « Se l'anima 
del mondo è individua ed unica realtà, e, come 
tale, unita inseparabilmente alla materia considerata 
nella sua totalità — sì da costituire entrambe due facce 
di una sostanza unica — essa è ugualmente inseparabile 
dai singoli esseri, che costituiscono la totalità della ma- 
teria : non si può concepire il suo distacco neppur tem- 
poraneo da alcuni di questi, senza supporre che l'anima 
sia unita ad una parte e non alla totalità del mondo, 
e senza interrompere ad ogni momento quella continuità 
della sua azione, che dovrebbe spiegarsi sempre tota 
in toto et in qualibet totius parte. D'altro canto, però, 
queste separazioni, inconcepibili per l'anima universale, 
sono concepibilissime per le anime individuali, quando 
esse siano considerate non accidentali, ma sostanziali.... ». 
Difficoltà, però, che non toccherebbe soltanto la filo- 



^) Eth. I, prop. 15 sch. 
2) Eth. II, prop. II cor. 



— 8i — 

sofia bruniana ma ogni specie di emanatismo che fa 
derivare il molteplice dall'uno ; e potrebbe riuscire se 
mai una critica, non già servire alla interpretazione di 
Bruno. Ma la difficoltà esiste ? Considerata nella sua 
totalità, la materia sarà una ; e tale sarà in quanto 
animata, giacché la materia per se stessa è caussa mtd- 
titudinis et divisionis. E s' intende che in tale unità non 
ci può essere più morte, e non è da parlare di distacco. 
Ma la morte e l' interruzione (relativa) dell'azione avvi- 
vante dell'anima universale è appunto nella materia 
in quanto materia : che non è tutto, cioè uno, ma 
molteplicità : nella quale un essere non è l'altro, e 
però la vita dell'uno è la morte dell'altro, cioè distacco 
dell'anima : la quale non resta ad agire nel vuoto pel 
fatto che la morte del secondo e pur vita del primo 
essere. 

La difficoltà ci sarebbe se l'anima si distribuisse nella 
materia. Allora una parte materiale esanime impor- 
terebbe una parte dell'anima a spasso. Ma l'anima come 
sostanza indivisibile è tutta in tutto e in ciascima parte, 
e la sua azione animatrice perciò non e possibile che sia 
mai interrotta. S'intende che d'altro canto né anche 
una parte di materia può restare senz'anima ; perchè 
la morte è relativa all'essere particolare che si disgrega 
nei suoi atomi in quanto questi entrano in nuovi ag- 
gregati. Onde la matèria nella sua totalità, cioè, ripeto, 
rome unità, è sempre animata, ossia è anima ; e quindi 
non patisce mai morte. 



VII. 



Io almeno non riesco a scorgere la difficoltà che ci 
vede il Mondolfo ; il quale, una volta creatasela per eli- 
minarla, propende a credere che il Bruno realmente am- 
mettesse la sostanzialità delle anime individuali, oltre 

6 — Giorda'to Bruno e il pensiero d*l Rinascimento 



— 82 — 

quella deiranima del mondo ; senza accorgersi né anche 
lui di quel che era sfuggito al Tocco nel suo lavoro sulle 
Opere latine ; che cioè l'anima del mondo è la negazione 
delle anime individuali ; e viceversa ; e senza avvertire, 
com'era naturale, che la difficoltà da lui sollevata, ci 
sarebbe, e insuperabile, appunto in questa ipotesi ; 
perchè, ammesse le anime individuali unificate e fuse 
nell'anima del mondo, e tante anime quanti sono gli 
esseri del mondo, non si vede davvero come si po- 
trebbe morire. 

E, posto che i testi di Bruno parlano espliciti nvl 
ridurre le anime individuali a mere fulgurazioni dell'u- 
nica sostanziale anima del mondo — dottrina analoga 
a quella averroistica dell'unità dell'intelletto, che ebbe 
sostenitori anche nel cinquecento immediatamente prima 
del Bruno; posto che un pensatore del tempo di Bruno 
non poteva vedervi la difficoltà che ci vede il Mondolfo, 
perdono ogni fondamento le sette considerazioni che 
egli enumera nella conclusione del suo scritto, per dimo- 
strare la probabilità della vecchia opinione, che male 
il Tocco avrebbe fatto ad abbandonare, circa la ten- 
denza bruniana verso la monadologia. Per la i.» e la 
3.» (chi volesse scorrere l'elenco di queste considera- 
zioni del Mondolfo) metta il Mondolfo al luogo dell 'ani- 
ma-sostanza, l'anima operazione dell'anima sostanza ; 
e tutto è a posto. La 2.* suppone vera quella difficoltà 
fondamentale che s' è vista. La minima realtà, che 
è immortale, è il minimo, cioè la sostanza : quella 
sostanza che, spinozianamente, è solo in apparenza 
molteplice, laddove per la mente non è che ima, come 
ora vedremo. Nella 4.^ nella 5.* e nella 6.» l'ar- 
gomento del Mondolfo, che le differenze individuali sup- 
pongano la sostanzialità delle anime individuali è rove- 
sciato da espliciti luoghi di Bruno ^) e dallo stesso spi- 



4) Vedi p. e. Càbala, nei Dial. meta-fisici, pagg. 253-4, 



- 83 - 

rito generale del sistema che fa nascere le differenze 
dalla materia. Nella 7.* male si appaia il principio di 
libertà filosofica e religiosa *) con la dottrina del li- 
bero arbitrio ; e inesattamente si crede che il libero arbi- 
trio di Bruno possa scambiarsi con l'autonomia 
della coscienza individuale (che il Mondolfo 
per positivistico pudore vorrebbe sostituirgli) . D libero 
arbitrio di Bruno {amor confustis, non adirne limifatus, e 
perciò potenti a qual'è in Dio, che è, per lui, come per Spi- 
noza, ahsoluta necessitas ut sii etiam absoluta libertas ^) , 
è difetto, che lo sviluppo della ragione deve a poco a 
poco colmare, e che perciò non può a nessun patto 
ragguagliarsi alla divina libertà del filosofo, parteci- 
pante della libertà dell'oggetto con cui si immedesima. 
La libertà di Bruno (e questa è la sua insuperabile in- 
feriorità verso il monadismo leibniziano) non è del 
soggetto, ma dell'oggetto. È autonomia di coscienza 
individuale, nel senso che il Mondolfo dà all' i n- 
dividualità, per Bruno non ce ne poteva essere. 
E però è megUo consentire col Tocco noli' opinione che 
a lui, dopo matura riflessione, parve definitivamente 
preferibile. 



Vili. 



Vero è che la monadologia bruniana, se non è quella 
di Leibniz, non è neppure l'atomismo di Democrito e di 
Epicuro. E il Tocco a furia di istituire riscontri e inda- 
gar fonti cancellò differenze essenziali, e si lasciò sfug- 



*) Religiosa solo in un certo senso. Praticamente 
Bruno non riconobbe libertà religiosa. La sua religione libera 
coincide con la filosofìa. 

*) Opera, III, 41, 161, 22. 



-84- 

gire il vero concetto della monade di Bruno, strozzando 
perciò l'unità del pensiero bruniano dal De umbris ai 
poemi latini. Unità che meglio si ritrova nella stessa 
esposizione del Hoeffding, malgrado la sua superficialità. 
Questo storico p. e. vide chiaramente che gli atomi di 
Bruno non sono atomi assoluti ; e con ciò sottrasse già la 
sua filosofia all'atomismo vero e proprio (come sistema 
meccanicista) ; quantunque il suo modo di concepire 
l'atomo bruniano sia inesatto per un doppio aspetto, e 
vedendo una contraddizione tra la polemica del Bruno 
contro la divisione all'infinito e la dottrina della rela- 
tività del concetto degli atomi, e non vedendo che gli 
atomi relativi di Bruno possono essere, tah tutti ad 
eccezione di uno, che è assoluto, la monas monadnm : 
due inesattezze che sono poi una sola, derivante dal 
disconoscimento del carattere metafisico e oggettivo, e 
non gnoseologico e soggettivo, della relatività dell'atomo 
bruniano : che è gravissimo anacronismo. I minimi 
di Bruno sono sostanze attive teleologiche, in quanto unica 
sostanza : e però sono toto caelo diversi dagli atomi 
sostanze inerti e meccaniche in quanto molte. Né que- 
sto monadismo è contraddittorio al panteismo neopla- 
tonico ; anzi ne è un momento necessario nel pensiero 
di Bruno, e quindi più o meno svolto, secondo i vari 
scritti, ma pur sempre presente^). I^ monade, «prin- 
cipio e sostanza de le cose » di Bruno è la sostanza di 
Spinoza, non la monade di Leibniz. 



1) Il Tocco liquidava nella sua terza fase il monismo 
bruniano, perchè non scorgeva l' identità della monas mo- 
nadum e delle monadi particolari ; e però sosteneva non ve- 
dersi chiaro in Bruno il rapporto. Ma il Hoeffding, I, 492 
lia giustamente osservato che B. si spiega chiaramente in 
proposito quando nel De min., I, 4 dice Dio monaduyn mo- 
nas, nempe entium cntitas. Cfr. anche Eroici furori, pag. 444 
G. : « la monade vera essenza de l'essere de tutti », e De mi- 
ìiimo, I, 2 : i^ Minimum substantia rerum ; monas.... essentialiter 
in omnibus ». 



-85- 

Questo concetto del minimo -sostanza fu luminosa- 
mente chiarito dallo Spaventa fin dal 1866 in un piccolo 
saggio, di cui il Tocco, che si servì del maggior saggio 
concernente la teoria della conoscenza, non tenne il de- 
bito conto *). Ma lo spinozismo dell'atomo bruniano non 
sfuggi neppure allo storico più accurato dell'atomismo, il 
Lasswitz ') (la cui opera il Mondolfo non avrebbe dovuto 
trascurare), quantunque anch'egli malamente insista, 
come il Hoeffding, sul carattere fenomenico della 
relatività delle monadi -particolari, e non iscorga la vera 
differenza che separa queste dalle monadi leibniziane. 



•) Spaventa, Saggi, Napoli, 1867, pagg. 256-67. 
^} Gesch. d. Atomistik, I (1890), pagg. 365, 399. 



III. 

VERITAS FILIA TEMPORIS 

POSTILLA BRUNIANA 



Dagli Scritti vari di erudizione e di critica in onore 
di R. Renier, Torino, Bocca, 1912, pagg. 235-248. 



Nella Cena delle ceneri (1584) ^), ai vanti che Teo- 
filo fa della grandiosa rivoluzione scientifica apportata 
dalla filosofia del Nolano, il pedante Prudenzio risponde 
con un ammonimento preso a prestito dai Di sii eh a 
Catonis : 

ludicium popiili numquam contempseris unus. 
Ne nulli placeas, cium vis contemnere multos -). 

« Questo è prudentissimamente detto », ripiglia Teo- 
« filo, che rappresenta il pensiero stesso del Bruno, « in 
« proposito del convitto e regimento comone e prattica 
« de la civile conversazione : ma non già in proposito de 
« la cognizione de la verità e regola di contemplazione, 
(( per cui disse il medesmo saggio : 

Disce, sed a doctis : indoctos ipse doceto^). 

« È anco, quel che tu dici, in proposito di dottrina 
espediente a molti ; e però è conseglio, che riguarda la 



*) Dial. I. Per i luoghi che saranno citati in questa nota 
V. Bruno, Opere ital., ed Gentile, I, pagg. 25-29. 

") Baehrens, Poet. lai, min., Ili, 226 (dist. 29 del lib. II). 
3) Dist., IV, 23 (pag. 232). 



— 9^ — 

moltitudine : perchè non fa per le spalli di qualsivoglia 
questa soma [la cognizione de la verità], ma per quelli 
che possono portarla, come il Nolano ; o almeno muo- 
verla verso il suo termine, senza incorrere difficoltà 
sconveniente, come Copernico ha possuto fare». 

Bisogna dunque, secondo il Bruno, distinguer^ tra la 
pratica e la scienza, tra la legge dell'una e la legge dell'al- 
tra : perchè la pratica è attività sociale, il cui soggetto è 
la comunità civile, il popolo ; la scienza è opera dei savi, 
onde «un solo, benché solo, può e potrà vencere, ed 
al fine avrà vinto, e trionferà contra l' ignoranza gene- 
rale ; e non è dubio, se la cosa de' determinarsi non co' 
la moltitudine di ciechi e sordi testimoni, di con vizi 
e di parole vane, ma co' la forza di regolato sentimento, 
il qual bisogna che conchiuda al fine ; perchè, in fatto, 
tutti gli orbi non vagliono per uno che vede e tutti i 
stolti non possono servire per un sacio » : elg èfioi 
{xópta, èàv ^irs-zoc ^, aveva già detto Eraclito *). Onde 
la legge della pratica sarà nella moltitudine de' te- 
stimoni, come a dire nel volere dei più ; quella della 
scienza nel regolato sentimento, ossia nella logica, che 
muove la cognizione della verità verso il suo 
termine, liberandola dalle difficoltà disconvenienti, 
ossia dalle contraddizioni. 

La pratica, d'altra parte (costume, legge, culto reli- 
gioso, ecc.) non è, per Bruno, mera volontà, quale si 
manifesta nei voti (testimoni), nelle grida e nelle 
altre espressioni violente dello spirito popolare ; ma è 
anche pensiero o, come egh dice, « dottrina 
espediente a molti»; è un sapere che è cre- 
denza, sottratta alla forza di quel regolato sentimento 
il quale bisogna che alfine conchiuda : è l'accettazione, 
refrattaria per sé ed estranea alla critica scientifica del 
pensiero logico, di concetti, ancorché falsi, utili e ne- 



) Fr. 49 Di»l». 



— gì -- 

cessali alla vita civile. Anche questo elemento della 
pratica, benché in sé pensiero, non ha valore, secondo il 
Bruno, come tale ; e però il savio non ha autorità e com- 
petenza rispetto ad esso, e deve accettarlo qual è nella 
vita — che è volontà orientata secondo una fede — del 
popolo, col quale egli, praticamente, si confonde. Quindi 
l'atteggiamento del Bruno verso la religione, in quanto 
chiesa e istituto sociale : atteggiamento di rispetto, 
fondato sul concetto dell'assoluta incommensurabiUtà 
della dottrina filosofica, che è sforzo di conoscere la 
verità, e della dottrina religiosa, che è credenza espe- 
diente ai molti *). 

Posta questa distinzione e incommensurabilità dello 
spirito pratico; possiamo dire, e dello spirito teoretico, 
egli non ricerca più oltre la' radice di questa doppia 
direzione dello spirito umano (radice che noi piuttosto 
possiamo additare in quel residuo di trascendenza dua- 
listica, che e' é in fondo al naturalismo bruniano) ; né, 
tutto acceso com' é dell'ardore mistico della contem- 
plazione, che è puro pensiero o cognizione della 
verità, ha più interesse di ricercare lo sviluppo dello 
spirito pratico. C'è un processo nelle religioni, nelle 
leggi, nelle idee morali e in tutte le dottrine espedienti 
ai molti ? È inutile cercare in Bruno una risposta a 
questa domanda. Il suo mondo non è quello della vita, 
ma quello della contemplazione, non è quello della 
storia, ma quello della natura : la sua stessa etica dello 
Spaccio finisce negli Eroici furori, che sono sublimazione 
della mente nel processo della verità. Egli perciò non 
ha luogo a proporsi il problema del movimento dello 
spirito pratico : 11, per lui, e' è solo arbitrio, dato estemo, 
fatto, e non logica. La fede, infatti, come tale, è irrazio- 
nale, e non può avere sviluppo. 



*) Vedi in proposito il saggio pr«c«dentc : G. Bruno nella 
storia della $ultura. 



-r 9^ — 

La scienza, invece, è per il Bruno la negazione asso- 
luta della fede ; e però egli esclude il popolo dall' inse- 
gnamento di quella. «Color e' hanno la possessione di 
questa verità, non denno ad ogni sorte di persona co- 
municarla, si non vogliono lavar, come se dice, il capo 
a l'asino ». Il dotto, che scopre una verità nuova, 
deve, secondo lui, indirizzarsi a chi ha ingegno, ma 
anche disciplina, si che ignori tuttavia « sol per non av- 
vertire e non considerare.... per la privazione de l'atto 
solo, e non de la f acuità ancora », La facoltà, dunque, 
o la condizione per essere in grado di accogliere la verità 
ossia di conoscere, è in parte naturale (ingegno) e in 
parte acquisita con lo sterso esercizio del pensiero, con 
gli studi (disciplina). In altri termini, la scienza è 
figlia della scienza. La verità nuova presuppone verità 
precedenti, ma queste stesse sono frutto di regolato 
sentimento, di pensiero che procede secondo sue 
leggi. E però dall'insegnamento del Nolano sono esclusi 
non solo quei «maligni e scelerati, che per una certa 
neghittosa invidia si adirano ed inorgoghano contra 
colui, che par loro voglia insegnar »; ma anche quegli 
altri « che, per qualche credula pazzia, temendo che per 
vedere non se guastino, vogliono ostinatamente per- 
severare ne le tenebre di quello eh' hanno una volta 
malamente appreso ». La credula pazzia, che 
è la fede, è messa sullo stesso piano della passione ,che 
impedisce la vista del vero, come la negazione assoluta 
dello spirito scientifico. A tutti costoro il filosofo oppone 
quei « felici e ben nati ingegni, verso gli quah nisciuno 
onorato studio è perso : temerariamente non giudicano, 
hanno libero l' intelletto, terso il vedere, e son 
prodotti dal cielo, si non inventori, degni però esamina- 
tori, giodici e testimoni de la verità ». Questo libero 
intelletto non è già intelletto vuoto, poiché il Bruno 
richiede, come s' è veduto, la disciplina; ma è 
la ribellione al credo ut intelligam di S. Anselmo, e a 
ogni intuizione del pensiero che non sia tutto creazione 



93 — 



di se stesso, o, come dice Bruno, «esaminatore, giudice 
e testimone della verità ». 



II. 



In questo concetto Bruno non solo supera la sco- 
lastica e la filosofia greca (cfr. la teoria dell'anamnèsi 
platonica ; dell' intelletto attivo di Aristotele, ecc.) 
ma lo stesso suo naturalismo che non ha posto per 
la hbertà dello spirito come autoctisi. Né Bruno si 
ferma qui. Portato dal'oscura intuizione dell'attività 
progressiva dello spirito nella storia, che era in fon- 
do a tutti gli spiriti del Rinascimento (in cui pur 
si mescolava con l' idea opposta, perdurata fin a tutto 
il secolo XVIII, della identità immobile dell' ani- 
ma umana attraverso tutti i tempi e tutti i luoghi), 
egli va oltre, e concepisce la scienza non solo come 
libertà, che potrebbe essere la libertà di un atto imma- 
nente e congruo alla fissa e ferma eternità dell'oggetto 
suo, com'era concepito da Platone e poi da Aristotele 
e da tutta la filosofia posteriore fino a Bruno ; sì anche 
come storia. E già abbiamo visto che lo spirito è costi- 
tuito nella facoltà sua dalla disciplina, che è for- 
mazione storica, e che pigHa il luogo della fede, per cui il 
pensatore medievale era fatto capace di conoscere il 
vero. Ma egli svolge con un'arguta osservazione questo 
concetto. 

Prudenzio, molto prudentemente, con la viltà miso- 
neista del pedante, ricalcitra sbigottito innanzi alle 
novità di Teofilo dicendo: « Sii come la si vuole, io non 
voglio discostarmi dal parer degU antichi, perchè dice 
il saggio : nell'antiquità è la sapienza » *). E Teofilo : 



•) « In antiquis est sapientia et in multo tempore pru- 
dentia » : Giobbe, XII, 12. 



— 94 — 

« E soggiunge : in molti anni la prudenza. Si voi inten- 
deste bene quel che dite, vedreste, che dal vostro fon- 
damento s' inferisce il contrario di quel che pensate : 
voglio dire, che noi siamo più vecchi ed abbiamo più 
lunga età che i nostri predecessori : intendo per quel 
che appartiene a certi giudizi, come in proposito. Non 
ha possuto essere sì maturo il giodicio d'Eudosso, che 
visse poco dopo la rinascente astronomia, se pur in esso 
non rinacque, come quello di CaHppo, che visse tre nt 'anni 
dopo la morte d'Alessandro Magno ; il quale, conie 
giunse anni ad anni, possea giongere osservanze ad os- 
servanze. Ipparco, per la medesima raggione, dovea 
saperne più di CaHppo, perchè vidde la mutazione fatta 
sino a centononantasei anni dopo la morte d'Alessandro. 
Menelao, romano geometra, perchè vedde la differenza 
de moto quattrocentosessantadui anni dopo Alessandro 
morto, è raggione che n' intendesse più eh' Ipparco. 
Più ne dovea vedere Macometto Aracense milleducento 
e dui anni dopo quella. Più n'ha veduto il Copernico 
quasi a nostri tempi, appresso la medesma anni milleot- 
tocentoquarantanove ^). Ma che di questi alcuni, che 
son stati appresso, non siino però stati più accorti, 
che quei che furon prima, e che la molti titudine di que' 
che sono a' nostri tempi, non ha però più sale, questo 
accade per ciò che queUi vissero, e questi non vivono 
gh anni altrui, e, quel che è peggio, vissero morti quelli 
e questi negli anni proprii »,. 



III. 



In questa pagina, per la prima volta, eh* io sappia, 
è affermato il concetto tutto proprio dell'età moderna , 



*) Per tutto questo schizzo di storia dell'astronomia (la 
cui fonte è Copernico) cfr. le note all'ediz. cit., I, pagg. 28 
e 416. 



— 95 — 

della importanza e della serietà della storia, come attua- 
lità dello spirito nel suo svolgimento. Lo spirito esa- 
minatore, giudice e testimone nella verità non è spirito 
astratto, la mente, quale si trova indifferentemente in 
tutti gli uomini, né la mente in sé, fuori delle sue condi- 
zioni determinate nel mondo : non è l'anima, p. e., 
di Platone, la quale soltanto nell'Iperuranio è vera- 
mente in grado d' intuire le idee. Lo spirito è Eudosso, 
Calippo, Ipparco ecc. ; ossia in tanto esso conosce quello 
che conosce, in quanto esso stesso è determinato nel 
tempo, o meglio, nella maturità del giudicio che pro- 
gredisce col progredire delle osservazioni (« osservanze ») 
e, in generale, del suo stesso operare, o come benissimo 
dice Bruno, del suo vivere. La vita dello spirito 
crea lo spirito ; e più lo spirito vive, "più e spirito, più 
é capacità d' intendere. Non solo la scienza cresce con 
l'andare del tempo quasi per addizione di verità a verità 
(che sarebbe osservazione empirica abbastanza ovvia) ; 
ma la mente stessa riceve un continuo incremento, 
si fa più accorta. E questo crescere o svolgimento 
intimo della mente non viene per azione estrinseca di 
una illuminazione progressiva che la mente riceva dal 
di fuori : ma è l 'autoformazione della stessa mente, che 
fa dei suoi gradini raggiunti base ad ascensioni ulteriori 
impossibili prima. 

Ed ecco lo spirito_che_è_ storia. La quale non 

consiste — Bruno ^b avverte esplicitamente — nella 
vana cronologia, ma nel pieno e concreto processo spi- 
rituale : onde dopo Copernico vivono i contemporanei 
di Tolomeo, pei quali tutto il frattempo non è stato 
vita di pensiero. 

Questo concetto della storia in Vico e in Hegel s'in- 
tegrerà e illuminerà nel sistema di una filosofìa dello 
spirito, che in Bruno manca quantunque anche altrove, 
celebrando la potenza del lavoro umano e criticando 
l'ingenua raffigurazione mitica dell'età dell'oro, egli 
dimostri d' intuire profondamente il carattere essen- 



- 96 - 

zialmente storico dello spirito *). Ma, come episodio a 
sé nella concezione generale bruniana, esso è la coscienza 
perfettamente lucida che lo spirito acquista del carat- 
tere sacro dell'opera sua in un momento di energico ed 
entusiastico ritmo della propria attività, che non può 
essere altro che progresso, nella battagha contro la 
tradizione degli antichi. 



IV. 



Il valore di questo concetto biuniano della storia 
si fa più evidente se si raccosta a idee molto simili che 
s' incontrano in scrittori dello stesso periodo, ma poste- 
riori al Bruno e ai primi de 'quali mi pare molto proba- 
bile che sia stata innanzi la pagina del Bruno. 

Più di un motivo abbiamo già per ritenere che le opere 
itaUane del Bruno, pubbHcate a Londra, e segnatamente 
la Cena, fossero note a Francesco Bacone, che ebbe fami- 
liare la letteratura itahana, e una volta cita il nostro 
scrittore^): Orbene, nel Novum organimi (1620), lib. I, e, 
84, tra gli ostacoli che si sono opposti in passato al pro- 
gresso delle scienze, è menzionata quella reverentia anti- 
quitatis, che abbiamo ammirata in maestro Prudenzio. 
E l'osservazione critica di Bacone coincide Con l' in- 
gegnoso sgambetto che Teofilo dà nella Cena alla cita- 
zione del pedante (« Si voi intendeste bene quel che 
dite....»). «De antiquitate autem opinio », dice Ba- 
cone quasi con le stesse parole, « quam homines de 



*) Vedi più avanti, pp. 144-5. 

2) V. Intyre, G. Bruno, London, Macmillan, 1903, e quel 
che ne ho detto anch'io nella Critica, ITI, (1905), e nell'opu- 
scolo G. B. nella storia della cultura, Palermo, 1907, pp. 136 seg. 



— 97 — 

ipsa fovent, negli gens omnino est, et vix verbo ipsi 
congrua. Mundi enim senium et grandaevitas prò an- 
tiquitate vere ha benda sunt ; quae temporibus no- 
stris tribui debent, non juniori aetati mundi, qualis 
apud antiquos fuit. Atque re vera quemadmodum majo- 
rem rerum humanarum notitiam et maturius judicium 
[cfr. il maturo giodìcio di B.] ab homine sene expecta- 
mus quam a juvene, propter experientiam et rerum, 
quas vidit, et audivit, et cogita vit, varietatem et co- 
piam ; eodem modo et a nostra aetate (si vires suas 
nosset et experiri et intendere vellet) majora multo 
quam a priscis temporibus expcctari par est ; utpote 
aetate mundi grandiore, et infinitis experimentis, et 
observationibus [cfr. le osservanze di B.] aucta et cumu- 
lata » ^). 



^) Avverto qui che in fondo a questo aforisma Bacone 
conchiude : <>. Recte enim Veritas Temporis fìlia dicitur, non 
Authoritatis ». E il Fowler {Bacon' s N. Org.*). Oxford, 1889, 
p. 294, annota : « See Aulus Celli us, Noe te s Atticac, lib. XII, 
cap. n : ' Alius quidam veterum poetarum, cuius nomen mihi 
nunc memoriae non est, vcritatem temporis filiamesse dixit ' 
lam indebted for this quota tion to the Rev. E. Marshall. Cfr. 
Aeschylus, Promete us vinctus, 981 : 'AXX'èx9i8àox6i nuW ò yr^pA- 
cnMOv yjpóyo^. E si può anche citare Senofane (fr. 18 Diels) : 

oiha art* àprx^fi^ nàvxa 9tol Gvy^xoìo' OTiéCeigav, 
àXXà XP^vfp ^TjxoOvxEg ècpeupioxo'iaiv ct|itivov. 

Si può altresì citare quell'osservazione del Machiavelli 
{Discorsi, i, 3) : a Quando alcuna malignità sta occulta un 
tempo, procede da una occulta cagione, che, per non si essere 
veduta esperienzo. del contrario, non si conosce ; ma la fa 
poi scuoprire il tempo, il quale dicon esser padre di ogni verità ». 
Per Leonardo da Vinci vodi più avanti pag 189. 

Uno dei più eleganti e famosi editori del Cinquecento, Fran- 
cesco Marcolini <ii Forlì, che pubblicò dal 1535 al 1559, 
tolse a divisa delle sue stampe la Verità nuda flagellata dalla 
Menzogna e sostenuta dal Tempo, col motto : Veritas fìlia 
temporis, o La verità fì^liiiola k del gran tempo. Vedi G. Fu- 
magalli, Lexicon typograph. Italiae, Firenze, Olschki, 1905, 
pag. 492. Cfr. Delai.ain, Inventaire, pagg. 266-7. 

7 — Giordano Bruno e ti pensiero del Rinaiciment» 



-98 -- 

Non mi par possibile dubitare che questo passo 
derivi dalla Cena, con gli ampliamenti owii appunto in 
chi ripete, e senza più la nota finale della distinzione 
tra il semplice scorrere del tempo e la vita operosa del 
pensiero,quale vera rappresentazione dell' incremento 
spirituale. 

Anche nel De augmentis scientiarum (1623) ricorre 
l'arguta inversione bruniana della vita del genere 
umano, che dall'alto della nuova scienza cominciava 
a guardare come fanciulli i già venerati vegliardi del 
sapere antico. Qui Bacone appaia come egualmente vi- 
ziosi i due eccessi opposti dell'amore immoderato così 
del nuovo come dell'antico : « Qua in re Temporis fi- 
liae male patrissant. Ut enim Tempus prolem devorat, 
si haec se invicem ; dum Antiquitas novis invideat au- 
gmentis, et Novitas non sit contenta recentia adji- 
cere, nisi vetera prorsus eliminet, et rejiciat. Certe 
consilium Prophetae ^) vera in hac re norma est : 



Male invece si cita a riscontro delio stesso luogo del N. Or- 
ganum, come ha fatto I'Ellis (in Bacon's, Philos. WW., 
ed. Spedding, Ellis e Heath, I, 191, n. i) il seguente luogo 
di Campanella {A poi, prò Galilaeo) di significato ben diverso: 
« Quapropter invidi sunt aut ingenio et fide in Deura exigui 
qui putant in Aristotele et aliis philosophis antiquis quiescen- 
dum : praesertim post Evangelii lucem, et novi or bis ac stel- 
larum inventionem, qua prisci caruerunt, sicut et luce fidei 
quae perficit in nobis naturam supra ethnicos non deprimit 
sub eorum ìugo ; cum eorum philosophia sit catechismus et 
nostra sit perfecta doctrina, teste Cyrillo ; unde in mando 
qui est liber Dei et sapientiae melius Were poterimiLS, si gra- 
tiam quae est in nobis non negligamus ». Cfr. pure L. Blanchet, 
Les antécéderits histoviques duje pensa, doncjc suis, Paris, Alcan. 
1920, p. 265. Per le idee del Campanella intorno al progresso 
V. G. S. Felici, Le dottrine filosofico-religiose di T. Campanella, 
Lanciano, Carabba, 1895, pagg. 167- 181. Meglio piuttosto ricor - 
dare col Rigault, Opera qui appresso citata, pag. 24 quel 
luogo di Ruggero Bacone, Opus malus, 1, 6 : « Et infert, 
quanto juniores, tanto perspi cacio res, quia juniores, posteriores 
successione temporum, ingrediantur labores priorum >). 

*) Geremia, VI, 16. 



— 99 — 

State super vias antiquas, et videte quaenam sit via recta, 
et bona, et ambulate in ea. Antiquitas eam meretur 
reverentiam, ut homines aliquandiu gradum sistere et 
supra eam stare debeant, atque undequaque circum- 
spicere, quae sit via optima : quum autem de via bene 
constiterit, tunc demum non restitandum, sed alacriter 
progrediendum. Sane, ut verum dicamus, Antiquitas 
saectili, Juventus mundi ^). Nostra profecto sunt anti- 
qua tempora, quum mundus jam senuerit : non ea, 
quae computantur ordine retrogrado, initium sumendo 
a saeculo nostro » ^). 

A questo luogo qualche commentatore di Bacone ') 
ha avvicinato un versetto del 2° libro di Esdra (XIV, 
io) : quoniam saeculmn perdidit juventutem suam et 
tempora appropinquant senescere ; dov'è, piuttosto, l'in- 
tuizione contraria della vita, non come progresso, anzi 
come decadenza ; e vi si può vedere soltanto un riscontro 
verbale al motto baconiano antiquitas saeculi iuventus 
mundi. Più a proposito si cita *) un luogo dei Proble- 
mata marina (1546) del Casmann: « Si....antiquiorum di- 
gnitas ex tempore major videtur, id nostros qui hodie 
docent posteriores unice commendabit, nam tempus.... 
doctius et prudentius evadit ex continuo progressi!, ut 
senescens judicio sit acriore, solidiore et maturiore ». 
Ma, oltre che è assai improbabile che il Casmann fosse 
noto al Bruno, che suole sempre ricordare gli scrittori 
che conobbe, si tratta qui di un'ovvia osservazione 



*) « This remark «, dice l' EUis nelle sue note alla edizione 
citata (ì:>ag, 458, n. 4), «is not, I think, given by Bacon a3 
a quotation, and it i proba ble that he did not derive if from 
any earlier writer ». 

2) De augm., lib. I, 38 (in « Philos. Worfts » ed. Ellis, 
Spedding e Heath, voi. I, pagg. 458-9). 

3) Ch. De Remusat, Bacon, sa vie, son temps, sa phih 
copine et son influence jusqv'à nos jonrs, 2. e ed., Paris, 1858. 
pag. 183, ed Ellis, nota al l. e. 

*) Ellis, l. e, pa.e^g. 458-9 n. 



— 100 



che non ha la forma arguta di quella del Bruno e di Ba- 
cone, né tanto meno la profondità filosofica che il 
pensiero ha nel primo. 



V. 



È noto poi quante somiglianze e coincidenze si 
trovino tra gli scritti del Bruno e quelli del Galilei, e 
quali sospetti abbia destati il silenzio assoluto del se- 
condo sul conto del primo ^). Ma non è stata ancora 
avvertita la concordanza tra la pagina della Cena sul 
progresso dello spirito umano e un frammento del Ga- 
lilei, pubblicato fin dal 1876 *), dove è detto : « Il dire 
che le opinioni più antiche et inveterate sieno le migliori 
è improbabile, perchè siccome di un uomo particolare 
l'ultime determinazioni par che siano le più prudenti, 
e che con gli anni cresca il giudizio, cosi della universalità 
degh uomini par ragionevole l'ultime determinazioni 
sien le più vere ». È Io stesso concetto di Bruno anche 
qui, ma in una forma filosoficamente più attenuata e 
quasi empirica ; sì da non potersi escludere che esso 
sia sorto spontaneamente nella mente di Galileo. 

Eco galileiana può ritenersi quel che si legge in 
uno scritto polemico di Mario Guiducci, il noto scolaro 
del grande Pisano, indirizzato nel 1625 contro il gesuita 
genovese Fabio Ambrogio Spinola iscritto da poco venuto 



*) V; per tutti Spampanato, Quattro filosofi napoleta-Mi 
tifi carteggio di Galileo, Portici, pagg. 11-35. 

*) Dal Berti in Storia dei ms'i. Galileiani della Bibl. 
Naz. di Firenze, in «Atti dei Lincei » (1875-76), s. 2», voi. ITI, 
parte terza, Mem. se. mor., pag. 102. Vedi ora in Opere, ed. 
na/ion. VII, 686, post. 63. 



— lOI — 

alla luce : « Io non voglio tralasciare di mostrarvi un 
grandissimo errore, nel quale incorrete non solo voi, ma 
anche molti e molti altri mentre accusate i filosofi moderni 
che ipsa antiquitate non utunttir, fondandovi sul vedere 
che essi mediante le ragioni ed esperienze scoperte novel- 
lamente segnano nuove opinioni. Il valersi dell'antichità 
in filosofare è ottimo pensiero ; ma non dell'antichità 
intesa a vostro modo, se già non vogliamo dire che un 
vecchio, il quale sia involto nelle leggerezze e nei pia- 
ceri giovanili, viva conforme a l'etade antica, poi che 
così et egli e la maggior parte dei vecchi hanno costu- 
mato di vivere.... Quando si dice che in filosofia si ha 
da rivivere 1' età più vecchia e che ci conviene 
avere riguardo all' antichità, si ha da intendere del- 
l' età più vecchia del mondo, il quale col crescere di 
anni cresce in maggior perfezione e maggiore espe- 
rienza e notizia delle cose. Ora, se questa vecchiezza 
compete molto più a' tempi nostri che a' quelli d'Ari- 
stotele, ne' quaU, avendo la filosofia da due mila anni 
manco che adesso, era si può dire novizia e fanciulla, 
non biasimate coloro che in età matura più non vogliono 
pargoleggiare » *). 



VI. 



Più prossimo alla forma del pensiero bruniano 
è un frammento di Cartesio pubblicato dal Baillet 
nella sua Vie de Mr. des Cartes (1691) ; « Non est 
quod antiquis multum tribuamus propter antiquita- 



^) Da Antonio Fa varo, Amici e corrif-òontienti di G. Ga- 
lilei, XXX XII : ^f. Guiducci negli « Atti del R. Est. Ven. •, 
a. 1913-16, t. II, pag. 1404. 



— 102 — 

tem, sed nos potius iis antiquiores dicendi. lam enim 
senior est mundus quam tunc, maioremque habemus 
rerum experientiam» ^). Ma quest' idea in Cartesio 
non giova già ad apprezzare la storia, poiché egli non 
insiste sul fondamento di questa maggiore esperienza 
attribuita ai moderni ; e partecipa all' illusione antisto- 
rica del Bacone di una instauratio ah imis, che faccia 
tabula rasa del passato. Il quale per Bruno, invece, è 
la base del presente. L' intelligenza matematica di 
Cartesio è, com' è noto, nelle condizioni men favorevoli 
a una valutazione positiva della storia. 

E con lui,neir identica situazione, si trova Malebran- 
che (1674), che in un luogo benissimo della Recherche de la 
vérité^), divenuto famoso, dice : << On estime davantage 
les opinions les plus vieilles parce qu'elles sont les plus 
éloignées de nous. Et sans doute, si Nembrot avait écrit 
r histoire de son règne, tonte la politique la plus fine et 
méme toutes les -autres sciences y seraient contenues, 
de méme que quelques-uns trouvent qu'Homère et Vir- 
gjle avaient une connaissance parfaite de la nature. 
Il faut respecter l'antiquité, dit-on : quoi Aristote, 
Platon, Epicure, ces grands hommes, se seraient trom- 
pés !? On ne considère pas qu'Aristote, Platon, Epicure 
étaient hommes comme nous et de la méme espèce 
que nous : et de plus, qu'au temps où nous sommes, 
le monde est plus àgé de deux mille ans, qu'il a plus 
d'expérence, qu'il doit étre plus éclairé, et que c'est 
la vieillesse du monde et de l'expérience qui font de- 



1) Paris, 1691, liv. Vili, cap. X, pag. 531 ; Descarifs, 
Oeiwres, ed. Adam-Tannery, X, pag. 204. « It is unlikely that 
Descartes (dice T Intyre, op. cit., pag. 336) should have 
been ignorar»! of a writer well known to Mersenne and Huet.... 
Certainly the fact thj?th Desc. nowhere mcntions the guilty 
philosopher is of no importance in deciding as to the influence 
of the latter upon him ». 

*) Livr. Il, pari. 2, chap. 3 (ed. Garnier, a cura del Bouil- 
LiER, t. I, pag. 203). 



— 103 — 

couvrir la vérité»^). Ma qui si obbedisce ai motivi 
della celebre querelle des anciens et dcs moderncs che in 
Francia fu dibattuta lungo il xvii e xviii secolo, e fu 
la continuazione del movimento degli scrittori nostri 
della Rinascenza ; iniziato in Francia appunto da Car- 
tesio, co* suoi seguaci, che insegnò, è stato detto, «le 
mépris de Tantiquité, comme Ronsard en avait prechée 
Tadoration » *). Bruno era stato affatto alieno da 
questo dispregio dell'antichità^). 



*) Cfr. N. Amenta, avvocato napoletano. De' rapporti 
di Parnaso, Napoli, 1710, pag. 118, dove si rimanda a questo 
luogo di Malebranche contro la sujjerstizione per gli antichi. 
Vedi Maugain, ÈHide sur l'éuohftion intell. de l'Italie de 1657 
à 1750, Paris, T909, pag. 173. 

») Vedi H. RiGAULT, Hist. de la querelle des ang. et des 
niod., Paris, Hachette, 1856, pag. 49 ; e cfr. pei motivi e il 
significato della querelle Alfred Michiels, Hist. des idées 
littéraires en France au XIX siede et de leurs origines dans 
les siècles antérieures, Paris, 1863 ; Brunetière, La forma- 
tion de l'idée du progrès au XVII l siede, in Études critiqttes 
sur Vhist, de la littér. frane., cinquième sèrie, 2» ed., Paris, 
Hachette, 1896, pagg. 183-250 e J. Delvaille, Essai sur 
Vhist 'le l'idée de progrès jusqu'à la fin dii XVI TI siede, Pa- 
ris, Alcan, 1910, lib. IV. Sulle deficienze del libro del Del- 
vaille, che si lascia sfuggire il valore della pagina della Cena, 
vedasi la mia Ri firma della dialettica hegeliana, Messina, 
Principato, 1913, pagg. 231-41. Il Michiels e il Delvaille 
hanno richiamato l'attenzione sopra un luogo infatti molto 
notevole, come anticipazione del concetto di Pascal, del 
« Discours à l'Académie » (3 gennaio 163Ò) di Guillaume 
CoUete : « Si nous pouvons savoir les choses qu'ils (les 
anciens) ont sues et les égaler en ce que nous les sa- 
vons comme eux, nous pouvons aussi les surpasser en 
ce point que nous savons des choses qui leur ont été rachées, 
que le temps nous a dc'couvertes, et qu'il semble n'avoir ré- 
servées que pour nous. Et, en effet, comme une longue expé- 
rience ne s'acquiert qu'avec un long usage, il est bien croya- 
ble que les derniers qui sont comme la vieillesse du monde, 
peuvent donner aux hommes des connaissances et des lumiè- 
res que l'enfance du monde ne leur pouvait pas donner encore ». 

3) Non ha badato punto a questa differenza essenziale 
tra il concetto del progresso e la svalutazione degli antichi 



— 104 



VII. 



Molto più s'avvicinano al pensiero del Bruno, pel mag- 
gior senso del valore dello spirito che dà loro il misticismo, 
Arnauld e Pascal. Il primo dei quali ribatteva la vecchia 
tesi della progressiva corruzione sostenuta da un teologo 
avverso alla nuova filosofia, dicendo paradosso 
ridicolo r immaginarsi più sapienti i più anti- 
chi. « Si cela était, il f audrai t qu'il y eut, avant le déluge, 
de plus habiles médecins, de plus savant géomètres 
qu'Hippocrate, Archimede et Ptolémée. N'est donc pas 
visible au contraire que les sciences humaines se perfec- 
tionnent par le temps ? »*). 

Ma classico è lo svolgimento che dà Pascal al con- 
cetto del progresso di contro al principio di autorità 
nella Préface sur Tratte du vide (1647) : ed è il solo vero 
commento al luogo di Bruno, che a lui per altro rimase 
forse ignoto. Il Pascal fa una distinzione analoga, ma 
non eguale, a quella che abbiamo veduta nello scrittore 
italiano : ossia distingue le scienze che dipendono dal- 
l'autorità, le quali non hanno altro fondamento che la 
memoria, e sono puramente storiche, mirando a 
conoscere quel che è stato tramandato dagli scrittori ; e 
le scienze che dipendono dai nostri sensi e dalla ragione. 
Esempi delle prime : la storia, la geografia, le hngue, 
ma, sopra tutto, la teologia. In queste disciphne pare al 
Pascal che si possa giunger alla conoscenza totale, cui 



il GuYAU negli estratti raccolti nel suo vohirae : Pascal, 
Entretien avec De Soci et De l'mttorité et du progrès en philo- 
Sophie, Paris, 1875. 

*) BoTJiLLiF.R, Hist. de la pkilos. cartés., l, pag. 483 ; 
RiGAULT, pag. 33. 



— 105 — 

non sia più possibile aggiunger altro. AH' incontro, le 
scienze dell'altra classe (la geometria, l'aritmetica, la 
musica, la fisica, la medicina, l'architettura e tutte 
insomma le discipline soggette al ragionamento e all'e- 
sperienza) crescono sempre col tempo, con la fatica che 
vi si spende intorno e col moltiplicarsi delle esperienze. 
Qui si può accogliere nuove teorìe senza mancar di 
rispetto agli antichi, e senza peccare d'ingratitudine, 
« puisque les premières connaissances qu'il nous ont 
données ont servi de degrés aux notres, et que dans 
ces avantages, nous leur sommes redevables de l'a- 
scendant que nous avons sur eux ; parce que, s'étant 
élevés jusqu'à un certain degré ou ils nous ont porte, 
le moindre effort nous fait monter plus haut, et avec 
moins de peine et moins de gioire nous nous trouvons 
au-dessus d'eux. C'est de là que nous pouvons découvrir 
des choses qu'il leur était impossible d'apercevoir. No- 
tre vue a plus d'étendue ». 

Pascal, come si vede, teorizza la necessità del pro- 
gresso, al pari di Bruno. Ma il progresso suo è esten- 
sivo, e non intensivo; matematico, non \ 
propriamente storico. Per Bruno lo spirito si | 
viene trasformando in rapporto all'estendersi della sua \ 
conoscenza ; e viceversa, la conoscenza si viene esten- 
dendo in funzione dell' incremento incessante dello spi- 
rito. Che è il vero e concreto concetto del progresso. Al 
Pascal sfugge questo lato più profondo. La dignità della 
ragione umana, e la sua superiorità sull' istinto che 
« demeure toujours dans un état égal », consiste ap- 
punto cen ce que les effets du raisonnement augmen- 
tent sans cesse ». Soltanto gU effetti ! La scienza istin- 
tiva degli animali non progredisce perchè, acquistata 
sotto la pressura del bisogno, è co'i fragile che si perde 
insieme col bisogno che 1* ha fatta nascere. Gli animali 
la ricevono a volta a volta dalla natura e non la conser- 
vano ; onde non aggiungono mai il nuovo al vecchio ; 
perchè non hanno mai un vecchio possesso. La natura 



— io6 — 

non concede mai loro nulla di meno, affinchè non peri- 
scano; ma non concede loro neppure nulla di più «de peur 
qu'ils ne passent les limites qu'elles leur a prescrites ». 
L'uomo invece è nato per superare ogni limite: n'est 
produit que pour Vinfinité. Grande pensiero, che però 
da Pascal è guardato da una sola faccia, come conveniva 
alla sua filosofia, orientata in modo cosi radicalmente 
diverso da quella di Bruno, che diceva anche lui poco 
innanzi al passo qui studiato d'esser « promosso a scuo- 
prire l' infinito effetto dell' infinita causa, il vero e vivo 
vestigio de l' infinito vigore ». Per Bruno questo in- 
finito è interno a noi, ed è noi stesso. Per Pascal è fuori 
di noi ad appartiene all'oggetto , e solo all'oggetto della 
conoscenza : infinito matematico, astratto. L'unilatera- 
lità del suo progresso è evidente in questa bella pagina, 
onde egli spiega l'infinità, per cui l'uomo è prodotto : 
« H est dans l'ignorance au premier àge de sa vie ; mais 
il s' instruit sans cesse dans son progrès : car il tire 
avantage seulement de sa propre expérience, mais en- 
core de celle des ses prédécesseurs ; parce qu'il garde 
toujours dans sa mémoire les connaissances qu'il s'est 
une fois acquises, et que celles des an^iens lui sont 
toujours présentes dans les livres qu'ils en sont lais- 
sés. Et comme il conserve ces connaissances, il peut 
aussi les augmenter facilement ; de sort que les 
hommes sont aujourd'hui en quelque sorte dans le 
meme état où se trouveraient ces angiens philosophes, 
s'ils pouvaient avoir vieilli jusques à présent, en a i o u- 
t a n t aux connaissances qu'il avaient celles que leurs 
études auraient pu leur acquérir à la faveur de tant de 
siècles. De là vient que, par une prerogative particulière, 
non seulement chacun des hommes s'avance de jour 
en jour dans les sciences, mais que tous les hommes 
ensemble y font un continuel progrès à mesure que 
l'uni ver s vieillit, parce que la meme chose arri ve dans 
la succession des hommes, que dans les àges diffé- 
rents d'un particulier. De sorte que tout la suite des 



— 107 — 

hommes, pendant le cours de tant de siècles, doit 
ètre considerée comme un meme homme qui *) sub- 
siste toujours et qui apprend continuelk ment : d'où 
l'on voit avec combien d'injustice nous respectons l'an- 
tiquité dans ses philosophes ; car, comme la vieillesse 
est Tàge le plus distant de l'enfance, qui ne voit que la 
vieillesse, dans cet homme uni versoi, ne doit pas etre 
cherchée dans les temps proches de sa naissance, mais 
dans ceux qui en sout les plus éloignée ? Ceux qui nous 
appellons anciens étaient vératablement nouveaux en 
toutes choses, et formaient l'enfance des hommes pro- 
prement ; et comme nous avons j o i n t à leurs con- 
naissances l'expérience des siècles qui les ont suivis, c'est 
en nous que l'on peut trouvcr cette antiquité que nous 
révérons dans les autres » *). 

n Pascal stesso, adunque, non vede altro progresso 
che quello della quantità delle conoscenze; per cui l'uomo 
conserva le già acquistate, ed attingendo nell'infinità 
dello scibile può sempre aggiungervene nuove. Ma l'uo- 
mo resta sempre lo stesso uomo, per estendere che faccia 
la sfera del proprio sapere. Questo sarà appunto il con- 
cetto che prevarrà nella seconda metà del Seicento nella 
qtierelle; in cui, per negare la superiorità degli antichi, si 
finirà col sostenere che gli uomini in tutti i tempi sono 
stati gli stessi ; ossia col toglier di mezzo il progresso. 
Onde Fontenelle nei Dialogues des morts (1683), se fa 
negare da Montaigne il frutto delle esperienze umane, 



•) Charles Perrault nel Panllèle des anciens et des 
niodernes (1688-97) ^^'"à '• « Le genre humain doit étre consi- 
déré comme un seul homme éternel, en sorte que la vie de 
l'humanité, comme la vie de l'homme, a son enfance et sa 
jeunesse ; qu'elle a actueilement sa virili té, mais qu'elle n'aura 
pas de déclin et que cette loi d'un incessant progrès est vraie 
et d«^monsti*able non seulcment pour les sciences exactes et 
d'observation, et pour l'industrie ou la politique, mais meme 
pour la morale ou par l'art » (in Guyau, op. cit., pag. 207). 

*) Nell'ed. Guyau cit., pagg. 49-61. 



__ io8 — 

perchè gli uomini « sont faits comme le oiseaux, qui 
se laissent toujours prendre dans les memes filets où 
Von a dejà pris cent mille oiseaux de leur espèce, il n'y 
a personne qui n'entre tout neuf dans la vie, et les sot- 
tises des pères sont perdues pour les enfants » ; da 
Socrate fa difendere la tesi, che «les habits changent; 
mais ce n*est pas à dire que la figure des corps change 
aussi. La poli tesse ou la grossièreté, la science ou Tigno- 
rance, le plus ou le moins d'une certaine naiveté, le 
genie sérieux ou badin, ce ne sont là que le dehors 
de l'homme, et tout cela change : mais le coeur ne change 
point, et tout l'homme est dans le coeur »^). 

Tale fu il concetto astratto della natura umana, cioè 
dello spirito, prevalso nel secolo antistorico per antono- 
masia, il xviii;ed era stato il concetto del nostro Cinque- 
cento, quando i comici copiavano Plauto e Terenzio, col 
pretesto che nil sub novi, come ripeteva il Ruzzante, e 
che «il mondo», come diceva Lorenzino de' Medici nel 
prologo dell' Aridosia, « è stato sempre a un modo » ; o. 



*} Lo stesso FoNTENELLE nella Digression sur les anciens 
et les modernes (unita alle sue Eglognes, 1688) scriverà : « Un 
bon esprit cultivé est, pour ainsi dire, compose de tous les 
esprits des siècles précédentes : ce n'est qu'un méme esprit , 
qui s'est cultivé pendant tout ce temps-là. Ainsi, cet homme, 
qui a veQu depuis le commencement du monde jusqu'à pré- 
sent, a eu son enfance, etc. ». Dove par di riudire la parola 
di Pascal. Ma il frammento di Pascal non era allora pub- 
blicato (edito per la prima volta dal Bossut nel 1779 col 
titolo De V autorità en matière de philosaphie) quantunque si 
possa sospettare che il Fontenelle l'avesse potuto vedere ma- 
noscritto. I commentatori di Pascal citano S. Agostino, De 
civ. Dei, X, 14, dove pure l'umanità è paragonata a un solo 
uomo che si sviluppa attraverso le sue varie età : ( Sicut autem 
unius hominis, ita immani generis.... recta eruditio per quosdam 
articulos temporum tanquam aetatum processit accessibus ». Cfr. 
E. Havet, nelle note alla sua edizione di Pascat., Pensées, Pa- 
ris, Delagrave, 1887, IT, 275, 



— log — 

come teorizzava quello spirito bizzarro del Doni ^), 
«quel che si dice oggi è stato detto molte volte, perchè 
coloro che sono stati innanzi a noi hanno avuto i mede- 
simi humori , più et più volte : per esser questa materia 
dell'homo d'una medesima sostanza, sapore, et ha ver 
dentro tutto quello in questi spiriti, che tutti gli altri 
spiriti hanno avuto »; e come anche asseriva l'autore dei 
Discorsi sopra la prima deca di T. Livio, quando ripo- 
neva la «vera cognizione delle istorie * nel <f trarne, leg- 
gendole, quel senso j> e nel «gustare di loro quel sapore 
che le hanno in sé » : ossia quegli ammaestramenti, cui 
non badano gli «infiniti che leggono, pighando piacere 
di udire quelle varietà deìli accidenti che in esse si con- 
tengono, senza pensare altrimenti d' imitarle, giudicando 
la imitazione non solo difficile, ma impossibile : come se 
il cielo, il sole, gli elementi, gli uomini fossero variati di 
moto, d'ordine e di potenza, da quello che egli erano 
anticamente » *). 

Bruno, insomma, in tutta la Rinascenza, per cotesta 
sua netta intuizione della storicità dello spirito, è una 
voce affatto isolata ; e tale resta in tutta Europa fino 
a G. B. Vico 8). 



*) / Marmi, Venezia, Marcolini, 1552, I, 53. 

•) Discorsi, lib. I, introd. ; cfr. Ili, 43. Si può ricordare an- 
che quest'altro luogo ; « Io ho sentito dire che la istoria è la 
maestra delle azioni nostre, e massime de' principi : e il mondo 
fu sempre ad un modo abitato da uomini che hanno avuto 
sempre le medesime passioni ; e sempre fu chi serve volentieri, 
e chi si ribella ed è ripreso >• {Del modo di trattare i popoli della 
V aldichiana) . 

*) Un'eco citila Cena bruniana è molto probabilmente il 
seguente passo del cosentino Tommaso Cornelio (161^^-1684) 
ne! dialogo proemiale ai suoi Progyninasmaia physica (del 
quale Giordano Bruno è uno degli interlocutori) : « Nec me 
porro gravi US iratum.... putes, quod abs te fuerim subcontu- 
meliose reprehensus. Do hoc ardori studioque tuo eiga bar- 
bnto«? illos veteres, quorum nomina, memoriamqne auguste 



— no — 

et sancte veneraris. Sed vide interea ne nimium fallare, duni 
sapietitiam illam authoritatemque, quam in aetibus habet se- 
nectus, antiquitati deferendam arbitraris. Num tibi illud exci- 
dit, quod paulo ante dixeras, consenuisse jam mundum atque 
adeo ipsius grandaevitatem senectutemque nostro potius sae- 
culo, quam priscis temporibus esse tribuendam ? At vero 
quemadmodum senes et rerum cognitione et maturi- 
tate iudicii, natu minoribus saepe numero praestant, 
quia nimirum plura illis experiri et usu cognoscere medita- 
rique licuit, ita nostra haec aetas, utpote antegressis gran- 
dior et per multa experientiarura varie tate cumulatior, plurima 
comporta habet atque perspecta, quae ab antiquioribus igno- 
rabantur. Ouocirca quum non panca nos a veteribus vel 
literis consignata, vel per manus tradita et haereditario quasi 
jure transmissa acceperimus, rerum illam ampliorem notitiara. 
quae aetate provectiores minoribus plerumque praecellunt, 
nobis non injuria vendicabimus. Ita profecto se res habet. 
Nihil piane inventum simul et perfectum est. Rudis quidem 
fuerat ac pene dixeiim puerilis Pythagorae temporibus philo- 
sophia, quae magnum deinde saeculis sequentibus nacta est 
incrementum ; et medicina sub Hippocrate felicissima ha - 
buit incunabula, postea vero una cum aetatibus etiam atque 
etiam adolevit » : ediz. di Napoli, i68^ P^-gg- 22-3. I Progin- 
nasmi erano già usciti a Venezia nel 16)03, ® l^i prima volta, 
anche a Venezia, «Typ. haeredumFrancisci Babà », nel 1663, 
in-40 : V. N. Toppi, Bihl. napoL, Napoli, 1778, pag. 296. 



IV. 

IL CONCETTO DELL'UOMO 
NEL RINASCIMENTO 



Dal Giorn. star. d. lettef. Hai. voi. LXVII, 1916, 
con aggiunte. 



« Basterebbe questa sola conquista 
per imporci un obbligo di eterna ri- 
conoscenza verso gli uomini del Ri- 
nascimento » . 

Burckhardt, Ciu. Rinasc. Hai., tr. 
it., II. 95. 

La conquista, che il Burckhardt ascrive a grande 
merito degli scrittori e degli uomini italiani del Rina- 
scimento, è quella del concetto, allora scoperto, del 
valore proprio dell'uomo e della sua superiorità sulla 
natura. Noto abbastanza è come tale concetto si sia 
fatto strada a grado a grado nella coscienza degli uomini 
di quell'età ; ma finora non si è studiata la forma filo- 
sofica che assunse ben presto, e con cui vigorosamente 
si spiegò nelle menti dei maggiori pensatori. 

Il problema filosofico concerne, da una parte, la 
posizione dell'uomo di fronte a Dio inteso come prin- 
cipio trascendente della realtà ; e riceve nel Rinasci- 
mento una soluzione naturalistica, poiché si assegna 
alla vita umana un fine immanente. Ma, dall'altra, 
riguarda la posizione dell'iiomo di fronte alla natura, 
con la quale egli era dalla filosofia antica mescolato e 
confuso ; e riceve per questo rispetto una soluzione op- 
posta alla prima; una soluzione , che rivendica l'auto- 
nomia dell'uomo di fronte alla natura inferiore, ricolle- 
gandolo alla divinità trascendente. Onde per un verso 
si nega, ma per l'altro si è condotti a riaffermare V im- 
mortalità. E si hanno due diversi e talvolta opposti in- 

d — Giordano Bruno r il ptmiero d*l Rinatttmenjl» 



— 114 — 

dirizzi di filosofare ; i quali pure concorrono nella spe- 
culazione di Tommaso Campanella, che ben si può con- 
siderare come il frutto più maturo del Rinascimento 
italiano. 



Uno dei più notevoli sonetti del Campanella, in- 
nanzi ai quali lo studioso della storia del pensiero si 
ferma colpito da lampi di intuizioni profonde, è quello 
segnato col n. 34 della Scelta, pubblicata da Tobia 
Adami nel 1622, e quindi scritto anteriormente, come 
io credo, al 1607 *). È intitolato : Che la malizia in 
questa vita e nell'altra ancora è danno, e che la bontà bea 
qua e là : composto perciò per esprimere il concetto 
che non occorre postulare una vita oltremondana per 
assicurare il premio alla virtù e il castigo alla colpa, e 
a combattere implicitamente la vecchia teodicea che 
ricava una prova dell' immortalità dell'anima dal con- 
cetto dell'assoluta giustizia di Dio. Il sonetto dice : 

Seco ogni colpa è doglia, e trae la pena 
nella mente o nel corpo o nella fama : 
se non repente, a farsi pian pian mena 
la robba, il sangue o l'amicizia grama. 

Se contra voglia seco ella non pena, 
vera colpa non fu : e se '1 tormento ama, 
eh' è amaro a Cecca e dolce a Maddalena, 
per far giustizia in sé, virtù si chiama. 

La coscienza d'una bontà vera 
basta a. far l'uom beato ; ed infelice 
la fìnta ed ignorante, ancor ch'altèra. 

Ciò Simon Piero al mago Simon dice, 
quando volessim dir che l'alma péra, 
ch'altre pur vite e sorti a se predice. 



*) V. Poesie, ed Gentile, Bari, Laterza, T015, pag. 83 
e per la cronologia la mia Nota ivi, pag. 293. 



— 115 — 

Il Campanella è convinto, come risulta dalle stesse 
poesie e da tutti i suoi scritti, che l'anima infatti predica 
a sé altra vita oltre a questa, in cui pare che soffra il 
giusto e r ingiusto goda ; un'altra vita, in cui le parti 
s'invertiranno, come tutti i teologi e molti filosofi di- 
cono. Ma nel suo naturalismo, in cui la natura tutta, 
compreso l'uomo, si spiega « iuxta propria principia », 
senza che si ricorra a una realtà trascendente, crede 
che la giustizia s'adempia già perfettamente in questa 
vita, e il castigo sia immanente alla colpa stessa, come 
il premio alla virtìì ;o, come oggi si direbbe, che il valore 
è nella stessa volontà che lo realizza ; o ancora, come 
diceva Kant (che pure continua anche lui a desumere dal 
concetto della giustizia la fede nell' immortalità dell'a- 
nima), che il bene supremo risieda appunto nella buona 
volontà. Seco ogni colpa è doglia, e le 
pene che essa trae con sé, naturalmente, nell'anima e 
nel corpo, nelle sostanze, nella famiglia, e anche nelle 
amicizie, sono conseguenze della stessa natura della 
colpa ; che porta seco la coscienza di sé, e quindi il 
rimorso, il penar seco. E qui s'arresta il ciclo 
della colpa. Che se il rimorso genera la contrizione, il 
tormento dolce alla penitente Maddalena, «remittun- 
«tur ei peccata multa, quoniam dilexit multum»*): 
allora, dice il Campanella non è più colpa, ma virtù : 
allora la volontà, quella stessa della colpa, fa giusti- 
zia in sé. Che è il ciclo della redenzione. Man- 
cando la coscienza del male, il male non e' é ; ma e' è 
la miseria del male, giacché infelice è chi si stimi buono 
ignorando che sia bontà vera, come infehce ehi finge 
d'esser buono : mancando all'uno e all'altro quella 
bontà, nel cui possesso o nella cui coscienza consiste la 
beatitudine. Concetti, che il Campanella svolge anche 



') Lue, 7, /17. 



— ii6 — 

nella Philosophia realis ^), dove insiste sulla tesi che 
« naturalis est punitio culpae », perchè ogni vizio è una 
violazione delle leggi di natura, ed è punito nelle sue 
conseguenze dalla stessa natura, che non può esser vio- 
lata.- 

« In questo modo», è stato detto ^), «il Campa- 
nella precedeva i moderni, e specialmente lo Spencer 
(benché non trasmodi al pari di costui, mantenendosi 
egh nei giusti Hmiti), che riguarda le reazioni naturali 
come Funico mezzo di disciplina morale ». Ma tra lo 
Spencer e il Campanella e' è una gran differenza, che 
torna tutta a vantaggio del secondo : che per lo Spencer 
la reazione della natura è una semplice reazione mec- 
canica, alla quale non è necessaria la coscienza del male ; 
laddove pel Campanella senza dissidio interno non e' è 
colpa : ossia per l'uno il male è un puro fatto o feno- 
meno naturale, laddove per l'altro è sì anche un fatto 
naturale, poiché si oppone alle leggi della natura, ma si 
realizza nella volontà, e qui attinge il suo valore e la 
possibilità del proprio superamento. Se contra 
voglia seco ella non pena, vera colpa 
non fu! Anche nella teoria della conoscenza il filo- 
sofo italiano può parere un puro sensualista, della stessa 
risma dello Spencer : ma il senso, a cui egli riduce ogni 
forma del conoscere, non è pura passività, ma, com'è 
stato notato, percezione della passività ; ossia intel- 
letto e senso in uno. Sicché il suo sensualismo, attenta- 
mente considerato, si rivela piuttosto uno schietto 
idealismo. 

n concetto piuttosto dell' immanente valore della 
volontà anticipa, senza dubbio, una delle più salde e 
fondamentali dottrine del kantismo. Ma negli ultimi 



^) Maral., e. XIV, a. i e 2. Cfr. il son. Modo di filoso- 
Jafe, nelle Poesie, pag. 16. 

^) G. B. Cerini, Gli scrittori pedag. ital. del sec. XVII, 
Torino, Paravia, 1900, pag. 160. 



— 117 — 

versi del sonetto è ricondotto dall'autore a un'auto- 
rità che toglierebbe ad esso ogni importanza storica, 
facendolo apparire quasi una opinione antichissima della 
stessa Chiesa cristiana, e, secondo il Campanella, del- 
l'Età apostolica, quantunque poi sopraffatta dalla più 
diffusa e prevalente dottrina, che riconnette la giusti- 
zia divina all' immortalità trascendente dell'uomo. A 
intendere l'accenno dei w. 12-13 giova leggere l'espo- 
sizione che fa del sonetto lo stesso autore in questi ter- 
mini : « Notabile sonetto per far conoscere che il male 
punisce l'uomo da sé subito e che, quando non è vero 
male, non porta pena contra il volere. E che la co- 
scienza netta può bear l'uomo. E quantunque l'alma 
fosse mortale, è più beato chi vive bene e puramente 
che gli malfattori. "Questa sentenza è di san Piero in 
san Clemente Romano, dove risponde a Simon Mago, 
che dicea che con la speranza dell'altra vita perdiamo 
la presente. E nell'ultimo verso pruova che sia immor- 
tale, perchè essa alma ha tali sillogismi efficaci a pro- 
varlo ; e trovansi oltre le profezie e religione ». 

Così, nella seconda canzone della Salmodia meta- 
fisica, appartenente al periodo delle più dure sofferenze 
del povero prigioniero chiuso in un'orribile fossa di 
Castel sant'Elmo, dice a Dio : 

Io con gli amici pur sempre ti scuso 
ch'altro secolo in premio a tuo' riserbi, 
e che i malvagi in sé sieno infelici 
sempre affliggendo gli animi superbi 

sdegno, ignoranza e sospetto rinchiuso ; 
e che di lor fortune traditrici 
traboccan sempre al fine. 

E nell'esposizione commenta : « A' buoni s'aspetta 
un'altra vita in premio. E che di più in questa vita 
gli tristi sono più puniti in verità, che gli buoni inter- 
namente, bench'e' non paia; come pur disse san 



— it8 — 

Piero a Simon mago ecc.» *). Nello stesso tempo egli 
componeva quel suo trattato così caratteristico con- 
tro epicurei e machiavellisti, che diede nel 1607 mano- 
scritto a Gaspare Scioppio, e fu da costui intitolato 
Atheismus triiimphatus ; il trattato che contiene tutta 
la teodicea del Campanella. Nel cap. XVI egli vi ri- 
spondeva «quaestioni atrocissimae, vexanti mentes 
« hominum, praecipue Epicureos et Machia vellistas » : 
la domanda di Geremia e di altri profeti : « Quare via 
« impiorum prosperatur ? ». E la sua prima risposta 
è quella ortodossa : « Dico hoc contrarium esse ei, qiiod 
credunt. Quippe enim hoc certum est argumentum, 
quod hominj conveniat alia melior vita, ut bene 
Athenagora ^) argumentatur, et, post hanc, futura sit 
recompensatio honorum et malorum.... Profecto, si tu 
credis providentiam et amorem Dei erga cn aturas, hoc 
argumentum morahter convincit quod nimirum altera 
sit vita»^j. 

Dove ognun vede che il Campanella ripete l'argo- 
mento già addotto da tanti , ma non gli attribuisce nessun 
valore, poiché avverte che esso può creare una convin- 
zione morale in chi già creda nella prov\ddenza, ma non 



*) Poesie, pag. 126. 

2) Cfr. il suo scritto De yesurrectione cadaverurii ; che il 
Campanella per altro potè leggere così trad. dal Ficino (Opera, 
Basilea, 1561, t. II, pag. 1872) : « Pro videntia.... prò vidi t ergo 
« composito quoque iudicium dispensaturum iuste, com.mune 
(( praemium vel supplì cium prò actionibus passioni busque ani- 
« mae corporique communi bus. Iudicium vero eiusmodi in 
« vita praesenti minus impletur, ubi impii quidem plerumque 
«fortunati sunt, pii vero insti que frequenter infortunati.... 
(( Nisi enim praemia manerent vitae sequentis, providentia 
<( iustitiaque divina traherentur in dubium. Homo quin etiam 
« brutis loret miserabilior, qui, religionis et iustitiae gratia, 
« corporeis, se privat oblectamentis et incommoda subit in- 
« numera. Ipsaque virtus, religio, leges deliramenta forent atque 
« de tri menta ». 

^) Parisiis, Du Bray, 1636, pag, 222. 



— 119 — 

vale per gli epicurei che anche questa provvidenza 
negano. Quindi tutta la forza della sua polemica 
si restringe alla icrie degli argomenti ai quali passa 
subito, desunti da considerazioni meramente naturali, 
o meglio naturalistiche. Basti la prima, che è questa : 
«Insuper assero, quod etiam si ha.ec, 
non credi s, bonum vrìt operari boni mi sccun- 
dum naturam. Operari enim secundum naturam cui- 
libet sano iucundum est, dicunt physiologi. Ergo 
pravi homines operantur malum contra naturam et 
regulas eius ; ergo semper moesti sunt. Gaudi um au- 
tem apparens est falsumque, quod subito pc^rditur, 
sicut gaudi um aegroti bibentis aquam contra legem 
medici magna cum voluptate ; sed statim affert mor- 
tem ; et voluptas falsa fuit. Plus capit voluptatis qui 
in fame manducat panem caseumque, prout natura 
statuit, quam qui sine fame vitulum saginatum. Hoc 
nec Epicurus negat : ergo si famem expectes, non es 
minor rege in cibo potuque ». 

Ma più ci interessa qui la conclusione dove si av- 
verte che « Petrus Apostolus hoc arcanum docuit contra 
V Simonem Magum, quod, etsi alia non superesset vita, 
« coscitntia rtcìa in hac beatum facit hominem magis, 
« quam quaecunque fortuna laeta incredulorum. Ecce 
« ergo quia boni sunt beati undequaque. Et quidem qui 
« non statuit vitae probitatem experimcnto proprio 
«agnoscere, hanc philosophiam unquam agnoscet. Et 
«ego testis sum, qui de omni viventi modo examen feci. 
« Scio etiam caros mihi puntate conscientiac ac vitae 
« probitate longe magii- gaudere, quam quibuscumque 
«deliciis »*). 

La discussione di san Pietro e Simon Mago intorno 
all'immortalità dell'anima, a cui s'allude ripetutamente 
dal Campanella, è nelle Pseudo-clementine Ricogni- 



^) Ath. tv., pag. 225. 



T~ 120 — 

zioni, scritte, a quel che pare, al principio del sec. Ili, 
e che il Campanella doveva aver lette prima dell'ini- 
zio della sua ventisettenne prigionia, e citava a memoria 
scrivendo le Poesie e VAtheismtis. E benché egli po- 
tes>.e a ragione vantare una portentosa memoria, questa 
volta bisogna pur dire che questa gli sia fallita. Ivi in- 
fatti san Pietro dice a Simon Mago che è segno della 
bontà divina dare il suo sole e la sua pioggia egualmente 
ai giusti e agi' ingiusti ; ma aggiunge ;.ubito : « Sed 
a hoc videretur iniustum, si bonos malosque acquali sem- 
« per sorte censeret, et ni si frugum causa hoc faceret, 
« quibus perfrui aequaliter omnes, qui in hoc mundo nati 
« sunt, conveniret ». Se non che, egli osserva, a quel 
modo che la pioggia mandata da Dio nutre del pari 
le biade e il loglio, e poi, al tempo della raccolta, le 
granaglie vengono conservate, e la paglia e il logHo 
bruciati, così nel di del giudizio i giusti entreranno nel 
regno di Dio e gì' ingiusti verranno reietti, e allora alla 
bontà succederà la giustizia di Dio. Per san Pietro non 
jji può negare che «si aequaUs permaneret perpetuo ma- 
«lis et bonir, iam hoc non solum bonum non esset, sed 
« et iniustum atque iniquum videretur », perchè non ci 
sarebbe più differenza di merito dal giusto all' ingiusto. 
Al che Simon Mago naturalmente oppone : «Unum est, 
«de quo mihi vehm satisfìeri, num immortalis sit 
« anima : non enim possum onus subin iustitiae, nisi 
« prius de immortalitate animae sciam, quae utique si 
«immortalis non est, nec preadicationis tuae poterit 
« stare professio ». Ma di ciò non può contentarlo Pietro, 
che soltanto dalla giustizia di Dio crede si possa de- 
durre r immortalità dell'anima ; e poiché Simone in- 
siste nel chiedere che si metta da parte la questione 
della divina giustizia, che egli non può concedere se 
prima non gli si provi quella vita immortale in cui essa 
si compirebbe, Pietro infine gli dichiara apertamente : 
« Audi. NonnuUi hominum blasphemantes Deum et 
« omnem vitam suam iniustitiae voluptate ducentes, 



— 121 — 

«in lectulis suis defuncti sunt consecuti finem vitae 
« intcr suos et honorabilem sepulturam ; alii vero, 
a Deum colentes et cum omni iustitia et sobrietate vi- 
«tam suam in parsimonia conservantes prò iustitiae 
« observantia, in desertis interiere, ita ut ne sepultura 
«quidem haberentur digni. Ubi est ergo iustitia Dei, si 
«anima immortalis non est, quae vel, si impie egerit, 
«poenas in futuro, vel, si pie et iuste, praemia conse- 
« quatur ? ». E a questa dichiarazione segue uno strin- 
gente dialogo in cui Simon "^ dice:« Hoc utique est quod 
« nos incredulos facit, quia multi bene agentes male pe- 
« reunt ; et rursum, multi impie agentes longi temporis 
« cum beatitudine vitam finiunt. — Et Petrus : Hoc 
«ipsum, inquit, quod te ad incredulitatem trahit, no- 
«bis certam fìdem facit, quia iudicium erit. Etenim 
«cum certum sit Deum iustum esse, necessarium et 
« consequens est aliud esse seculum, in quo unusquisque 
«prò mentis recipiens iustitiam Dei probet. Quod si 
«nunc omnes homines prò meritis suis reciperent, vere 
« nos falle re videbamur dicentes futurum esse iudicium : 
«et ideo hoc ipsum, quod in praesenti vita non reddi- 
«tur unicuique prò actibus suis, fidem indubitabilem 
«facit scientibus Deum esse iustum, quia iudicium erit. 
« — Et Simon : Cur ergo mihi non persuadetur ? — 
« Petrus ait : Quia verum prophetam non audisti, di- 
«centem (Matth. 6) : Quaerite primo iustitiam eius, 
« et haec onmia adponentur vobis. — Et Simon : In- 
«dulge, inquit, mihi, nolenti primo iustitiam quaerere, 
«antequam sciam' an immortalis sit anima. — Et Pe- 
«tru3 : Et tu mihi hoc unum indulge, quod non possim 
« facere aliter, quam me Propheta veritatis edocuit. — 
« Tum Simon : Certum est, inquit, non posse te adserere, 
« quod immortalis sit anima ; et hoc cavillaris, sciens, 
«quod si mortalis probetur, radicitus convellatur reli- 
« gionis istius, quam conaris adserere, tota professio : 
«et ideo laudo quidem prudentiam tuam, non tamen 
« probo persuasionem : multis enim persuades susci- 



— 122 — • 

« pere religionem et libidinis subire continentiam sub 
« spe futurorum bonorum, quibus evenit ut neque prae- 
«sentibus perfruantur et decipiantur futuris. Simul 
«enim ut mortuis fuerint, etiam anima pariter extin- 
«guetur » *). 

La conclusione è quella che doveva essere : contro 
Simone « principia negantem » Pietro non ha modo di 
dimostrare né la giustizia divina, né l'umana immor- 
talità ; e finisce con lo sdegnarsi contro la sfrontatezza 
dell'ateo. Nessun accenno, come si vede, all'ardita tesi 
immanentistica che il Campanella credeva di avere 
incontrata in quella discussione. Anzi per lo scrittore 
delle Ricognizioni non e' è giustizia senza un'altra vita ; 
che é la recisa negazione della tesi svolta dal Campa- 
nella nel suo sonetto. 

Come la memoria del filosofo calabrese potesse in 
questo caso ingannarsi non é diffìcile intendere ; e sa- 
rebbe inutile spendervi attorno parole. Certo egli me- 
scolava al ricordo di quella vivace discussione tra san 
Pietro e Simon Mago, che avevagli dovuto fare molta 
impressione, il ricordo d'altre letture relative allo stesso 
argomento : letture bensì di scrittori molto recenti, 
poiché r idea d'una giustizia immanente nello stesso 
mondo dell'esperienza suppone la negazione o il dubbio 
intorno al mondo che trascende l'esperienza, e insomma 
quella critica del concetto dell' immortalità dell'anima,, 
che è propria del Rinascimento. 

Ancora nella Theologia platonica di Marsilio Ficino, 
composta tra il 1469 e il 'yy, la felicità umana importa 
la vita oltremondana, e le prime parole dell'opera sono 
queste : « Cum genus humanum, propter inquietudinem 
«animi imbecillitatemque corporiset rerum omnium indi- 



*) D. Clementis Recognitionum libri tres, Rufino To- 
RANO Aquileiense interprete, in Clementina hoc est B. Clem. 
Romani, Opera, Coloniae Agripp., 1569, pagg. 56-7 (cito un* 
edizione che potè essere usata dal C.). 



— 123 — 

«gentiam, duriortm quam bestiae vitam agat in terris, 
« Fi terminum vivendi natura illi eundem penitus atque 
«ceteris animantibus tribuisset, nullum animai esset 
«infelicius homine. Quoniam vero fieri nequit, ut homo, 
«qui Dei cultu propius cunctis mortalibus accedit ad 
n Deum beatitudinis authorem, omnino sit omnium 
<n infelicissimus ; solum autem post mortem corperis 
« beatior effici potest ; necessarium esse videtur animis 
« nostris ab hoc carcere discedentibus lucem aHquam 
«superesse » *). 

Così, quando nel 15 16, nel suo De immortalitate 
animae, Pietro Pomponazzi con quelle stesse armi della 
filosofia aristotelica che erano state per tanti secoli 
adoperate a difesa dei dommi cristiani, ebbe impugnato 
r immortalità dell'anima, si trovò subito innanzi all'ob- 
biezione, che allora o non e' è un Dio a reggere il mondo, 
o (ciò che è assurdo) egli è iniquo. E il Pomponazzi, ispi- 
randosi forse allo stoicismo, ma sopra tutto alla logica 
inmianentistica e originale del suo pensiero, rispose : 
« Neutrum sequi ». Nessun male rimane essenzialmente 
impunito, nessun bene irrimunerato*). V'ha un dop- 



M FiciNO, Theol. PlaL, 1, i, in Opera, t. I, pag. 75. 

'^) 11 Fiorentino, Il Risorg. filos. nel Quattrocento, Napoli, 
1885, pag. 2x8, attribuisce al Fontano ir merito di avere nel 
suo trattato De prudentia (1496) concepito « la virtù come 
<( fine a se stessa e da ricercare per sé, non per altro fine. Il 
« che lo distingue non solo da Aristotele, ma dai suoi prede- 
« cessori, dal Valla e dal Filelfo, i quali si orano accostati 
«più ad Epicuro». E cita alcune frasi tolte dal cap. 11 del 
lib. II. Sicché il Fontano avrebbe anticipato di venti anni 
l'affermazione del Pomponazzi, che il premio della viitù non 
può essere se non la virtù stessa. Ma basta leggere quelle 
frasi nel contesto e accostarle a quello che si dice nel capi- 
tolo seguente dello stesso libro, per vedere che la virtù è con- 
cepita da lui come fine a se stessa nello stesso .senso dell'aù- 
làpxsta aristotelica, ed egli non sorpassa menomanente il 
punto di vista eudemonistico di Aristotele. Vedi i due luoghi 
riferiti neW Appendice, I. 

Fel concetto stoico della virtù premio a se stessa Seneca, 



— 124 — 

pio modo d' intendere la pena e il premio : un modo, 
per cui la pena o il premio è essenziale ed inseparabile ; 
e un altro, per cui invece, essa è accidentale e quindi 
separabile : « Praemiumessentiale virtutis est ipsamet vir- 
« tus, quae hominem felicem facit.Nihilenim maius natura 
« humana habere potest ipsa virtute, quandoquidem ipsa 
asola hominem securumfacit etremotum ab omni per- 
« turbatione. Omnia namque in studioso consonant : nihil 
« timens, nihil sperans, sed in prosperis et adversis imi- 
{( formiter se habens, sicut dicitur in fine I (cap. 90) 
« Ethicorum. Et Plato in Critone dixit : * Viro bono ncque 
«defuncto potest aUquod malum contingere'. At oppo- 
<( sito modo de vitio : poena namque vitiosi est ipsum 
« vitium, quo nihil miserius, nihil infelicius esse potest. 
« Quam autem perversa sit vita vitiosi et màxime fu- 
«gienda manifestat Aristoteles VII Ethicorum, ubi 
« ostendit quod vitioso omnia dissonant : nemini fidus, 
<( namque ipse sibi ncque vigilans ncque dormiens quie- 
<( scit, diris corporis et animi cruciatibus angustiatur : 
« vita infelicissima. Adeo quod nuUus sapiens, quantum- 
«cumque egenus, corpore infirmus, a bonis fortunae 
«destitutus, eligeret vitam tyranni, vel alicuius poten- 
« tis vitiosi malletque sapiens in sua dispositione per- 
« manere. Itaque omnis virtuosus virtute sua et feh- 
« citate praemiatur. Quare Aristoteles ProUematum XI 
« problemate, quo quaerit cur in certaminibus *) ap- 
<( ponuntur praemia, at non in virtutibus et scientiis, 



Epy 93; e cfr. RoHDE, Psyche, tr. it., II, 318 «. Claudiano, 
Pan. Manlio Theodoro vv. i ss. : 

Ipsa quidem virtus pretium sibi, solaque late 
Fortunae secura nitet, nec fascibus ullis 
Erigitur, plausuque petit clarescere vulgi eto. 

e già SiLio Italico, Pnn., XI II, 663 ; 

Ipsa quidem virtus sibimet pulcherrima merces. 

Cfr. Ovidio, Ex Pordo, II, in, 33. 

*) Probi. XXX, II : t^^ jjtèv xaxà tò aò)|i.a àyor/fas. 



— 125 — 

«dicit hoc ideo contingere, quoniam virtus ipsa est 
« praemium. Nam cum praemium de beat esse praestan- 
« tius certamine, nihilque prude ntia potest esse parestan- 
«tius, sibi ipsi igitur praemium est *j. At contrarium 
« de vitio contingit. Ideo nullus vitiosus impunitus relin- 
« quitur, quandoquidem vitium ipsum sibi vitioso sit 
« poena ». 

Il premio che può mancare alla virtù è quello acci- 
dentale ; e lo stesso dicasi della pena ; e soltanto perciò 
per rispetto a questi premi e pene accidentali si può dire 
che non ogni bene è ricompensato, e non ogni male puni- 
to. «Ncque hoc inconvenit », trattandosi di punti di vista, 
come oggi si direbbe, estranei alla natura intrinseca 
del bene e del male. Ma, nota il Pomponazzi, due cose 
sono da osservare : i.® che il premio essenziale è assai 
più perfetto dell'accidentale, come la virtù, p. e., del 
denaro ; e la pena della colpa è ben altra del danno, 
con cui essa può essere punita ; 2° che il premio acci- 
dentale od estrinseco non si somma al pregio intrinseco 
della virtù ; anzi lo scema. « Exempli causa, si ah qui s 
«virtuose operatur sine spe praemii, alter vero cum 
«spe praemii, actus secundi non ita virtuosus habetur 
« sicut primi ». E maggiore quindi è il premio del vir- 
tuoso cui non tocchi nessun premio accidentale. E vi- 
ceversa, il contrario può dirsi della pena : « cum poena 
damni adiungitur culpae, diminuit culpam ». Onde il 
Pomponazzi potrà conchiudere avvertendo da ultimo : 
« Quod studiose operans, non expectans praemium 
«aliud a virtute, longe virtuosius et magis ingenue 
« videtur operari quam ille, qui ultra virtutem prae- 
« mium aliquod expectat ; quique fugit vitium ob tur- 
« pitudinem vitii, non proptf r timoj-em poenae debitae 
« prò vitio, magis laudandus videtur quam qui evitat 



•) 'Ext tk del xf/C àywvia? xb àd-Xcv xpelttov elvaf ini |iàv yàp 
Tdv yty^x^n'Mb'é àtìXr^Jiàxwv xò dQAov oiptxtóxtpov xal pàyTiov x:^ àyto- 
vioc 00910? ti xi av à{>Xov péXttov Yévoixo. 



— 126 — 

« vitium propter timorem poenae. Quare perfectius 
«asserentes animam mortalem meliiis videntur salvare 
«rationem virtutis quam asserentes ipsam immorta- 
«lem. Spes namque praemii et poenae timor videntur 
« servilitatem quandam importare, quae >rationi vir- 
« tutis contrariatur » *) . 

Bisognerà venire fino a Spinoza, perchè si senta 
ripetere, non per influsso del Campanella, né del Pom- 
ponazzi, ma forse del filosofo ebreo medievale Maimo- 
nide '"), e sopra tutto per una rigorosa elaborazione 
delle idee immanentistiche della filosofia neoplatonica, 
destinata a risolversi in schietto naturalismo, che « bea- 
titudo non est virtutis praemium, sed ipsa virtus » 
{Eth., V 42). Ma Spinoza, proiettando tutta la realtà 
dello spirito nel pensiero divino, che è la stessa realtà 
della natura, rende inconcepibile, senza libertà, questa 
virtù, che non sarà intesa nel suo valore assoluto 
prima di Kant. 



XI, 



È noto che un puro naturalista il Campanella non 
è ; come non è Bruno, e nessuno dei filosofi moderni 
prima dello Spinoza. Anche Campanella perciò ha bi- 



*) De iiuin. an., cap, XI V, 

^) Guide des égarés, trad. Munk III, 51-54; e cfr. L.-G. 
LÉVY, Maimonide, Paris, Alcan, 191 1, pag. 256; e una mia 
nota in Spinoza, Etica, Bari, Laterza, 191 5, pag. 370. Anche 
Spinoza, per diversi motivi del Campanella, ma non me- 
no del Campanella crede l'anima immortale ; e, come già 
il C, dice che quanivis nesciremiis mentem nostrani aeternam 
esse, pietatem tamen et religionem et absolnfe omnia quae ad 
animosi tatem et generositatem referri ostendimus...,, prima ha- 
beremus {Eth., V, 41). 



— 127 — 

sogno dell' imortalità trascendente dell'anima : di un'a- 
nima che non si spieghi come un risultato o un principio 
della stessa natura, ma la trascenda, e postuli ima 
realtà superiore. La tendenza immanentistica del suo 
pensiero si palesa tuttavia anche nella sua maniera di 
argomentare l' immortalità : fondata sulla osservazione 
della profonda differenza che separa l'uomo dal mondo 
naturale, onde l'uomo sovrasta a tutte le cose e celebra 
una natura analoga a quella di Dio, in quanto domina sul- 
l'universo, ne regge le forze e crea un mondo che è suo. 
Tra le poesie della Scelta una delle più belle è questa 
che canta con alta e commossa ispirazione la possanza 
dell'uomo *) : 

Gloria a Colui che '1 tutto sape e puote ! 
O arte mia, nipote — al Primo Senno, 
fa' qualche cenno — di su' immagin bella, 
eh' '( uomo » s'appella. 
5 « Uomo ). s'appella chi di fango nacque, 
senza ingegno soggiacque, — inerme, ignudo : 
patrigno crudo — a lui parve il Primo Ente, 
d'altri parente. 
D'altri parente, a' cui nati die' forza 
IO bastante, industria, scorza, — pelo e squame. 
Vincon la fame -- han corso, artiglio e corno 
contra ogni scorno. 
Ma ad ogni scorno l'uom cede e plora ; 
del suo saper vien l'ora — troppo tarda;*). 
1 5 ma sì gagliarda, — che dal basso mondo 
par dio secondo. 



') Poesie, pagg. 170-2. 

) K evidente in questo tratto la reminiscenza del mito 
di Protagora sull'origine dell'uomo e della società (Platone, 
Protag., XI). Ma questo contrasto tra l'infermità fisica del- 
l'uomo e la forza eie gli altri animali era diventata negli scrit- 
tori del Rinascimento proverbiale sull'esempio di Plinio {Nat. 
Hist.. VII; proemio^, che il Landino così tradusse (nel suo 
volgarizzamento pubbl. nel 1476): «Cominceremo dall'uomo, 
per cagion del quale pare che la natura abbia prodotto tutte 
le altre cose. Ma non «anza gran prezzo ci badato tante cose, e 
con crudeltà ha voluto ci sieno coste troppo care, in forma 



— 128 — 

E, dio secondo, miracol del Primo, 
egli comanda all' imo, — e *n ciel sormonta 
senz'ali e conta — i suoi moti e misure 
20 e le nature. 

Sa le nature de le stelle e '1 nome, 
perchè altra ha le chiome — ed altra è calva, 
chi strugge o salva — e pur quando l'eclisse 
a lor venisse, 
25 quando venisse all'aria, all'acqua, all'humo. 
Il vento e '1 mar ha domo, — e '1 terren globbo 
con legno gobbo — accerchia, vince e vede, 
merca e fa prede. 
Merca e fa prede ; a lui poca è una terra. 
30 Tuona, qual Giove, in guerra — un nato inerme 
porta sue inferme — membra e sottogiace 
cavallo audace. 
Cavallo audace e possente elefante ; 
piega il leon innante — a lui il ginocchio ; 
35 già tirò il cocchio — del roman guerriero ; 
ardir ben fiero ! 



che difficilmente si può giudicare se migliore madre inverso 
di noi è stata, o più crudele matrigna. Imprima l'uomo è solo 
tra tutti gli altri, el quale la natura non ricuopre colle sue 
cose medesime, ma con quelle d'altri. Agli altri animali è dono 
el suo vestire naturale, o guscio o corteccia o cuoio o spini o 
setole o pelo o piume o penne o squame o velli. Gli arbori 
ancora con due bucci sono difesi dal freddo e dal caldo. Solo 
l'uomo è prodotto dalla natura nudo, e '1 di che nasce in terra 
nudo cade cominciandosi dal pianto. Né altro animale è prò* 
dotto alle lacrime se non l'uomo, e queste sono el principio 
della vita sua. Né ride alcuno prima che '1 quadragesimo di, 
ma piange subito che è nato. E benché ogni bestia, eziandio 
quelle nascono tra noi, nascendo rimanghi libera, solo l'uomo, 
nato per signoreggiare agli altri animali, é legato e, quasi 
per malo augurio, comincia la sua vita da legami e da sup- 
plicii. Né questo male gli adiviene per altro suo errore, se non 
per essere nato » ecc. ecc. Ma da queste pessimistiche conside- 
razioni Plinio traeva la conseguenza malinconica, lontanis- 
.sima dal pensiero di Campanella : « È sanza fallo somma 
stultizia, avendo noi tale principio, persuaderci essere nati 
per usare superbia ». Come lungamente questo motivo pliniano 
sia stato sviluppato dal Gelli nei primi nove diali, della sua 
Circe, è dimostrato da C. Bonàrdi, G. B. Gelli e le sue opere. 
Città di Castello, 1899, pagg. 98 ss. 



— 129 — 

Ogni ardir fiero ed ogni astuzia abbatte, '^" '^"'^^' 

con lor s'orna e combatte, — s'arma e corre. *^](/[')i /, 

Giardino, torre — e gran città compone u] |]j oln'JH' 

4° ^. , . ^ l^gg^ P°"^' ^. ^ ,. l.;fr,M-,f ori. 

Ei leggi pone, come un dio. Egli astuto ' 

ha dato al cuoio muto — ed alle carte • ' '" *' 

di parlar arte ; — e che i tempi distingua \, 'v>;ìi>^uìV\ 

dà al rame lingua. !/{'!r>1n: 
45 Dà al rame lingua, perc'ha divina alma. 

La scimia e l'orso han palma, — e non sì industre, 

che '1 fuoco illustre — maneggiasse; ei solo . i''* • 

si alzò a tal volo. bn.HUp " 

Si alzò a tal volo.e dal pianeta il tolse ; )ijj(fi èdi - 
50 con questo i monti sciolse, — ammazza il ferro,j i 'k 

accende un cerro, — e se ne scalda e cuoce ' ojxMìIIj^kj >> 

vivanda atroce; ' -!J(>(j[mi' 

vivanda atroce d'animai che guasta: • ..,,., 
latte ed acqua non basta, — ogn'erba e seme 
55 per lui ; ma preme — l'uve e ne fa vino, 

liquor divino. >>iiLU\j^ 

Liquor divino, che gli animi allegra. sfVH'ya *> 

Con sale ed oglio integra — il cibo, e sana. ■< ioiirìlfi'} 

Fa alla sua tana — giorno quando è notte, , , ,(. ,^j]^j ,, 

60 oh leggi rotte ! l 

Oh leggi rotte! ch'un sol verme sia ' ' '^"'^^'^^l *' 

re, epilogo, armonia, — fin d'ogni cosa. ' ''> 

O virtù ascosa, — di tua gloria propria ..fi 

pur gli fai copia. ,. <,i,^»p„ 

65 Pur gh fai copia, se altri avviva il morto ; i-\ l. ì 

passa altri, e non è assorto, — 1' Eritreo ; ■>» > li 'm'n\i 

Canta Eliseo — il futuro; Elia, so 'n vola ^iiil'>)nr '11')].^ 

alla tua scuola; 1. obniir'»T)y< 

alla tua scuola Paolo ascende, e truova ',.^; , . j^.jj ,^ 
70 con manifesta pruova — Cristo a destra 
della maestra — Potestade immensa. 

Pensa, uomo, pensa! "i" mi ■.'!*■ 

Pensa, uomo, |x;nsa ; giubila ed esalta ii>' 0)jnin • 

la Prima Camion alta ; -- quella os53erva, Mtiifnir . ■ 

75 perch'a te .serva — ogn'altra sua fattura, Jnj,nijj < 

seco ti unisca pfentil fede pura, nin >l>!>fi* 

e '1 tuo canto del lor vada in più altura. ^aKi/p ,'i' 
• 11 concetto (vv. 16-17) dell'uomo che è, jxl suo pétì- '•" 

siero, dio, ritornerà in Giambattista Vico*), e si può' 

') V. i miei Studi vichiani, Messina, Principato, 1915, pag. 46Ì " ^* 

p — Giordano Uruno e il pensiero del Rinascimento 



— 130 — 

dire uno dei germi che schiuderanno nella Scienza Nuova. 
A tempo del Campanella, e per influsso molto probabil- 
mente di lui, s'incontra anche nel Galilei, malgrado il 
suo naturalismo. Chi non ricorda il suo celebre india - 
mento dell' intelletto umano nella prima giornata del 
Dialogo dei massimi sistemi ? Quivi, distinti i due modi, 
intensivo ed estensivo, dell'intendere, dice che «ex- 
«tensive, cioè quanto alla moltitudine degli intclligi- 
«bih, che sono infiniti, l'intender umano è come nullo, 
«quando bene egli intendesse mille proposizioni, per- 
«chè mille rispetto all'infinità è come uno zero ; ma, 
« pigliando l' intendere intensive, in quanto cotal termine 
«importa intensivamente, cioè perfettamente alcuna 
«proposizione,... l'intelletto umano ne intende alcuna 
«così perfettamente e ne ha così assoluta certezza, 
« quanto se n'abbia l' istessa natura ; e tali sono le 
« scienze matematiche pure, cioè la geometria e l'arit- 
«metica, delle quali l'intelletto divino ne sa bene infi- 
« nite proposizioni di più, perchè le sa tutte : ma di quelle 
« poche intese dall' intelletto umano credo che la cogni- 
« zione agguagli la divina nella certezza obiettiva, 
« poiché arriva a comprenderne le necessità, sopra la 
« quale non par che possa essere sicurezza maggiore ». 
Anche il Galilei ha questo senso profondo della divinità 
dell' inteUigenza umana: «Anzi, quando io vo consi- 
« derando quante, e quanto maravigliose cose hanno 
«intese, investigate ed operate gli uomini, purtroppo 
«chiaramente conosco io ed intendo esser la mente 
« umana opera di Dio, e delle più eccellenti ». Anche lui 
è ispirato quasi a cantare la potenza mirabile dell' inge- 
gno umano : « Io son molte volte andato meco medesimo 
«considerando, in proposito di questo che di presente 
« dite, quanto grande sia l'acutezza dell' ingegno umano : 
«e mentre io discorro per tante e tanto meravigliose 
«invenzioni trovate dagU uomini, sì nelle arti come nelle 
« lettere, e poi fo riflessione sopra il saper mio, tanto 
«lontano dal potersi promettere non solo di ritrovarne 



«alcuna di nuovo, ma anche di apprendere delle giù 
« trovate, confuso dallo stupore ed afflitto dalla dispe- 
« razione, mi reputo poco meno che infelice. S' io guardo 
«alcuna statua delle eccellenti, dico a me medesimo: 
« — E quando sapresti levare il soverchio da un pezzo 
«di marmo, e scoprire si bella figura che vi era nasco- 
« sta ? Quando mescolare e distendere sopra una tela 
« o parete colori diversi, e con essi rappresentare tutti gli 
«oggetti visibili, come un Michel angiolo, un Raffaello, 
« un Tiziano ? — S' io guardo quel che hanno ritrovato 
«gli uomini nel compartir gh intervalli musici, nello 
« stabilir precetti e regole per potergli maneggiar con 
«diletto mirabile dell'udito, quando potrò io finir di 
« stupire ? Che dirò dei tanti e sì diversi strumenti ? 
« La lettura dei poeti eccellenti di qual maravigha riem- 
« pie chi attentamente considera T invenzion de' 
« concetti e la spiegatura loro ? Che diremo dell'archi- 
« tettura ? Che dell'arte navigatoria ? Ma sopra tutte 
«le invenzioni stupende, qual'eminenza di mente fu 
« quella di colui che s' immaginò di trovar modo di co- 
« municare i suoi più reconditi pensieri a qualsivoglia 
« altra persona, benché distante per lunghissimo inter- 
« vallo di luogo e di tempo ? parlare con quelli che son 
« nell' Indie ? parlare a quelli che non sono ancora nati. 
« né saranno se non di qua a mille e dieci mila anni? 
« e con qual facilità ? con i vari accozzamenti di venti 
« caratteruzzi sopra una carta ! Sia questo il sigillo di 
«tutte le ammirande invenzioni umane » ^). 

Ma questo concetto della divinità immanente nel- 
l'uomo nel Gahlei è evidentemente una semplice eco, 



*) Opere, ed. naz., VII, 128-g. Su questo luogo v. B. Spa- 
venta, Esperienza e metafisica, Torino-Roma, Loescher, 1888, 
pagg. 218-9 e Scritti filosofici, ediz. Gentile, Napoli, Morano, 
1900, pagg. 383-7. V. Fazio-Allmayer, G. Galilei, nella collez. 
« I grandi pensatori » del Sandron, Palermo, 191 1, pag. 155 ; 
e una mia nota a q. 1. in Galilei, Frammenti e lettere, Li- 
vorno, Giusti, 191 7, pag. 26. 



— 132 -- 

affiochita da questa espressione del sentimento perso- 
nale della propria debolezza ; conseguenza, a sua volta, 
della posizione galileiana. Per Galileo infatti il divino è 
nella natura, fuori dell'uomo, e la stessa grandezza umana 
apparisce perciò come qualche cosa di estraneo all'uomo 
che l'afferma e l'ammira stupefatto, quasi la più alta 
meraviglia della divina natura. Pel Campanella invece 
è uno dei concetti centrali della sua speculazione. La 
quale ne trae argomento a quella vigorosa metafìsica 
del divino, onde il Campanella dal naturalismo tele- 
siano si solleva a una filosofìa naturalistica della reli- 
gione (poiché egh, e non Herbert Cherbury è il vero 
iniziatore della dottrina della religione natu- 
rale), e quindi alle sue rivoluzionarie idee politiche 
e sociah, rappresentate nella utopia della Città del sole. 
Chi confronti la poesia che si, è riferita con l'ante- 
riore capitolo 25 del secondo hbro del De sensu rermn 
dello stesso Campanella, nella primitiva redazione ita- 
liana, intitolato Della immortalità e divinità dell'uomo *) 
e col capitolo 7, forse contemporaneo, del suo Atkei- 
smus triumphatus, inteso anch'esso a provare «homi- 
«nem animo divino immortalique donatum esse » non- 
ché col posteriore articolo introduttivo al cap. 2 del 
XIV libro della sua Metafisica, dove si adducono «de 
«hominis excellentia super ani malia et divinitate eius 
« animae rationes efficacissimae et sensatae », vede in 
questo canto della possanza dell'uomo lo spunto di una 
dimostrazione filosofica, dal Campanella più volte ripe- 
tuta, della natura divina e quindi immortale dell'anima 
umana. L'uomo, egli dice, non è un essere tra gli altri 
della natura, perché nessuno effetto si può sopra la 
sua causa elevare. «Ma noi veggiamo che l'uomo non 
« si ferma sotto la natura degli elementi, e del sole e 
« della terra; ma molto più sopra loro intende, desidera ; 



*) V. il mio scritto Le varie redazioni del De sensu rer, 
di 2^. C.con un sar^gio del testo ita!, ined., Napoli, Giannini, 
pag. 26. 



— 133 — 

«e opera, più che nullo effetto loro, altissimi effetti. 
« Talché non pende da loro, ma da cagione molto più 
«alta, che Dio s'appella. Ecco che quando l'uomo va 
« cogitando, pensa sopra il sole, e poi sopra, e poi fuori 
« del cielo, e più mondi infinitamente, come escogitano 
« pure gli Epicurei, Dunque, di qualche infinita causa 
<( ella è effetto, e non del sole e della terra, sopra il quali 
« infinitamente trapassa »*) . E discorsi i titoli dell'ec- 
cellenza e potenza dell'uomo, tocca efficacemente la 
profonda radice della differenza tra l'universal natura 
e l'uomo : « Tutti gli animali stanno dentro il ventre 
« del mondo, e l'uomo con loro, come vermi dentro il 
« ventre dell'animale : e pure solo gli uomini s'accor- 
« gono che cosa è questo grande animale e il suoi prin- 
«cipii, corsi, vita e morte. Dunque, l'uomo sta non solo 
«come verme, ma come ammiratore e luogotenente 
«della causa architettrice d'ogni cosa» 2). Il pensiero 
infatti è ciò che si oppone alla natura, distinguendola 
da sé e in sé contenendola. Di qui il significato storico 
della poesia del Campanella e di tutti gU altri luoghi, 
in cui egli tratta questo argomento dell'eccellenza del- 
l'uomo sulla natura. 



III. 



Ma si tratta di un argomento caro ai filosofi italiani 
del Rinascimento ; e potrebbe parere ereditato senz'al- 
tro dagli scrittori classici. 

Dante, trattando nel Convivio della nobiltà del- 
l'uomo, ricorreva con la memoria al magnifico salmo 
biblico, che chiede a Dio : 

Quid est homo, quod memor es eius ? 

aut filius hominis, quoiiiam visitas ouiu ? 



*) Il sole e la terra, o il caldo e il freddo, erano le due 
nature agenti della fisica telesiana, seguita dal C. 
*) De stnsu rerum, 1. e. (redaz. ital.). 



— 134 — 

Minuisti euni palilo minus ab angelis ; 

gloria et honore coronasti eum, 
et constituisti eum super opera manuum tuarum. 
Omnia subiecisti sub pedibus eius, 

oves et boves universas, 

insuper et pecora campi, 
volucres caeli, et pisces maris 

qui perambulant semitas maris. 

Ma il Salmista ne traeva solo argomento a celebrare 
con gratitudine la grandezza meravigliosa di Dio, ter- 
minando come aveva cominciato : Domine Dominus 
noster, qiiam admirahile est nomen tuum in universa 
terra ! ^) . 

I nostri scrittori del Rinascimento invece si compia- 
cevano, come già Lattanzio^), di leggere in Ovidio i 
celebri versi, che nelle Metamorfosi (T, 76-86) fan se- 
guito alla descrizione della origine di tutte le cose 
naturali : 

Sanctius his animai mentisque capacius altae 
Deerat adhuc, et quod dominari in cetera posset. 
Natus est homo : sive hunc divino semine fecit 
lUe opifex rerum, mundi melioris origo, 
Sive recens tellus seductaque nuper ab alto 
Aethere cognati retinebat semina caeli ; 
Quam satus lapeto mixtam fluvialibus undis 
Finxit in effigiem moderantum cuncta deorum ; 
Pronaque eum spectent animalia cetera terram, 
Os homini sublime dedit, caelumque videre 
lussit et erectos ad sidera toUere vultus ^). 



♦) Salm. Vili. 

2) De opificio Dei, e. 2. e Div. Inst.it., II, i. 

3) Vedi le citazioni di questo luogo in Valla, Dialectica, 1,9; 
Platina, De falso et vero bono, in Opera, Colonia, 1551, pag. 16 ; 
Cardano, De rer, varietate, lib. VIII, e. 40 (Basilea, 1581), 
pagg. 490-91 ; Campanella, Philos. sen.^. demonsir., Èpist. 
proem. Cfr. G. S. Felici, Le dottrine filosofico-religiose di T. ('., 
Lanciano, Carrabba, 1895, pag. 16. 

Anche Minucio Fei^ice {Octav., 17): « Praecipue eum a 
feris beluis hoc differamus, quod illa prona in terramque 
vergentia nihil nata sint prospicere nisi pabulum, nos, quibus. 



— 135 — 

Cicerone nel De legihus (I, 9) aveva anch'egli con- 
trapposto l'uomo alla natura con parole pur care ai 
nostri scrittori del Rinascimento : « Animai hoc provi- 
«dum, sagax, multiplex, acutum, memor, plenum ra- 
« tionis et consili i quem vocamus hominem, praeclara 
« quadam conditione generatum a supremo deo : solum 
«enim est, ex tot animantium generibus atque natu- 
<< ris, particeps rationis et cogitationis, cum ce t era sunt 
« omnia expertia. Quid est autem, non dicam in homine, 
« sed in omni caelo atque terra, ratione divinius ? ». E 
nel De natura deorum (II, 56), per dimostrare « quantae 
<( res hominibus quamque eximiae tributae sint », questa 
poneva a capo di tutte le prerogative degli uomini : 
« Quae (providentia naturae) eos humo exitatos celsos 
«et erectos constituit, ut deorum cognitionem caelum 
« intuentes capere possent. Sunt enim ex terra homines 
« non ut incolae atque habitatores, sed quasi specta- 
«tores superarum rerum atque caelestium, quarum 
«speculum ad nuUum aliud genus animantium per- 
<i tinet ». Dove le parole ricordano quelle del De sensii 
rerum campanelliano ; e il concetto stoico, qui ripro- 
dotto da Cicerone, è certamente la fonte da cui sgorga 
il remoto principio del pensiero del Campanella. Ma è 
evidente il divario tra quella che per Cicerone può dirsi 
una semplice differenza di grado, e l'opposizione quali- 
tativa che il Campanella scorge tra lo spettacolo e lo 
spettatore, la natura e la mente. 

Anche l'esaltazione dell'eccellenza umana era un 
motivo dell'antica polemica, stoica prima e poi neopla- 
tonica, in favore del concetto della finalità e della 
provvidenza divina contro il meccanismo epicureo. E 



vultiis erectus, quibiis snspectus in caelum datus est, sermo 
et ratio, per quac Deiim adgnoscimus, sentimiis, imitamur, 
ignorare nec fas nec licct ingerentem sese oculis et sensibus 
nostri caelestem claritatem : sacrilegii enim vel maxime instar 
est, hnmi quaerere qnod in sublimi debeas invenire », 



— 136 — 

in Cicerone {De nat. deor., II, 59) ^) si ritrovano tanti 
dei colori adoperati nella poesia del Campanella sulla 
possanza dell'uomo: l'intelligenza dell'uomo, l'elo- 
,qi^enza, il linguaggio, le mani, «multarum artium mi- 
histrae », l'addomesticamento delle bestie e lo sfrutta- 
ménto di tutti gli esseri e di tutte le forze della natura, 
e il dominio delle potenze più violente, del mare e dei 
venti : « Nos campis, nos montibus fruimur, nostri 
« simt omnes, nostri lacus, nos fruges serimus, nos ar- 
<( bpres, nos aquarum inductionibus terris fecunditatem 
<< dàmus, nos flumina arcemus, derigimus, avertimus, 
<inostris denique manibus in rerum natura quasi alte- 
<<,rain naturam effìcere conamur ». Che più ? la umana 
ragione è penetrata fino nel cielo. « Soli enim ex ani- 
« màntibus nos astrorum ortus, obitus cursusqùe co- 
« gnovimus; ab hominum genere fìnitus est dies, mensis, 
«annus, defectiones solis et lunae cognitae praedictae- 
'^jqueinomne posteruni tempus, quae, quantae, quando 
<? futurae sint. Quae contuens animus accedit ad cogni- 
<<.i;ionem deorum.... ». Ma, se i colori son quelli prestati 
dagli antichi scrittori, nel Rinascimento e' è uno spirito 
nuovo, derivante dalla riscossa dell'uomo, che ripiglia 
l'^nitico tema della sua preminenza nel mondo per 
contrapporsi a questo, nella sua autonomia, quasi cen- 
tìp, come più tardi si svelerà, d'una nuova concezione 
della vita. 



IV. 



Questa opposizione dello spirito alla natura non è 
opera del rigido naturalismo del Pomponazzi e de] 



*) La sua fonte in questa parte del De nat. d. è Panezio : 
cfr. R, HiRZEL, Untersuch. z. Ciceros philos. Schri/ien. I Th. 
(Leipzig, Hirzel, 1877), pag. 203. 



/ 



— 137 — 

Telesio, ma del platonismo fiorentino, che è l'altro 
affluente, per dir così, della filosofia del Campanella, 
e senza dubbio la diretta sorgente de' suoi pensieri sulla 
dignità ed eccellenza dell'uomo. È noto in qual conto 
egli teneva il Pico ^) ; ed è celebre l'orazione De ho- 
minis dignitate, che il Pico scrisse nel i486 ^), e pensava 
di pronunziare a Roma prima della discussione delk^ 
sue anche più celebri tesi. 

In questa orazione il mirandolano comincia dall'ac- 
cennare alle lodi dell'umana natura fatte da altri ^), 
e trova che nessuno finora ha mai colpito nel segno : 
« Magna haec quidem, sed non princi palla, id est, quae 
summae admirationis privilegium sibi iure vindicent ». 
Gli altri, per esempio, avevan fermato l'attenzione sulle 
proprietà che l'uomo ha comuni con gli angeli, posti anche 
essi dal platonismo alessandrino fra mezzo la natura 
e Dio. Ma, si chiede il Pico, «cur non ipsos angelos et 
beatissimos caeli choros magis admiremur ». Il vero 
miracolo del mondo, e l'unico, è l'uomo. Perchè ? Creato 
il mondo, parve a Dio necessario un essere « qui tanti 
«operis rationem perpenderet, pulchritudinem amaret, 
« magnitudinem admiraretur ». C'era, insomma, la na- 



*) V. la sua lettera del 1G07 al Qucrengo in L, Amarile, 
// cod. d. leti, del Camp., Napoli, 1881, pagg. 60-62. 

*) Veci. L. DoREz, Lettres inédites de Jean Pie de la Mirandole, 
nel Giorn.storJett. it. XXV, 354-358, e L. Dorez et L. Thuasni:, 
Pie de la Mir. en France, Paris, Lcroux, 1897, pag. 55. — Pel 
De hom. dign. mi attengo alla ediz. degli Òpera omnia, Basi- 
lea, 1601, pagg. 207 sgg. È noto (v. Geiger, in Burckhardt, 
La civiltà del Rinasc. in Italia, trad, it., Firenze, 1900, II, 95) 
che il titolo De hom. dign. corrisponde soltanto a una parte 
dell'orazione, che originariamente era tra le Commentationes, e 
ricevette più tardi quel titolo. 

^) Tra questi altri egli ricorda Asclepio che disse 
l'uomo magnum miraciihtm : ossia quello degli scritti erme- 
tici che è intitolato AsclePius trad. da Apuleio, e già commen- 
tato dal Firino. V. il cap. 3, da cui è evidente che il Pico pur 
toglie lo spunto del suo scritto : in Ficino, Opera, ediz. Ba- 
silea, 1561, t. II, pagg. 1859-60. 



- 138 - 

tura, oggetto del pensiero, e mancava il pcmsiero. E purd 
tutto pareva che già fosse stato creato : « nec erat in 
«archetypis unde novam sobolem effingeret, nec in 
«thesauris, quod novo filio haereditarium largiretur, 
« nec in subselliis totius orbi, ubi universi contempla- 
«tor iste sederet. lam piena omnia summis, mediis 
« infìmisque ordinibus fierant distributa ». Stupenda Jm- 
magine, in cui si raffigura la situazione propria del 
naturalismo, che, lasciandosi alle spalle lo spirito, non 
trova lacuna di sorta nel reale ; sicché quando si sforza 
di concepire lo stesso spirito, lo degrada e quasi disu- 
manizza facendolo rientrare nel quadro generale de^ 
meccanismo della natura. Ed ecco la soluzione de 
Pico, che assegna, secondo lui, il vero valore specifìcc 
dell'uomo, mettendolo al di sopra della stessa natura 
angelica. All'uomo non fu dato da Dio nulla di proprio ; 
fu bensì conferito «commune quidquid privatum sin 
« gulis fuerat». Messolo in mezzo al mondo, quasi com- 
pendio ed epilogo di tutto, Dio avrebbe indicato ad 
Adamo la sua prerogativa, come l'essenza stessa della 
libertà. L'uomo non ha una sua natura specifica, e non 
ha perciò leggi a cui soggiaccia, né limiti, entro cui si 
restringa necessariamente la sua attività, salvo quelli 
che egli stesso s'imponga liberamente. Egli non è né 
celeste né terreno, né immortale né mortale : libero 
creatore di se medesimo («tui ipsius quasi arbitrarius 
« honorariusque plastes et fictor »), egli sarà quel che 
vorrà. Può tralignare abbrutendosi, e rigenerarsi in 
Dio « ex sui animi sententia ». E questa è la fehcità, 
questa la grandezza dell'uomo : essergh dato d'ottenere 
quanto desidera, farsi quello che vuole. I bruti, da 
una parte, e le nature celesti, dall'altra, sono immedia- 
tamente quello che sempre saranno. L'uomo in sul na- 
scere non porta seco se non i germi di tutte le vite : 
dei quali germoglieranno e daran frutto quelli che 
saranno da lui coltivati. 

Tale la vera analogia tra l'uomo e Dio, il Pico 



dirà n^ìV Heptaplus (V, 6) *), a commento del biblico 
« Faciamus hominem ad imaejinem nostram ». Non è la 
mente, aveva egli detto, che assomigha Tuomo a Dio, 
perchè le proprietà di essa « quanto in angelis sunt quam 
« in nobis potiora et contrariae minus naturae admixta 
« tanto cum divina natura plus simiUtudinis et cogna- 
« tionis habentia ». Anche lì aveva osservato, che occorre 
cercare un che di pecuHare nell'uomo, ond'egh sia si- 
mile a Dio, e che non abbia comune con nessun 'altra 
creatura. « Id quid esse ahud potest, quam quod ho- 
« minis substantia omnium in se naturarum substan- 
« tias et totius universitatis plenitudinem re ipsa com- 
« plectitur ? ». E insisteva sul « re ipsa » notando che 
in ciò consiste appunto la differenza tra gH angeli e qua- 
lunque essere intelHgente da una parte, e l'uomo dal- 
l'altra : che anche quelli contengono le forme e le 
ragioni di tutto, in quanto ogmmo é intelletto che cono- 
sce tutto. «At vero, quemadmodum Deus non solum 
«obidquod omnia intelligit, sed quia in se ipso ita ve- 
« rae rerum «^ubstantiae perfectionem totam unit et 
«coUigit ; ita et homo.... ad integritatem suae sub- 
»stantiae omnes totius mundi naturas corrogat et 
« counit ». Le forme che si raccolgono ne 11' intelletto 
sono, conforme alla dottrina aristotelica, prive di quella 
realtà della sostanza, che imphca la materia : onde la 
mente, in cui Pico non trova la pecuUare natura del- 
l'uomo, è l'intelletto astratto, che ha fuori di sé la 
realtà ; l' intelletto aristotelico, quel motore immobile, 
che non poteva concepirsi creatore del mondo, poiché 
questo è materia oltre che forma, ed esso è pura forma. 
La mente invece, che si può attribuire in proprio al- 
l'uomo e a Dio, sarebbe attività non contemplatrico, 
ma creatrice, realizzatrice dell'ospere della sostanza ') 



M Scritto nel 1489 : cfr. G. P. della Miranìola e la cabala, 
studio del p. G. Origlia, Mirandola, 1894, pag. 62. 
') Cfr. i miei Studi vichiani, pagg, 38-40. 



— 140 — 

(« perfectionem totam substantiae ») : lo spirito, ii 
somma, concepito non più secondo T intellettualismi 
greco, per cui la mente ha la realtà di contro a sé ; 
secondo V idealismo cristiano, pel quale la vera reali 
è opera dello stesso spirito ^). 



n Pico tuttavia era stato preceduto dalla vasta 
culazione fìciniana intorno alla natura dell'anima, 
propriamente intorno alla natura divina e immortai 
di essa : che è l'argomento della già citata Theologi 
platonica. 

Marsilio Ficino aveva letto nello pseudoplatonic 
Assioco questo luogo, che nella stessa tradu;|ione fìci- 
niana fu certamente sotto gli occhi del Campanella ^] 
e pare se ne ricordi nella sua poesia sulla possanza del- 
l' uomo: « At haec multae sunt perpulchraeque de animi 
« immortalitate rationes. Ncque enim mortalis natura in 
« tam varias res att oliere sese posset, ut contemneret 
«ingenium ferarum, conderet urbes, respublicas consti^ 
«tueret,respiceret etiam in caelum et astrorum videret 
« revolutiones cursusque, solis et lunae ortus item et 
« occasus, defectus, celeritatem, distantias, aequino- 
« ctiaque et duplices conversiones, Pleiadum etiam et 
« hiemis atque aestatis ventos, imbriumque casus et hor- 
«rendos turbinmn raptus, ut compre hensos quoque 
« mundi labores saeculis traderet, ni?i divinus quidam 



*} Cfr. M^ssETANi, La filos, cahalistica di C. Pico di Mi- 
randola, Empoli, Traversali, 1897, ^' ^^• 

2) Che cita V Assioco nelle Poesie, pagg. 151, 375. 



— 141 -- 

mentibus nostris spiritus inesset, quo complexum no- 
titiamque tantarum attingerei rerum»*). 

Ma in un capitolo della Theologia platonica (XIII 3), 
le si direbbe la fonte diretta del Campanella, lo spunto 
ììVAssioco è svolto in una delle pagine più belle della 
Oria del concetto della libertà e della potenza dello spi- 
to umano : « Cetera ammalia vel absque arte vivunt, vel 
àineula una quadam arte, ad cuius usum non ipsa st^ 
:onferunt, sed fatali legre trahuntur : cuius signum est, 
3[uod ad operi s fabricandi industriam nihil proficiunt 
:empore. Contra homines artium innumerabilium in- 
ventorcs smit, quas suo exequuntur arbitrio : quod 
iignifìcatur ex eo, quod singuli multas exercent artes, 
nutant et diuturno usu sunt solertiores ». 

11 solo uomo insomma ha una storia, perchè è H- 
iro. La legge fatale della natura inferiore è 
mmutabilità ; la libertà umana invece è mutazione e 
ogresso; l'uomo perciò è creatore d'un mondo suo, 
icchè, quel che è più mirabile, «humanae artes fa- 
ì)ricant per se ipsas quaecumque fabricat ipsa natura, 
luasi non servi simus naturae, sed aemuli ». L'uomo 
n solo imita le opere della natura, ne' suoi dipinti, 
e., e in tutte le opere d'arte che paion vive ^ naturali ; 
i invade il campo della stessa natura con le sue costru- 
)ni magnifiche, e con le sue officine di metalli e di 
tri : « naturae inferioris opera perficit, corrigit et 
mendat ». 

« Similis ergo ferme vis hominisest naturae divinae, 
uandoquidem homo per se ipsum, idest per suum 
onsilium atque artem, regit scipsum a corporalibus 
aturae limitibus minime circumscriptum, et singula 
aturae altioris opera aemulatur. Et tanto minus 
uam bruta naturae inferioris eget subsidio quanto 
auciora corporis munimcnta sortitus est a natura 



) Ax., i.;iK. 27., B-C. 



— 142 — 

« quam bruta, sed ipsemet illa sua copia constniit ali- 
«menta, vestes, strumenta, habitacula, supellectilia , 
«arma. Ideo cum ipse sua facultate se fulciat, fulcit 
« uberius quam bestias ipsa natura », 

A cominciare dai piaceri dei sensi, che l' ingegno 
umano moltiplica sempre, laddove «bruta brevissimis 
« naturae claustris concluduntur », per venire a tutto 
ciò che di utile inventa di continuo, fino alle opere più 
alte della sua attività disinteressata, dalle quaU non 
pure non s'attende vantaggio di sorta, ma riceve spesso 
incomodi e molestie. 

« In iis artificiis animadvertere licet, quemadmo- 
« dum homo et omnes et undique tractat mundi ma- 
«terias, quasi homini omnes subiciantur. Tractat, in- 
« quam, dementa, lapides, metalla et plantas et anima- 
«lia, et in multas traducit formas atque figuras, quod 
«nunquam bestiae faciunt. Ncque uno est elemento 
«contentus aut quibusdam, ut bruta, sed utitur omni- 
«bus quasi sit omnium dominus. Terram calcat, sulcat 
« aquam, altissimis turribus conscendit in aerem, ut pen- 
« nas Daedali vel Icari praetermittam ^) . Accendit 
«ignem, et foco familiari ter utitur et delectatur pra- 
« cipue ipse solus ^) . Merito cadesti elemento solum 
«cadeste animai ddoctatur *). Cadesti virtute ascendit 



^) Cfr. sopra a pag. 126 la poesia del Campanella, vv. 
17-20, 26-7. 

') Cfr. la poesia del Campanella vv. 46 segg. 

3j Concetto stoico. Cfr. Cicer., TuscuL, I, 18, 42. e meglio 
Lattanzio, Divin. Instit., VII, 9: «Praeterea non exigumn 
(( immortalitatis argumentum est, quod homo solus cadesti 
«elemento utitur. Nam cum rerum natura his duobus ele- 
mentis, quae rcpugnantia sibi atque inimica sunt, constet 
(igne et aqua, quorum alter caelo, alterum terrae adscribi- 
u tur : ceterae animantes, quia terrenae mortalesque sunt, ter- 
<( reno et gravi utuntur elemento, homo solus ignem in usu 
(( habet, quod est elementum leve, sublime, cadeste. Ea vero 
« quae ponderosa sunt, ad mortem deprimunt, et quae levia 
«sunt ad vitam sublevant, quia vita in summo est, mors in 



— 143 — 

caelum, atque metitur *) ; supercaelesti mente trascen- 
dit caelum. Nec utitur tantum elementis homo, sed or- 
nat, quod nuUum facit brutorum. Quam mirabilis per 
omnem orbem terrae cultura ! Quam stupenda aedifi- 
ciorum structura et urbium ! Irrigatio aquarum quam 
artificiosa ! Vicem gerit, Dei, qui omnia elementa ha- 
bitat colitque omnia et terrae praesens non abest ab 
aetere. Atqui non modo elementis, verum etiam elemen- 
torum animalibus utitur omnibus, terrenis, aquatilibus, 
volatiHbus ad escam commoditatem et voluptatem ^) ; 
supernis caelestibusque *) ad doctrinam magiaeque 
miracula, Nec utitur brutis solum, sed et imperat. Fieri 
quidem potest, ut armis quibusdam a natura acceptis 
bruta nonnulla quandoque vel impetum in hominem fa- 
ciant, vel hommis effugiant impetum ; homo autem, ac- 
ceptis a se ipso armis et vitat ferarum impetum et fugat 
et domat. Quis vidit unquam homines ullos sub bc- 
stiarum imperio detineri, quemadmodum ubique vidi- 
mus tam immanissimarum ferarum quam mitium 
armenta per omnem vitam parere hominibus ? Non 
imperat bestiis homo crudeliter tantum, sed guber- 
nat etiam illas, fovct et docet. Universahs provi de ntia 
Dei, qui est universaUs causa, propria est ; homo igi- 
tur, qui universaliter cunctis et viventi bus et non vi- 
ventibus providet, est quidam Deus. Deus est procul 
dubio animaHum, qui utitur omnibus, imperat cunctis, 
instruit plurima. Deum quoque esse constitit elemen- 
torum, qui habitat colitque omnia ; Deum denique 
omnium materiarum, qui tractat omnes, vertit et 
format ». 



imo. Et ut lux esse sino igne non potest, sic vita sine luce- 
Ignis igitur elementum est lucis cac vitae : unde apparet ho- 
ninem, qui eo utitiu-, immortalem sortitum esse conditionem, 
q[uia illi familiare est, quod facit vitam ». 
*) Cfr. Campanella, vv. 18-19. 

Cfr. vv. 31-8. 

Ossia, degli angeli e dèmoni. 



:ì 



— 144 — 

Da tutte queste prove della divinità deiranima anche 
il Ficino conchiude : « Qui tot tantique in rebus corpori 
« dominatur et immortalis Dei gerit vicem, est procul 
« dubio immortalis ». Pure ci son prove di gran lunga 
superiori della sublime natura dell'uomo. H quale, non 
pago delle arti che si riferiscono al dominio del mondo 
materiale, si solleva a una forma più spirituale del 
divino mediante Fesercizio della sua potenza morale, 
che si dispiega sulla volontà propria od altrui ; giacché 
egli solo tra gli animali s' innalza al dominio di se 
medesimo, e quindi degli altri, nella famiglia, nello 
Stato, nel genere umano. Egli solo tra gli animah è 
capace di sacrificarsi per il pubblico bene, fino ad in- 
contrare la morte, «utpote qui singula haec mortaha 
« despicit bona, communi s aeternique boni fìrmitati 
« confi-sus ». E dimostra poi anche più evidentemente 
la sua divina natura con le scienze pure e le arti belle, 
che non si possono in nessun modo considerare come 
indirizzate alla soddisfazione di bisogni terreni, e nelle 
quali l'anima sdegna di già il ministero del corpo. Né ba- 
sta : « Unum illud est in primis animadvertendum, quod 
« artifìcis solertis opus artificiose constructum non po- 
« test quiUbet, qua ratione quo ve modo sit constructam 
« discernere, sed solum qui eodem pollet artis ingenio. 
«Nemo enim discerneret qua via Archimedes sphaeras 
« constituit aeneas, eisque motus motibus caelestibus 
«similes tradidit, nisi simili esset ingenio praeditus. 
«Et qui propter ingenii similitudine m 
« discerni t, is certo posset easdemcon- 
«stituere, postquam agnovit, modo non 
« deesset materia. Cum igitur homo caelorum ordinem, un- 
« de moveantur, quo progrediantur, et quibus mensuris 
« quidve parìant, viderit, quis neget eum esse ingenio, 
« ut ita loquar, pene eodem quo et author ille caelorum? 
«ac posse quodammodo caelos facere, si instrumenta 
«nactus fuerit materiamque caelestem, postquam facit 
<i eos nunc licet ex alia materia, tamen persimiles ordine?» 



— 145 — 

Con che il Ficino ha toccato da maestro il fondo della 
questione, enunciando chiaramente, come già in altro 
luogo della stessa Teologia *), il concetto del conoscere 
come attività costruttiva del conosciutp ; quel concetto, 
da cui prenderà le mosse la speculazione del Vico piìi 
di due secoli dopo,- e che sarà fissato dal filosofo napo- 
letano nel celebre motto : « verum et factum conver- 
« tuntur ». Né anche qui il Ficino ammette V identità 
tra la mente umana e la divina; e non era possibile che 
l'ammettesse ; e perciò si arresta a quello stesso scet- 
ticismo, a cui s'arresterà anche il Vico. Ma quella cer- 
ta somigHanza che scorge tra le due menti, era il più 
alto segno del divino che si potesse scorgere nello spirito 
umano finché restava una natura fuori di esso, e un 
cielo di Dio cotanto diverso da quello di Archimede, 
come solo possibile termine di ragguaglio. 



VI. 



Dal Ficino, dal Pico e dagli scritti ermetici già recati 
in latino dal Ficino dipende l'esaltazione che si fa del- 
l'uomo nell'ultimo dialogo della Circe pubblicata nel 
I54Q in Firenze dal filosofo calzaiuolo Giambattista 
GelH. Basta leggerne alcuni periodi, dove dice della di- 
gnità che dà all'uomo la sua^« volontà libera » : dignità 
«tanto maravighosa, che quei primi sapienti di Egitto 
« lo chiamaron solamente per questo il gran Miracolo de 
« la natura. Perchè tutte le altre creature hanno avuto 
(( una certa legge, per la quale elle non possono compiere 
«altro fine che quello che è stato ordinato loro dalla 



^) Cfr. i miei Studi vichianì, pagg. 27-28, 

lu — (ìiordano fi/ tpio e- il pensiero del A'// 



— 146 — 

« natura : né possono uscire in modo alcuno da que'ter- 
a mini che ella ha assegnato loro. E l'uomo, per avere, 
« questa volontà libera, può acquistarne uno più degno 
« e uno meno degno, come pare a lui, o inchinandosi in- 
« verso quelle cose che sono inferiori a lui, o rivolgendosi 
«inverso quelle che gli sono superiori. Imperocché se egli 
« si darà tutto al ventre, tenendo sempre la bocca e la 
« faccia fitta ne la terra, egli diventerà stupido e simile a 
(( le piante, e se egli s'immergerà troppo nella 'dilettazione 
« sensitiva, diverrà simile ai bruti. Ma se e di, voltando 
<j la faccia al cielo, considererà filosofando la bellezza 
« dei cieli e il maraviglioso ordine de la natura; e se egli, 
«si muterà di terreno in animale celeste; e se egh, sprez- 
« zati tutti gli impedimenti del corpo attenderà a contem- 
« piare le cose divine, si farà quasi uno Iddio... Egli può 
«farsi tutto quello che egli vuole » *). Così anche nella 
dedica della stessa Circe a Cosimo de' Medici, il Gelli 
aveva scritto : « In potestà de l'uomo é stato liberamente 
« posto il potersi eleggere quel modo nel quale più gh piace 
« vivere, e quasi come un nuovo Proteo trasformarsi in 
« tutto quello che egli vuole, prendendo, a guisa di ca- 
« maleonte, il color di tutte quelle cose a le quali egli 
« più si avvicina con l'affetto; e finalmente, o farsi terreno 
«o divino, e a quello stato trapassare, che a la elezione 
« del libero voler suo piacerà più K 

Il concetto dei neoplatonici fiorentini sarà ripreso 
nello Spaccio della bestia trionfante (1584) da Giordano 
Bruno, che se ne gioverà a rivendicare contro la conce- 
zione antistorica dell'età dell'oro, il valore della libertà 
e del lavoro onde l'uomo crea a se stesso il proprio destino 
e la civiltà. Dice Giove (e nel dialogo riferisce Sofia) : 
« Che gli dei aveano donato a l'uomo V intelletto e 
«le mani, e l'aveano fatto simile a loro, donandogli 
« facoltà sopra gli altri animali, la qual consiste non solo 



^) Opere, Firenze, Le Mounier, 1855, P^^- ^44' 



— 147 — 

« in poter operar secondo la natura ed ordinario, ma ed 
«oltre, fuor le leggi di quella ; acciò, formando o pos- 
« sendo formar altre nature, altri corsi, altri ordini con 
«l'ingegno, con quella libcrtade, senza la quale non ar- 
«rebe dettar similitudine, venese a serbarsi dio de la 
« terra. Quella certo, quando verrà ad essere ociosa, sarà 
« frustratoria e vana, come indarno è V occhio che non 
«vede, e mano che non apprende. E per questo ha de - 
«terminato la Providenza, che vegna occupato ne l'a- 
«zione per le mani, e contemplazione per l'intelletto, 
« de maniera che non contempla senza azione e non con- 
« tempia, e non opra senza contemplazione. Ne l'età dun- 
« que de l'oro per l'ocio gli uomini non erano più virtuosi, 
« che sin al presente le bestie son virtuose ; e forse erano 
« più stupidi, che molte di queste. Or, essendo tra essi per 
«l'emulazione d'atti divini e adattazione di spirituosi 
«affetti nate le difficultadi, risorte le necessitadi, sono 
« acuiti gl'ingegni, inventate le industrie, scoperte le arti ; 
« e sempre di giorno in giorno, per mezzo de l'egestade, 
« da la profondità de l'intelletto umano si eccitano nove 
«e maraglio^ invenzioni. Onde, sempre più e più per le 
« sollecite ed urgenti occupazioni allontanandosi dall'esser 
«bestiale, più attamente s'approssimano a l'esser di- 
« vino » *). 

Qui Bruno addita sicuramente il valore dell'uomo 
come spirito creatore del suo mondo nella storia ; e 
torna ad adombrare quel concetto del progresso che già 
era lampeggiato alla sua mente nella Ccjia de le ceneri ^). 
Qui egli prenunzia Vico. 

Al quale pure prelude Cesare Cremonini, di Cento 
(1552-1631), il celebre professore aristotelico padovano 
amico di Galileo, filosofo scrittore troppo più famoso ch(^ 



') Dialoghi montli, ed. Gentile, pagg. 143-4. Su quciila 
celebrazione bruniana dell'umano lavoro Cfr. Spavi nta, Sag'^i 
(li Cyiticci, Napoli, 1867, pa2:q:. ibo-165. 

2) Vedi sopra, k) scritto; Verilas filici i,ii'l ■>' 



— 148 — 

conosciuto. Dc;l quale una prolusione, letta a Padova 
il 26 gennaio 1597, contrappone l'uomo alla natura, e la 
filosofìa fa consistere nella conoscenza di sé, come epi- 
logo del reale, e mirabile potenza di libera attività, così 
come farà G.B. Vico nella prima delle sue Orazioni 
inaugurali ^) . 



VII. 



Ma questa speculazione del valore dell'uomo, che è 
il valore dello spirito di fronte alla natura, salita nel 
Ficino, nel Pico e nel Bruno a così alte cime, era stata 
iniziata in Firenze stessa un ventennio prima, e ri- 
spondeva a un generale movimento dello spirito del 
Quattrocento italiano. Uno de' suoi storici più acuti ^) 
ha scritto : « Jadis, alors que la cité de Dieu se pro- 
«longeait sur la terre, l'homme, exilé d'un jour dans 
«une vallee de larmes, ne gardait d'autre noblesse que 
«son origine et n'avait d'autre mission qu'à préparer 
«per le jeune et la repentance son avenir. Aujourd'hui, 
« dans la realité présente de la joie et de la beante, 
«l'homme est tout. Il n'est plus esclave, il est maitre, 
« il n'est plus membre, il est chef. Il n'est plus clero, doc- 
« teur, baron, drapier, guelfe, gibelin, chréticn : il est 



*) Vedine l'estratto che ne riproduco nell'Appendice, II. Sul 
Cremonini v. D. Berti, Di C. Crem. e della sua controversia 
con r Inquisizione di Padova e di Roma (Roma, 1878 ; estr. 
dalle Meni, della R. Acc. di Line, 1877-78, se. mor.) ; L. Ma- 
BiLLEAU, C. C, Paris, Hachette, 1881 ; e Charbonnel, La 
pensée ital. au XVI siede et U courant libertin, Paris, Cham- 
pion, igig, pagg. 230-274. Ma sul Cremonini manca ancora 
il lavoro che ne dimostri il reale valore storico. 

^) Ph. MoNNiER, Le Qwa/^i'ocewjfo, Paris, 1912, t. I, pag. jj8. 
Cfr. Burckhardt, La Civiltà, II, 95. 



^ l_jC) — 

«lui. Il s'est fait lui-meme : Je me suis fait moi-meme, 
« disait Fontano. Son but est lui-meme : 1 i h o m' 
«faiz pour lui-meme, disait Latini ». Già 
la polemica dantesca contro la definizione che Fede- 
rico II aveva dato della nobiltà, era stata uno dei primi 
segni della riscossa della coscienza umana. Ma per gli 
tunanisti la questione della natura della nobiltà fu uno 
dei temi favoriti, e i molti dialoghi e trattati che se 
ne scrissero sono uno dei più eloquenti segni del tempo. 
Il Bruni, il Poggio, il Piccolomini, il Platina, il Landino, 
il Filelfo, lo stesso Ficino *) dicono a una voce che 
nobih non si nasce, ma si diventa con le proprie opere. 
Ecco per esempio quel che scriveva il Platina con quel 
vivo senso della dignità umana che l'umanesimo pro- 
moveva : « Frustra nituntur qui, omissa virtute, nobilita- 
« temtanquam haereditarium munus a maioribus expe- 
« tant. Quis enim generosum hunc dixerit, qui indignus ge- 
« nere et praeclaro nomine tantum insignis ? Nobilitas 
«erdm viitutis socia et comes, proprio labore quaesita, 
«non alieno, cum vitiis stare nullo modo potest. Unde 
« verum illud Senecae tragici est : * Qui genus iactat 
« suum, aliena laudat '. Gloriari quidem possumus nos 
« a claris maioribus sanguinem, artus, viscera acce- 
« pisse : nobihtatem vero nequaquam, quae tota 
ex animis nostris pende t, et non aUunde 
« venit, ne ignarum vulgus sequamur, qui persaepe 
« in maximos errores dilabitur, cuiusque opinio raro cum 
« sapicntia convenit *) », 

Lo stesso concetto stoici zzante del valore creativo 
o della assoluta autonomia della volontà umana si fa 
strada nella discussione intorno al potere della fortuna 
contro la quale, per bocca di Leon Battista Alberti, 
l'uomo afferma vigorosamente la propria* potenza corno 
principio del proprio destino. Tutti gli scritti morali di 



*) Burckhardt, II, 102-3 ; Rossi, Quattroceìiio, pag. 85. 
") De vera nobilitate, in Òpera, Colonia, 1561, pag. 60. 



^ 150 -^ 

quest'uomo così rappresentativo dello spirito del Rina- 
scimento sono una rivendicazione della libertà dell'uomo 
dalla cieca forza della natura esterna e del caso, e un 
continuo incitamento all'uomo perchè vegga nella sua 
vita l'effetto delle sue proprie azioni. 

Ne' suoi giovanili Ini er cenali rappresenta la vita 
umana come un fiume, e mentre vede correre alla morte 
chi si affi-da alla corrente, addita la saviezza di quelli 
che fanno piuttosto assegnamento sulle proprie forze : 
« Meliori idcirco in sorte sunt hi qui, ab ipsis pri- 
«mordiis fisi propriis viribus, nando hunc ipsum vitae 
« cursum peragunt : namque cum ilUs praeclare quidem 
«agitur, qui, natandi peritia freti atque adiuti, modo 
«otiosi parumper commorari poneque sequentem navi- 
« culam aut tabulas fluvio devectas praestolari, modorc 
« item maximis viribus ut scopulos evitent contendere 
« atque ad litus usque prò laude advolare di dicere ». 

Contro chi attribuisce alla fortuna l' ingiusta largii 
zione dei comodi e degli onori ai malvagi, e quindi 
contro la vecchia dottrina teologica, che rinvia a un'al- 
tra vita l'adempimento della divina giustizia, scrive : 
« Quis putarit fortunam vi sua malos extollere, ubi 
« palam est, eos fere omnes, qui vulgo fortunati dicun- 
« tur, hominum improbitate aut stultitia crevisse ? 
«Tolle cupiditates, folle ignaviam, sustuleris impe- 
«rium, si, quod illi attribuendum est, fregeris vim, 
«neglexeris impetum furentis fortunae. Est profecto 
«ut dicis, atque ideo mortalium sorti vel potius inge- 
« niis condolendum est, qui vel nesciant, vel nequeant 
«consiHo, prude ntia aut virtute integra perfrui » ^). 

Più tardi nel proemio al ivattRto Della famiglia tor- 
nava più chiaramente a notare : « Da molti veggo 
«la fortuna più volte essere senza vera cagione incol- 
«pata. E scorgo molti, per loro stultizia scorsi ne' casi 



Opera ifiedit^i. ed. Mancini, Firenze, 1890, pagg. 138, 216. 



— 151 — 

«sinistri, biasimarsi della fortuna e dolersi d'essere 
«agitati da quelle fluttuosissime sue onde, nelle quali, 
«stolti 1 sé stessi precipitarono. E così molti inetti, de' 
« suoi errati, dicono, altrui forza funne cagione. Ma se 
« alcuno, con diligenza qui vorrà investigare qual cosa 
«molto estolla e accresca le famiglie, qual'anche le 
« mantenga in sublime grado d'onore e di felicità, costui 
« apertamente vedrà gli uomini a v e r s i d'o g n i 
«suo bene cagione e d'ogni suo male.... 
« Non è potere della fortuna ; non è, come alcuni scioc- 
«chi credono, così facile vincere chi non voglia esser 
« vinto. Tiene giogo la fortuna solo a chi sé gli sotto- 
« mette ». 

La virtù, non la fortuna, è il principio dell'u- 
mana grandezza : una virtù, che non è grazia ce- 
leste, ma umana volontà : quella virtù appunto 
che predicherà il Machiavelli. «Così adunque si può 
« statuire, la fortuna essere invalida e debolissima a ra- 
« pirci qualunque nostra minima virtù : e dobbiamo 
« giudicare la virtù sufhciente a contendere e occupare 
«ogni sublime e eccelsa cosa, amplissimi principati, 
« supreme laudi, eterna fama e immortai gloria. E con- 
« viensi non dubitare che cosa qual si sia, ove tu la 
« cerchi e ami, non t' è più facile ad averla e ottenerla, 
« che la virtù. Non ha virtù se non chi non là vuole » ^) . 
E più arditamente, nel terzo libro Della tranquillità del- 
l' ammo : «Voglio ne' tuoi mali invochi aiuto da Dio ; 
« ma non voglio in questo t'abbandoni e diati a inten- 
« dere non potere in te di te quello che tu puoi . Resta , 
« quando che sia, sollecitare gì' Iddii con tanti tuoi voti 
« e chieste. Eccita in te la tua virtù : sat sii mens sana 
« in corpore sano. La ment^ nostra sarà sana quando la 
« vorremo esser sana j)^). La stessa virtù, dunque, che il 
Machiavelli, contrapporrà alla fortuna ricercando nei Di- 



*) Opere volgari, ed. Bonucci, t. II, pagg. 6, io, 14-15. 
^) Op. volg., I, IT3. 



— 15^ -^ 

scorsi « quale fu più cagione dello imperio che acquista- 
«rono i Romani, o la virtù, o la fortuna»; e combat- 
tendo Livio perchè «rade volte è che facci parlare ad 
« alcuno romano, dove ei racconti della virtù, che non 
« vi aggiunga la fortuna » : « la qual cosa », egli sog- 
giunge, «io non soglio confessare in alcim modo, né 
« credo ancora che si possa sostenere ». E ripeterà an- 
cora l'Alberti nel Principe (e. 25) ammonendo che la 
fortuna « dimostra la sua potenza dove non è ordinata 
« virtù a resistere » *). 

Questo concetto della potenza, che ha radice nella 
volontà dell'uomo, è la fede del Machiavelli. Perciò 
anche neW Asino d'oro (V, 115-127) scriverà: 

Creder che senza te, per te contrasti 
Dio, standoti ozioso e ginocchioni 
Ha molti regni e molti Stati guasti. 

E' son ben necessarie l'orazioni 

E matto al tutto è quel ch'ai popol vieta 
Le cer emonie e le sue divozioni : 

Perchè da quelle in ver par che si mieta 
Unione e buono ordine, e da quello 
Buona fortuna poi dipende e lieta . 

Ma non sia alcun di sì poco cervello, 
Che creda, se la sua casa ruina. 
Che Dio la salvi senz'altro puntello ; 

Perchè e' morrà sotto quella ruina. 

E bisogna riferirsi a quella sua indomita fede per 
intendere l' ispirazione profonda così dei Discorsi e del 



^) Disc, II, I, Veggasi invece nell'Appendice, III, come l'ari- 
stotelico Pontano nel suo De fortuna ancora, nel 150^ (cfr. Ga- 
SPARY, St. leti, ital}, II, I, pag. 396) si tenga stretto all'antico 
concetto pagano (v. Arist., Phys., II, 4-6 ; Eth. End., VII 14 e 
Magna Maral., II, 8 ; Boezio, De consol. philos., II, pr. 2, ecc.), 
celebrato da Dante {Inf,, VII, 67-96), d'una fortuna ope- 
rante « oltre la difension de'senni umani ». Il Petrarca, in- 
vece giunse ad affermare : « Sola virtus fortunae legibus libera 
est, atque illa olluctante clarius nitet » : De remcd. utr. fori., II, 
I, in O^éjy a, Basilea, 158 1, pag. 107; cfr. Bologna, Nuovi studi 
sul Petrarca, Roma, Albrighi-Segati e C, 1914, pag. 52. Pel Ma- 
chiavelli v. F. Ercole, Lo ' Stato ' nel pensiero di N. M. I, 17. 



-- 153 --- 

Principe come àoìVArte della guerra. Poiché anche in 
Italia, diventata per la sua fiacchezza nelle armi, « il 
vituperio del mondo»*), la stessa fibra dell'uomo 
si sarebbe potuto rifare pur che si fosse voluto. E però 
nel Capitolo sull'ambizione (vv. 109-117) ammoniva : 
E quando alcun colpasse la natura 
Se in Italia, tanto afflitta e stanca 
Non nasce gente si feroce e dura ; 
Dico che questo non iscusa e franca 
L' Italia nostra, perchè può supplire 
L'educazion dove natura manca. 
Questa T Italia già fece fiorire 

E di occupar il mondo tutto quanto 
La fiera educazion le diede ardire. 

Concetto più reahstico del rapporto tra virtù e for- 
tuna, ma non minor coscienza della umana autono- 
mia, espresse il Guicciardini. «Non si può in questo 
«mondo eleggere il grado in che l'uomo ha a na.cere, 
« non le faccende e la sorte con che l'uomo ha a vivere ; 
« però, a laudare o riprendere gh uomini, s' ha a guar- 
« dare non la fortuna in che sono, ma come vi si ma- 
« neggiano dentro ; perchè la laude o biasimo degli 
« uomini ha a nascere da' portamenti loro, non dallo 
« stato in che si truovano, come una commedia, o tra- 
« gedia. Non è più in prezzo chi porta la persona del 
«padrone e del re, che chi porta quella disino servo ; 
«ma solamente si attende chi la porta meglio » ^). 



Vili. 

Questo nuovo concetto dell'uomo entrò modesta- 
mente, quasi umilmente, nella speculazione filosofica 

*) Arte della guerra, lib. Vii. 

^) F. Guicciardini, Ricordi polii, e civ., in Opete ii^ed. 
illustrate da G. Canestrini, Firenze, Barbèra, Bianchi e C, 
J857. pag. 149- 



— 154 -^ 

per opera di un fiorentino coetaneo dell'Alberti, di 
Giannozzo Manetti (1396-1459), il dotto e dignitoso 
cittadino e uomo di Stato, che tanti servigi rese alla 
patria, e fu costretto dalle fazioni a morirne fuori : 
l'oratore magnifico della sua repubblica presso i Geno- 
vesi e i Veneziani, il Papa, l' imperatore Federico III 
e re Alfonso, alla cui corte visse gli ultimi anni : il disce- 
polo di Ambrogio Traversari, e come lui tra i più sin- 
ceri cristiani degli umanisti, così amorosamente dipin- 
toci da Vespasiano da Bisticci nel suo appassionato 
amore degli studi, esperto nell'ebraico, da cui tradusse 
i Salmi, e nel greco, donde trasportò in italiano tutte 
le Etiche di Aristotele o a lui attribuite, e il Nuovo Te- 
stamento : il buon Giannozzo, il solo umanista che non 
si compiacque mai delle invettive, in cui tutti gli altri 
si accanivano. Il suo De dignitate et excellentia hominìs, 
in quattro libri, scritto j)er invito di Alfonso d'Aragona, 
condotto a termine nel 1452, fu pubblicato nel 1532 ; 
eppure è presso che dimenticato dagli storici dell'uma- 
nesimo ^), quantunque ne sia una delle espressioni 
più caratteristiche. 



^) Il VoiGT, // Risorg. deli'aniich. class., tr. it., I, 324, 
lo condanna in blocco insieme con gli altri scritti del M., per 
la forma, il latino scolorito, monotono, e iasopportabile per 
soverchia prolissità » ; e mostra (II, 447) di non averlo né 
pur letto. Il Rossi non lo ricorda. Il Monnier (I, 49) dice bensì 
che «le siede s'ouvre par un traité de vienx théologien Gia- 
v nozzo Manetti par la dignité et supériorité de l'homme et 
« le siècle clót par un traité par la dignité de l'homme du jeune 
« prince Pie de la Mirandole » : ma, senza dire della inesat- 
tezza cronologica di questa enfatica citazione, pare che non l'ab- 
bia letto né anche lui, che torna poi a citarlo in questa cu- 
riosa forma : « G. Manetti compulse(?) un traité sur la 
Dignité de l'homme » (I, 152). — Di un ms. del trattato che si 
conservava a Firenze nella libreria di S. Marco parla A. Zeno, 
Dissert. voss. (Venezia, 1752), I, 182 ; e di due mss. della Va- 
ticana dà notizia F. Pagnotti, La vita di Nicolò V scritta 
da G. Marietti, in Atti della R. Soc. Rom. di St. paf., XIV 
(1891), pag. 431. L'opuscolo, secondo Vespasiano da Bi- 



- t55 - 

L'autore ricorda nella sua dedica a re Alionsol oc- 
casione del suo scritto, e ne racconta quindi brevemente 
la storia : « Quum non multo ante, Fiorentini populi no- 
« mine legati et oratore s Neapoli apud te commoraremur, 
« factum est ut semel opusculum quoddam praecipuum 
« et egregium et magnis insuper laudi bus et memoratu 
« dignum cursim legeremus, quod a Bartholomaeo Fa- 
« tio viro eruditissimo simulatque elegantissimo de ea- 
«dem materia Nicolao V summo Pontifici scriptum 
«et dedicatum fuerat. linde, quum non multo post 
« forte ad Graecam illam celeberrimam ac famosissimam 
« Turrim semel essemus atque prò humanitate tua prò- 
«lixum quendam de studiosis et eruditis hominibus 
« sermone m simul haberemus, modo nescio quo evenit, 
« ut in particularem praedicti opusculi mentionem inci- 



sTicci, Vite, ed. Frati, li, 157, fu composto alla Scai 
peria, dove il Manetti fu vicario nel 1452 (cf. N. Nalui, G. Ma- 
neiti vita, in Muratori, R. I. 5., XXX, 582). Ma deve cre- 
dersi che allora fosse piuttosto compiuto ; perchè nella dedica 
di Giannozzo è detto che fu cominciato ne] 145 1 (v. Zippel, 
di unte al Voigt, pag. t8) quando cioè il M. fu per la quarta 
volta ambasciatore a re Alfonso, recavasi a trovarlo a Torre 
del Greco come ricorda Vespasiano, pagg. 140-47). Si ricordi 
che l'incoronazione di Federico III, che il Manetti seguì a 
Roma per conto della Repubblica Dorentina, ebbe luogo il 
19 marzo 1452. — Io mi servo della stampa : 

Clarissimi vi — ri Janocii De Mane — ciis, Equitis 
ac lureconsulti. Floren — tini, ad inclytum Arrago- 
num — Regem Alfonsum, — De (/unìifa/r et excel — lentia 
hominis Li — bri llll.— Ex Bibliotheca Io. Alexan- 
dri — Brassicaru lureconsulti, — receiis in lucem editi. — 
Basileac — M.D. XXXII. ^— In fondo : Basileae, apud 
And. — Cratandrum,— Anno M.D.XXXTI. - mense lu- 
nio.— (pp. 234 e 6 non num. in-iS). 

Precede una dedica del Brassicano a Nicola Rabenhaupt, 
cancelliere di Ferdinando, re dei Romani, Pannonia e Boemia 
in data di Vienna, agosto 1531 (pagg. 3-6). A pag. 7 sono 
venti endecasillabi: lAherdese; a pagg. 8-13 la dedica del 
M. ad Alfonso. 



<i deremus. Quocirca paulo post benigne et perhumane 
« qnidem a nobis exegisti, ut de eisdem rebus scribere 
«vellemus, tibique opus dedicaremus. Nos vero, qui 
«Maiestati tuae in primis morem gerere et obsequi 
«maxime cupiebamus, nihil' nobis gratius fore, respon- 
« dere non dubitavimus, quam ut tibi gratificari et 
« famulari possemus : ideo nos, ut nosti, libenter scrip- 
« turos, et opus tuo nomini dedicaturos, alacriter incun- 
«deque promisimus. Unde cum paulo post scribere 
« inchoassemus, ac prae brevitate temporis inchoatum 
«opus perficere et absolvere nequivissemus, rursus po- 
« stea resumpsimus, ac nempe multo prius absolvissemus, 
«nisi repentinus Foederici tertii novelli imperatore in 
« Italiam adventus nos quotidie aliquid describentes 
« parumper retardesset : nam nostrae Reipublicae legati 
«honorandae coronationis eius causa Roman venimus, 
« atque tantiun commorati sumus, quoad ipse inde 
«recederet. Ex hac itaque legatione postea in patriam 
«re versi, ultimam demum praedicto operi iam pridem 
« inchoato manum imposuimus, atque commemoratis 
« causis adducti tuo nomini dedicavimus : ut certi polli- 
« citationum nostrarum debitores tibi ceu vero illorum 
«promissorum creditori, tandem aliquando contracta 
«debita solveremus.... Verum, ut haec nostra parva 
«munuscula tibi gratiora viderentur, nonnulla etiam 
«partim in laudem Maiestatis tuae a nobis antea de- 
« scripta, partim nomini tuo dedicata, in uno et eodem 
« volumine coarta vimus, atque ad te summa cum devo- 
«tione e Florentia usque Neapolim perferenda cu- 
« ra vimus ». 

Il De excelienti a ac praestantia honiinis di B. Fa- 
zio ^), scritto probabilmente nel 1448^), non ha in- 



*) Pubblicato: Hanoviae, typis Wechelianis, 161 1. 

*) C. Braggio, Giac. Bracelli e l'umanesimo dei liguri al 
suo tempo, in « Atti della Soc. Hg. di st. pai., voi. XXIII (1890), 
pag. 220. 



— 157 — 

teresse di sorta per la storia delle idee del Rinascimento. 
La superiorità dell'uomo consiste soltanto, secondo il 
Fazio, nella sua destinazione alla beatitudine celeste, 
della quale l'umanista ligure si compiace di discorrere 
distesamente, attingendo alle autorevoli testimonianze^ 
dei libri sacri. E ben s' intende perchè non ne restasse 
soddisfatto re Alfonso ; e perchè rm recente studioso, 
paragonando al trattato del Fazio quello del Manetti, 
senta qui subito «di essere in un ambiente ravvivato, 
compenetrato d' idee nuove » *). 

La tesi stessa di Giannozzo lo trasse, lui così buon 
cattolico, a sorpassare il segno ; e il suo libro per alcuni 
luoghi da espurgare fu proibito nelF indice dell' Inqui- 
sitore Generale di Spagna del 1584^). Si presenta bensì 
anch'esso con l'aspetto di una esercitazione retorica, 
quasi un centone di citazioni da celebrati scrittori della 
letteratura classica e cristiana ; ma chi segua lo svolgi- 
mento del pensiero, che le citazioni son introdotte a 
confortare, lo vede pervaso da uno spirito originale e 
rispondente all'avviamento nuovo del pensiero^contem- 
poraneo, che metterà capo ai platonici fìciniani, anzi, 
lungo una tradizione non più interrotta, al Campanella. 
E giova perciò alla storia delle idee il farne una com- 
piuta analisi e riferirne qualche estratto. 

Dei quattro Hbri del trattato il primo è dedicato alla 
descrizione delle doti ond' è privile^ato il corpo del- 
l'uomo ; il secondo dimostra le prerogative della sua 
anima razionale ; il terzo la superiorità e la destinazione 
di tutto l'uomo ; e il quarto è indirizzato a confutare le 
antiche e recenti dottrine pessimistiche circa la miseria 
della vita e il pregio della morte. Basterebbe la tesi che 
l'autore si propone di provare nel quarto libro a mettere 
in chiara luce lo spirito nuovo del suo trattato. E da es- 
so infatti conviene prender le mosse per intendere questo 



*) Braggio, Op. cit., pag. 224. 

') Reusch, Ber Imi ex der verhot. Biicher, I, 496. 



~ 158 - 

nuovo spirito, che trae il Marietti nel primo libro a ri- 
produrre molte vecchie pagine di Lattanzio e di Cice- 
rone. Giacché di tutti i pensatori così del Rinascimento, 
come di questo suo preludio, che è l'Umanesimo, è 
sempre da avvertire che i vecchi materiali che gli scrit- 
tori scavano e disseppelliscono dal passato, sono ado- 
perati a nuove costruzioni, che recano l'impronta d'un 
animo e di un pensiero nuovo. 

Nello svolgimento del tema proprio all'ultimo libro 
il Manetti si attiene allo stesso ordine con cui sono di- 
sposti i tre hbri antecedenti. Riferisce quindi e confuta, 
sommariamente, quanto è stato addotto i) intorno alla 
fragihtà del corpo umano ; 2) intorno alla ignobile na- 
tura dell'anima ; 3) intorno alla misera condizione di 
tutto Tuomo. 

Uomini gravi e dotti, egli dice, han lamentato che i) 
corpo che la natura ha dato all'uomo sia nudo ed inerme, 
e così fragile, debole e caduco, da non potere senza 
danno tollerare i rigori del freddo e gii eccessi del caldo, 
la fatica^:^ la fame, la sete. Hanno osservato che se 
l'uomo si dà all'ozio e all'inerzia vien meno ogni suo 
vigore, s'ammala e marcisce. Quello stesso che lo diletta, 
e di cui si direbbe non possa far a meno, per lo più 
gli riesce molesto e mortifero. Un suono' troppo forte 
e repentino, una luce eccessiva, un odore pestilen- 
ziale, un sapore amaro e un aspro contatto inducono 
stanchezza negli organi. La vegHa e il sonno, il cibo e la 
bevanda cagionano talvolta la morte. Basta una sensa- 
zione o troppo forte e improvvisa, o dolorosa, un subito 
cambiamento in quello che si beve o nell'aria circostante, 
a ledere gli organi e produrre gravi danni neh nostro 
(^orpo. Aristotele, Seneca, Cicerone, Plinio e molti altri 
scrittori greci e latini, sacri e profani ne hamro parlato 
a lungo in molti luoghi dei loro libri. Plinio ne conchiude 
« naturam potius * no vercam, quam matrem nostrani 
« exstitisse ». Ma chi più di proposito trattò e amplificò 
questo argomento è il pontefice Lwocenzo ITI nel suo 



— 159 — 

De miseria humanae vitae, che contrappose la terra, da 
cui fu tratta la materia, alla fabbrica degli uomini e 
degli altri animali terrestri, a quei piii nobili elementi 
onde furon fatte le altre creature di Dio: il fuoco degli 
astri, Tarla dei venti, l'acqua dei pesci ; e a vituperio 
della stirpe umana mostrò che, se l'uomo ha con tutti 
gli altri animah comune la sorte del nascere, dall' istante 
però del concepimento a quello della nascita corre un 
suo particolare e più vile destino; che cioè soltanto gli 
umani embrioni «in materno utero ex sanguine men- 
« struo educantur et nutriantur ». 

In quanto all'anima, e' è stato un certo nimiero 
di filosofi, come Talete, Anassimandro, Anassimene, 
Anassagora, Diogene, Leucippo, Democrito, Eraclito, 
Empedocle, Ippia, Archelao, Zenone, Aristosseno, Var- 
rone e forse anche altri, persuasi che essa fosse qualche 
cosa di corporeo. Né son mancati di quelli che la negassero 
del tutto, come Dicearco, pel quale ell'era un nome irrito 
e vano. Molti poi, pur negando che l'anima sia mate- 
riale, ritengono tuttavia che essa naturalmente, o «extra 
« duce », come dicono i teologi, risulti dalla potenza 
dell stessa materia, e credono pertanto che essa abbia 
da morire insieme col corpo. E cosi è che, come si parla 
delle malattie del corpo, si parla anche delle passioni 
e delle malattie, onde sarebbe dentro di sé dilacerata, 
travagliata e annientata l'anima stessa. E quei medesimi 
filosofi che ammisero la sostanziale differenza dell'anima 
dal corpo, ritennero che fosse ella soggetta alle pas- 
sioni durante la congiunzione sua col corpo ; e non 
sapendo immaginare come potesse starne disgiunta, 
pensarono che da un corpo non si staccasse se non per 
entrare in un altro, d'uomo o d'altro animale, senza 
potersi quindi sottrarre giammai ai dolorosi turbamenti 
della vita corporea. 

E qual meraviglia se quest'uomo, composto di 
due sostanze così misere, risenta in sé della natura de* 
componenti ? Fragile, caduco, ignobile, esposto a molte 



-— i6o — 

e presso che infinite sorte di malattie, fisiche e morali, 
egli è stato argomento delle più disperanti querimonie 
intorno air infelicità umana. E Valerio Massimo rac- 
conta del cirenaico Egesia, al quale il re Tolomeo do- 
vette proibire di più oltre insegnare, poiché così elo- 
quente era la sua dipintura delle miserie della vita, che 
i suoi s:colari correvano a farne gitto. E Cicerone e' in- 
forma di Crantore e del retore Alcidamante, che scrissero 
anch'essi in lode della morte come liberazione dai mali 
intollerabih della vita. E lo stesso TulHo nel suo De 
consolatione trattò così efficacemente questa stessa ma- 
teria da non far desiderare ai lettori, come uno ha detto, 
.se non che di abbandonar questo mondo. E Plinio, nella 
Storia naturale, lamenta che la sorte degH uomini sia 
più grave assai che quella dei bruti, a cagione dei bisogni 
spirituaH che hanno quelH e non questi, e delle angustie 
che essi procurano, ignote agli animali inferiori. La sto- 
ria di Cleobi e Bitone, narrata da Erodoto e le preghiere 
di Trofonio e Agamede ad Apollo, e la favola di Sileno 
che insegna a Mida « non nasci homi ni longe optimum 
«esse, proximum autem quam primum mori », e sen- 
tenze di Euripide e di tanti altri poeti greci, e ricordi 
della classica antichità si congiungono coi lamenti di 
Salomone sulla vanità della vita e sulla superiorità del 
dì della morte a quel della nascita, col pianto di Giobbe 
che vede la brevità e rapidità della Vita concessa al- 
l'uomo, come a mercenario straniero del mondo, ombra 
fugace, che non può intendere il perchè del suo nascere ; 
con la trattazione sistematica di S. Ambrogio De hono 
mortis, e con quella anche più fosca di papa Innocenzo. Il 
quale, dopo, aver accennato a quella vile e putrida 
condizione dell'embrione, continua che la prima espres- 
sione del dolore, che assale l'uomo in sul nascere, è il 
pianto onde egh s'annunzia. E il verso che allora can- 
tavpsi (e viilìTanm illnm et d^rantatum versnm) » 

Dicentes heii vel ha quotquot nascntitur ab Eva. 



— i6i — 

gli pare una conferma di cotesto pensiero, e gli sugge- 
risce una curiosa etimologia dello stesso nome di Eva, 
che avrebbe meritato di così chiamarsi quasi unione 
delle due interiezioni del dolore {Jwu, ha!). Su questi 
e simili fondamenti, dice con bonaria ironia il buon 
Giannozzo, solidi e ottimi, come a lui sembravano, 
buttati lì comunque, papa Innocenzo costruisce : per 
« nuditatem, per periculos, per senectutem, per varios 
« morta lium labores doloresque procedit ». 

Rispondendo ai singoli capi di questa pessimistica 
dottrina dell'uomo, il Manetti comincia dal richiamare 
r insegnamento di tutti i dottori cattolici, che dicono 
il corpo umano essere stato fatto di fango, perchè nel- 
Tuomo ci fosse il principio della morte e della immortalità, 
e morire egli quindi potesse se avesse peccato, come 
avvenne. Sicché la morte e tutte le sofferenze fìsiche 
non appartengono alla natura del corpo, poiché dipen- 
dono dal peccato : l'uomo, se avesse voluto, avrebbe 
potuto non^ morire. Sicché «omnes prophanorum et 
« sacrorum scriptorum conquestiones et lamentationes 
« de laudatione et bono mortis, et de reliquis incom- 
« moditatibus suis defìcere cessareque deberent ». La 
morte è bensì un male ; ma un male voluto dall'uomo. 
È vero che ciò non toglie che da quando nasce l'uomo 
sia sottoposto a questa legge della morte e di ogni sorta 
di tribolazioni ; ma bisogna pur riconoscere che la 
somma dei piaceri supera nella vita la somma dei 
dolori. «Nulla est enim, mirabile dictu, hominis opc- 
« ratio, si diligenter et accurate eius naturam adverte- 
«rimus, exquaipse saltem non mediocriter oblectetur ». 
Non e' è senso il cui esercizio non sia fonte di godi- 
mento ; e diletto arrecano l'immaginazione, jl giudizio, 
la memoria, V intelligenza, purché si sappia goderne, e 
profittare degli antidoti che la stessa natura ci offre 
a tutte le cause di dolore : la provvida natura, che col 
piacere attrae noi, come gli animali, all'adempimento 
di tutte quelle funzioni che occorrono alla conservazione 

/ / — Giordano Bruno e il pensiero del Rinauimento. 



— 102 — 

degl' individui e della specie. Debole certamente e fra- 
gile è il nostro corpo, ma, nella sua ammirabile e deli- 
cata complessione, quale si conveniva al ricettacolo del- 
l'anima. Che fa che l'elemento, onde fu tratto il corpo 
dell'uomo, sia da meno di quelli che fornì la materia 
alle altre creature ? Tutte le altre o sono inanimate, o 
appena dotate di senso. E l'uomo, questo animale ragio- 
nevole, provvido, sagace, mostra di possedere materia 
ben più nobile d'ogni altra animata creatura e delle 
stesse stelle del cielo, poiché nel suo corpo possiede lo 
strumento più adatto a fare, a parlare, a pensare, a 
tutto ciò a cui quegli altri esseri non pervengono : 
materia tanto più nobile, quanto più vile essa è per sé 
medesima, e nobihtata quindi ed esaltata dal corpo 
umano che entra a formare. E tale risposta basta 
a disfarsi di ogni altro addebito che si sia mosso alla 
natura del nostro corpo. 

Quanto all'anima, a quegli « ebeti » e quasi « cor- 
pulenti e pingui » filosofi, che la vogliono morta col 
corpo, il Manetti si contenta di ricordare quel che 
nel secondo libro ha detto a dimostrazione dell' im- 
mortalità, aggiungendovi qualche altro luogo delle Tu- 
sculane ; per affrettarsi quindi a rispondere a ciò che 
si dice dell'uomo in complesso. E per cominciare dal 
contrapporre autorità ad autorità, conviene prima 
di tutto rammentare quelle parole della Scrittura, che 
dicono « valde bona » tutte le cose create da Dio : 
giacché il meglio del mondo é l'uomo ; e non è possibile 
perciò che ei non sia nel migliore stato che si possa de- 
siderare. E ciò è confermato da quell'osservazione di 
Agostino nel De civitate Dei (XII, i) : <( Sicut melior 
«est natura sentiens etiam cum dolet, quam lapis qui 
« dolere nullo modo potest ; ita rationalis natura prae- 
« stantior etiam misera, quam illa quae rationis vel 
« sensus est expers, et ideo in ea non cadit miseria. 
« Quod cum ita sit huic naturae, quae in tanta excel- 



-i63- 

«lentia creata est, ut licet sit ipsa mutabilis, inhaerendo 
« tamen incommutabili bono, id est summo bono, 
« beatitudinem consequatur, nec expleat indigentiam 
« suam nisi utique beata sit, eique explei^dae non suffi- 
« ciat nisi Deus, profecto non illi adhaerere vitium est ». 

Socrate, Cleombroto, Catone furono indotti al di- 
spregio della vita non dal senso delle sue calamità, sì 
dalla speranza dell' immortalità. Se così non fosse, 
non sarebbero da vero da lodare : che sfuggire e sot- 
trarsi alle difficoltà e ai dolori non è da forte e magni - 
nimo, anzi da uomo molle e snervato. E alle tristi parole 
di Salomone nell'Ecclesiaste, poiché secondo le diverse 
condizioni degli uomini egli si è espresso diversamente, 
sono da opporre quelle che egli dice pure dell'uomo in 
calce a quel hbro : « Ibit in domum aeternitatis suae.... 
«et spiritus redeat ad Deum, qui dedit illum ». Così, 
se una volta egli loda più i morti che i vivi, e più felice 
stima chi non è ancor nato e non ha visto i mali che 
son sotto il sole, ecc., altre volte invece scrive che è 
meglio un cane vivo che un leone morto, ovvero : « Vade 
«ergo,et comede in laetitia panem tuum, et bibe cum 
« gaudio vinum tuum, quia placent Deo opera tua ». 
Contraddizioni che fecero dubitare gli antichi dottori 
della chiesa ebraica, se VEcclesiaste fosse da accogliere 
nel canone delle sacre scritture ; e poco mancò non 
fosse bruciato. Le lamentazioni di Giobbe poi sono dal 
sapiente Eha così redarguite da cedere alle affermazioni 
contrarie. E se sant'Ambrogio e altri dottori della 
Chiesa si compiacquero di abbassare di tanto la condi- 
zione della vita e lodare la morte, essi lo fecero per esal- 
tare la vita delle anime buone dopo la morte. 

Messe pertanto da parte le autorità, si può venire alle 
ragioni di Innocenzo III. Ma quelle tali fondamenta del 
suo edificio fanno venire sulle labbra al Manetti parole 
poco rispettose verso il pontefice : « Quae profecto talia 
«sunt, ut, nisi me debita summi Pontificis reverentia, 



— 164 — 

« quemadmodum ait poeta noster ^), contineret, levia 
« quaedam et puerilia et a pontificia et apostolica gra- 
« vitate longe aliena esse contenderem ». E dimostra in 
quali spropositi il papa sia incorso nello spiegare il 
nome di Eva e il suo primo nome virago, traduzione 
deìVischa ebraico, per essere affatto digiuno di lettere 
ebraiche e non avere né pure attentamente badato al 
modo tenuto da Girolamo nel tradurre questi luoghi del 
Genesi (II, 23 e III, 20). 

Ma della minuta confutazione che il Manetti seguita 
a fare degli argomenti papali, basterà qualche esem- 
pio. Le erbe e gli alberi, aveva detto Innocenzo, produ- 
cono, fiori, fronde e frutta ; e tu uomo, che produci ? 
«.Lendes, pediculos et lumbrices ! ». Dalle piante si 
ricava olio, balsamo ; e da te invece, sputi e peggio ; 
onde quelle spiran di sé odori soavi, e tu mandi 
fetore abbominevole. — E così dice il Manetti, «in 
«rehqua huiusmodi spurcitiis foeditatibusque refer- 
«ta procedens late copioseque prosequitur, quae de- 
«coris honestatisque gratia impraensentiarum omit- 
«tamus. His tam pulchris ac tam formosis praedicti 
« summi pontificis obiectionibus istam suam fructuum 
« comparationem , absurdam esse et videri, re sponderi 
«potest, nam proprius cuiuslibet arboris fructus vere 
« dicitur is, quem arbor illa suapte natura producit. 
« At proprii hominis fructus non sunt foeda illa et 
<( superflua spuritiarum et foeditatum genera superius 
«allegata, sed potius multiplices intelli- 
«gendi et agendi operationes fructus ha- 
« bentur et sunt, ad quas homo, sicut arbor ad fru- 
« ctificandum, naturaliter nascitur ». 

Lo stesso idealistico concetto della umana natura 
informa la risposta che dà il Manetti all'altro gran la- 
mento d' Innocenzo e di tanti circa la brevità della 



*) Dante, Inf., XIX, loi. 



-i65- 

vita. Questa è, egli osserva, lunga quanto è necessario 
affinchè l'uomo adempia i fini della sua natura. Più 
lunga fu nei primi tempi dell'umanità, quando tutto 
il mondo era ancora da creare : le stirpi da propagare, 
le città da edificare, le scienze e le arti da trovare. Ma 
poiché questo mondo umano ci fu, la vita dell'uomo co- 
minciò a poco a poco a decrescere, in guisa che sempre 
bastasse, e sempre basti al compimento del suo destino. 
« Satis enim ad nostra propria intelligendi et agendi 
« officia, et ad bene beateque vivendum, superque satis 
<' et olim vivebamus et nunc vivimus ». 

A tutti i mali, infine, che affliggono il corpo dell'uomo 
il Manetti, di fronte al pontefice e di fronte a ogni buon 
cristiano, ha ragione di opporre lo stato di perfezione che 
a tutti i corpi competerà in virtù della finale risurre- 
zione e, da ultimo, la visione dei gaudi i celesti che ci 
attendono al di là di questa vita mortale. Visione che, 
per altro, e questo è il nuovo del Manetti, non alletta 
e non attrae così violentemente l'animo dell'uomo, da 
fargli pc;rdere il gusto di questa vita terrena e da impe- 
dirgli l'intendimento del valore immanente di essa. 
Ma giova soltai>^ a giusti ficarejliene i difetti e a rendergli 
possibile un razionale apprezzamento non pure dtl 
principio spirituale dell'uomo, astrattamente concepito, 
bensì di tutto l'uomo, spirito e corpo : che non è più 
la bruta materia, la carne eil fango del medio 
evo, ma il corpo dell'uomo, lo strumento delicato quanto 
complicato delle sue privilegiate funzioni spirituali. Quel 
che preme sopra tutto allo scrittore è di cancellare dal- 
l' idea dell'uomo ogni nota di debolezza e d' inferio- 
rità, che possa comunque offuscare l'alta coscienza ch'egli 
ha, e deve avere, della sua posizione nel mondo, al di 
sopra di tutta la natura. 



i66 — 



IX. 



A raffigurare l'uomo in questa sua eminente signoria 
su gli esseri naturali anche il Manetti si rifa, nel primo 
libro, dalla statura eretta dell'uomo e dai versi di Ovidio, 
che egli introduce con le parole stesse con cui allo 
stesso proposito li aveva citati Lattanzio *) ; e per 
descrivere la mirabile struttura delle singole parti del 
corpo non crede si possa far meglio che riferire le pagine 
in cui questo argomento avevano già trattato quei due 
divini uomini e illustratori della lingua latina, Cicerone 
e Lattanzio *). Ma riprende quindi per proprio conto 
il motivo iniziale, per correggere quasi il classico si- 
gnificato trascendente dell'opposizione tra il corpo del- 
l'uomo e quello degli altri animali osservando che : 
« figura ceterarum omnium nobilissima ita intuen- 
«tibus apparet ut de ea nullatenus ambigi dubita- 
«ri possit. Nam sic rigida et recta est, ut, cunctis 
«ahis animantibus terram pronis humique depressis, 
« quasi solus eorum omnium dominus et rex et impe- 
« rator in universo terrarum orbe non immerito dominari 
« ac regnare et imperare videatur ». 

La stessa filosofìa fa consistere l'essenza o forma del- 
l'uomo neir intelligenza ; e questa esigeva che gli or- 
gani dei sensi più sagaci e più nobili, vista e udito, in 
servigio delle superiori funzioni dell'anima fossero col- 
locati in posizione più elevata, donde più largamente 



*) Div. Insta., II, I. 

^) Cic, De nat. deor., II 54-58, 134-146 e II 59-60, 
149-.150 = Manetti, pagg. 16-25; ^ Latt., De opif. Dei 
ce. 8-13 = Man. pagg. 25-41. 



— 167 — 

essi potessero spaziare sulla circostante natura ^). 
Giacché ben altra è la capacità naturale dell'uomo da 
quella degli animali. E qui spunta il concetto che riap- 
parirà in Pico, dell'uomo che solo fra tutti gli esseri 
naturali è atto a ogni arte che ei vogha. Di che sono 
strumento e segno naturale nel suo corpo le mani : 
« Pleraque animaha ad alicuius sive artis sive arti- 
« fieli participationem naturali quodam instructu {corr, 
«linstinctu) inclinata feruntur, quod in araneis et api- 
«bus atque hirundinibus et aliis quibusdam solertibus 
«animantibus manifeste deprehenditur. Hoc autem ra- 
<( tionale idcirco a natura ita factum itaque institutum 
«esse creditur, ut ad cuiuslibet artis, non ad unius so- 
« lius percèptionem, aptius habiliusque oriretur : si 
«enim homo ad certam quandam artem, ceu de ara- 
«neis et apibus dicitur, a natura instructus (corr. in- 
* stinctus) accepisset, profecto quemadmodum illis ani- 
«malibus contigisse videmus, ceteris pene omnibus 
«exercitiis et professioni bus caruisset. Et vero ei datae 
«et exhibitae fuerunt manus, ut per huiusmodi non 
«inanimata, sed quasi viva instnimenta et (ut inquit 
« Ari stote les) organorum organa, varia diversarum ar- 
«tium iam perceptarum opera et officia exercere et 
« exequi posse t ». 

Segue una particolareggiata rassegna delle singole 
parti del corpo, di ciascuna delle quali il Manetti dimo- 



^) Il Manetti aveva letto in Aristoiele, De pari, an., 
IV, IO, 686 a 25 : ò jièv ouv av&pcoTio? àvtl oxeXèv liSfX uodwv ttìv 
npooMw/ ppax^ova? xal tàg TtaXoujxévac l'/ti X^^P^C òp8^v |ièv ydip èoti 
jidvov Twv Crf)a)v ita iò tyjv cpùotv aùxoO xal tyjv oùoiav elvai 0-£(av " ipyw 
tè xoò 0«icTccTO'j TÒ voelv xal cppovslv ' xoOto Z* oò ^dficov tcoXXoù toD 
àva){)«v £:itxei|Jiévou ow|iaToc * xò yàp ^àpcc S-joxivifjTov Tioiel ty^v Sidvotav 
xal xTjv xotvYiv aifofhjoiv " 8'.ò tcXeìovoc Y^Y'^^J^^'^'^'-* "^^^ pàp^'J? ^ai "^oO oo)- 
fiaTtódouc, ù'/à^Yi ^érreiv là ooófiata Ttpòg xyjv y>/V, (Sots Tipòg x^v ào9d- 
Xetav àvxl ^paxK^vwv xal x^^pwv xor>€ 7ipoo8'tot)c nofiàc uTtéè-y^xtv v] (fùoi^ 
xol? x£xpà7iooiv. — E certamente se ne ricordava svolgendo a 
suo modo questo concetto della convenienza tra la statura 
eretta dell'uomo e la sua superiore natura conoscitiva. 



— i68 — 

stra la mirabile corrispondenza tra funzione e struttura, 
per conchiudere che ben a ragione gli antichi pagani e 
i moderni cristiani non hanno saputo meglio rappre- 
sentarci la divinità che nelle forme umane ; e ben 
fu detto microcosmo dai Greci questo corpo dell'uomo, 
che rispecchia in sé la provvidenziale armonia del mondo. 
E altri ha notato che la proporzione delle dimensioni 
date da Noè alla sua arca riproduce quella di questa 
perfettissima fra le opere di Dio, che è il nostro corpo. 

Nel secondo libro il buon Manetti non si sente dav- 
vero la forza di affrontare la questione della natura 
dell'anima, sbigottito quasi da quel che leggeva nel suo 
Lattanzio ^) : « Quid autem sit anima nondum inter 
« philosophos convenit, nec fortasse unquam convenit ». 
Si Umita quindi a riferire una serie di opinioni attinte 
al De anima di Aristotele e alle Tiisculane, avvertendo 
fin da principio che <( postquam ea ipsa recitarimus, re- 
« citataque leviter confutaverimus, quae philosophos suis 
« puris naturalibus constitutos conscripsisse percipimus, 
« ad nostros theologos, qui bus haec et cetera huiusmodi 
« naturae mysteria divinitus revelata fuisse constat, 
« tanquam in unum humanae salutis portum magna 
« iactati tempestate confugimus ». 

Maggiore interesse ha per noi la sua maniera di di- 
mostrare r immortalità dell'anima, ch'egli confida di 
provare con argomenti razionali, autorità di poeti e 
filosofi, e « adamantine » testimonianze della Scrit- 
tura. Gli argomenti scelti (« panca e multis, tanquam 
aliis probabiliora ») sono cinque ; e i primi quattro 
saranno ripetuti dal Campanella. Il primo è ricavato 
dall'uso del fuoco concesso soltanto agU uomini : « Ce- 
«terae animantes tribus dumtaxat elementis, quasi 
« ponderosis ac terrestribus, utuntur ; solus vero homo 
« ignem, utpote leve et sublime ac caeleste elementum, 



') De op. Dei, e. 17. 



— log — 

« si ne quo vivere non posset, in quotidianum vitae suae 
« iisumadsumit: quod ideo non exiguum, ut ait quidam*), 
« immortalitatis argumentum videri deb»et, quoniam 
« Doum, qui singula quaeque bruta ignis utilitate priva- 
« vit, hominibus vero tantummodo largitusest, nihil te- 
« mere ac frustra facere ac operari intelligimus : praeser- 
« tim cum ad generales quasdam aliquorum, nedum ad 
« cunctas omnium animalium species intendere ac prospi- 
« cere videatur. Sed cum cetera ammalia mortalia effi- 
«ceret, per hiusmodielementorum discretionem quae ad 
« viventium usum utilità temque creaverat, ea ut re vera 
«interse discreverat, ita per hunc diversarum natura- 
« rum modum ab invicem discreta, ab illis intelligi vo- 
« luit, qui subtili ingenio praediti paulo altius a terrenis 
« cogitati onibus eie vare ntur ». 

Il secondo è tratto da Cicerone, e concerne l' istin- 
tiva cura che gli uomini hanno della vita pensando che 
essa perdurerà oltre la morte del corpo : « Si omnes 
« viventes homines longe post mortem prospicere 
«ac futuris seculis magnis cum laboribus nec mi- 
«noribus sumptibus naturali quodam desiderio al- 
« lecti et insti gati, quantum possunt semper prodesse 
«conantur, partim crebris procerarum arborum consi- 
«tionibus, partim diuturnis magnorum aedificiorum 
« constructionibus, partim continuis filiorum procrea- 
« tionibus, partim denique, ne cuncta in hoc loco com- 
« plectamur, perpetuis HberaUum artium et ingenua- 
«ram sententiarum conscriptionibus, ut sunt varia 
« diversorum hominum ingenia, quae omnia Cicero in 
« Tusculanis [I, 14] suis multo latius et uberius prose- 
«cutus est, quemadmodum luce clarius costare et ap- 
« parere dignoscimus, profecto eorum animam immor- 
« talem fore iure dubitare et ambigere non possumus ; 
« praesertim cum huiusmodi dcsiderium cunctis homi- 



*) Lattanzio, Div. Tnstit., VII, 9. 



— 170 — 

« ni bus vel potius humano generi ab ipsa natura, rerum 
«omnium parente, inditum fuisse videamus. Quoniam 
« aliter sequeretur ut innatae eorum animalium, quae 
« Deus prae ceteris nobilitata condidisset cupiditates ap- 
« petitionesque evanescerent ». 

Il terzo si fonda sulla naturale aspirazione dell'uomo 
alla felicità, che non può né anch'essa ritenersi vana : 
« Eosdem quoque homines, natura duce, felicitatem 
«appetere videmus, quam nullatenus nisi per ani- 
«mae dumtaxat immortalitatem adipisci et assequi 
« possent ; nam, si omnino extingueretur, quonam modo 
«felices viderentur, intelligere excogitareque nequi- 
« mus : praesertim cum in hac vita mortaH, ob singu- 
« larem quamdam eius varietatem, nullatenus beati esse 
«valeamus. Itaque similiter vana et stulta naturae cu- 
<( piditas et appetitio resultaret ». 

E il quarto sull'innato desiderio universale della 
immortalità : «Omnes insuper naturali et innata volunta- 
« te immortales fore exoptamus et cupimus ; sed huius- 
« modi nostra voluntas, quam philosophi appetitum cum 
«ratione defìnierunt, omnino falli decipive non potest. 
« Quod si eveniret, in idem utique inanis cupiditatis 
« naturalis absurdum laberemur. Quae quidem quoniam 
« impossibilia sunt ac naturae ipsi piane et aperte repu- 
«gnare cernuntur, profecto animas una cum corpori- 
« bus interire, falsum esse convincitur ». 

A questi argomenti il Manetti aggiunge quell'altro 
della tradizionale teodicea, che sarà combattuto dal 
Pomponazzi e che il Campanella, come abbiamo vi- 
sto, potrà quindi considerare accessorio : « Quod si 
«fieri potuisset, ut animae simul cum corporibus 
«interirent, porro Deum iniustum fuisse manifeste 
« concluderetur. Nam magna quaedam perditis homi- 
«nibus suorum malorum facinorum praemia, vel di- 
« vitias vel honores ac potentatus et regna, indignis- 
« sime simul atque iniquissime largiretur : viris vero 
« probis atque optimis, qui cuncta haec quae bona ap- 



— 171 ~ 

* pe Ilare solemus, frivola et inania conte mpserunt, atque 
«inediam, parsimoniam, verbera, aculeos et singula 
« quaeque corporum tormenta sponte sua susceperunt, 
*ut caelestem illam ac beatam et immarcescibilem vi- 
<(tani nanciscerentur, non modo dignam laborum mer- 
^cedem non praeberet, sed prò operibus iustis glorio- 
« seque gesti s cunctas huius humanae vitae miserias, 
« cruciatus, neces tribueret : quo quid absurdius dici 
«excogitarive possit, nequaquam intelligere valemus ». 

Tralasciamo pure le testimonianze profane e sacre 
atte a confortare questa fede nell'anima immortale. 
Guardiamo piuttosto alle manifestazioni terrene e at- 
tuali della potenza superiore di quésta spirituale natura 
dell'uomo. Tra i miracoli dell'umana possanza il Cam- 
panella canterà quello della navigazione (vv. 26-29) ; 
e il Manetti un secolo e mezzo prima di lui scriveva : 
« Ut a levioribus incipiamus, quanto et quam mira- 
le bili ingenio praeditum lasonem Argonautarum prin- 
« cipem fuisse existimamus, quando primum illud navi- 
« gium construxit, quo Argonautae eius collegae vecti 
«horrisonum mare ingredi atque horribilcs saevi pelagi 

♦ fìuctus secure et intrepide, incredibile dictu, trànsire 
«ausi sunt ? Id cuique ita mirabile videri poterat, ut 
«unumquenque videntem in sui admirationem compu- 
«lisset ceu ille apud Actium poetam pastor, qui navem 
« nunquam antea vidisset, ut procul divinum et no- 
«vum illud vehiculum ex alto conspexit, perterritus 
net admirabundus hoc modo loquebatm- : 

tanta moles labitur 
Fremebunda ex alto ingenti sonitu et strepitu 
Prae se undas evolvit ^), et reliqua. 

« Huius modi navigandi artifìcium paulatim per multa 
« temporum momenta, usque ad hanc nostram aetatem 



') Vedi RiBBECK, ScMìt. Rom. poes. fragni., 1, pag. 187 
(Cic, De nat. deor., II, 35, 89). 



— 172 — 

« ita excrevisse videmus, ut in miraculiim usque pro- 
« cesserit. Nam non modo Britannicum et Glaciale 
« Oceanum, ut inquit Poeta, quotidie navigare consue- 
« vcrunt, sed etiam in intimam pene Mauritaniam, ultra 
«terminos antea navigabile=i, nuper penetrare conten- 
« derunt, ubi plures cultas et habitatas insulas penitus 
« antehac incognitas repertas fuisse audivimus ». 

Il Manetti ricorda quindi le più grandi e celebri 
opere dell'arte umana : come le piramidi d'Egitto e la 
cupola del Brunelleschi ; e poi quegli stessi meravi- 
gliosi dipinti di antichi pittori, sui quali si rifarà con 
lo stesso intento, come s' è visto, Marsilio Ficino : 
Zeusi, che ritrasse l' immagine parlante di Elena ; 
Apelle che «equam canemque tales depinxerat, ut 
«equi canesve transeunte s, viva quasi imagine capti 
<( allectique, interdum hinnire ac latrare cogerentur, 
« quoniam ea animalia vera esse existimabant, quac 
« in pariete pietà in propatulo cernebantur ». Ed Eu- 
franore, che con tanta arte ritraeva sulla parete i grap- 
poli d'uva fresca che gli uccelli andavano a battervi 
col becco. Ma insieme con questi antichi non esita 
a rammentare Giotto, le cui opere a Roma, a Napo- 
li, a Venezia, a Firenze gli paion degne di gareg- 
giare con i capolavori più celebri dell'antichità. E coi 
pittori, eli scultori attestano la sublime potenza del- 
l' ingegno umano ; giacché, per ricordarne uno, Prassi- 
tele, « Venerem in quodam Indorum tempio marmore 
« ita venuste expressit, ut vix a libidinosis transeuntium 
<' conspectibus tuta et pudica servaretur ». E per pas- 
sare ad «altiora et liberaHora ingenuarum artium mo- 
« numenta », che dire dei grandi poeti greci e latini (poi- 
ché da schietto umanista il Manetti dimentica qui i 
moderni) i cui poemi e le cui fantasie dovettero richie- 
dere tanta forza d' ingegno che non erano possibili 
« sine aliquo caelestis mentis instinctu »? E ad essi 
aggiungi tanti celebri storici e oratori e giureconsulti 
e filosofi, scrutatori meravighosi di tutti i segreti della 



— 173 — 

natura, che consegnarono alle lettere £>Teche e latine le 
loro acute, sottili meditazioni. E tacciamo dei medici, 
che soccorrono coi loro ingegnosi trovati ai corpi in- 
fermi. Ma quel che più colpisce il Manetti, come poi e 
il Ficino e il Campanella, è la gran prova che l' ingegno 
umano dà di sé nell'astronomia, onde si solleva al cielo : 
« Astrologi insupcr, motus conversionesque siderum, 
«ortus obitusque signorum et planetarum magna 
«cum attentione suspicientes, in tantam eorum cogni- 
«tionem pervenerunt, ut varias Solis Lunaeque celi- 
« pses defectionesque multo ante praedicerent, et futu- 
«ras frumentorum, elei, vini ubertates, inopiasque prae- 
« noscerent. Quales multos et in primis Thalem Milesium, 
« qui ob magnam quandam olei emptionem, cuius pe- 
« nuriam per astrologiam futuram ess(i praexàderat, 
«ex paupere dives effectus est. Et Archimedem Syracu- 
«sanum extitissc tradunt, quem diversos Lunae Solis 
« ac quinque errantium stellarum motus in sphaera 
« nescio qua ab eo mirabihttr fabrefacta ita illigasse 
« dicitur, ut omnes eorum dissimillimos motus, mira- 
« bile dictu, una regeret conversio. De quo Lactantius 
«eleganter in secundo Dhinanim Institntionuni libro 
« [cap. 5] verba haec ponit : «' An Archimedes Siculus 
«concavo aere similitudincm mundi ac figuram potuit 
«machinari? in quo ita Solem Lunamque composuit, 
«ut inaequales motus et caelestibus similes conversio- 
«nibus singuHs quasi diebus efficerent, non modo ac- 
«cessus Solis ac recessus, vel incrementa diminutio- 
'( nesque Lunae, verum etiam stellarum errantium vel 
« vagantium dispares cursus or bis ille dum vertitur 
'(cxhiboret '». 

Ma anche pel Manetti la più alta vetta che si tocchi 
dall' ingegno d( ll'uomo è la speculazione del divino, 
propria di i teologi ; i quali, giovandosi della rivelazione 
dei profeti, si addentrano nei più riposti misteri dell'oc- 
culto invisibile e incomprensibile, in guisa da non la- 
sciar dubbio che l'animo loro debba rassomigliarsi a 



— 174 — 

Colui che in cielo, in terra, in mare e per tutto ha creato 
questo mondo di cui essi posseggono la più alta dottrina. 
« linde qui haec et cetera huiusmodi conspexisse putan- 
« tur, hi profecto docuisse perhibentur similem animum 
« suum eius esse, qui ea sive in caelo, sive in terra, sive 
« in mari totove mundo fabricatus esset ». 

Della stessa natura divina della nostra anima ren- 
dono testimonianza le altre due potenze di essa : la 
memoria e la volontà ; quella coi suoi portenti, onde 
son celebrati tanti illustri uomini antichi e che son resi 
possibili dall'arte dagli uomini stessi inventata a esten- 
derne e rafforzarne il naturale potere, e per cui l'uomo 
può non solo « quaeque inteUigere », ma « cuncta quae 
«intellecta essent meminisse » ; e questa, per la sua 
libertà, onde l'uomo può volgersi al bene e rifuggire 
dal male. 

Detto così della natuia corporea e di quella spiri- 
tuale dell'uomo, il Manetti s' è aperta la via a trattare 
del posto che spetta all'uomo nel mondo. Con l'origi- 
ne del quale s' intreccia quella dell'uomo ; e il Manetti 
sa quante dottrine materialistiche e panteistiche siano 
state professate da grandi filosofi, con le quali non sa- 
rebbe dato di conciliare il suo concetto dell'uomo. 
Ma a tutte le difficoltà derivanti dall'alta filosofia egli 
si sottrae con questa modesta dichiarazione di sincero 
credente : « Nos, quamquam homunculi et ignari simus; 
« praesertim si cum tantis ac tam magnis philosophis com- 
« paremur, per Sacras tamen Scripturas caelitus edocti 
« et divino qùodam splendore illuminati, contra fal- 
« sam gentilium ethnicorumque virorum sapientiam di- 
« cere ac disserere praesumentes, mundum ab omni- 
« potenti Deo ex nihilo creatum et gratia hominis con- 
« stitutum asserere et confirmare non dubitamus ». 

Non si ferma per altro a dire che crede perchè crede. 
La stessa struttura razionale di questo mondo svela al suo 
sguardo una finalità. Ora, non si dirà che il mondo 
è fatto per se stesso. Perchè nel mondo, cioè nella na- 



-175- 

tura, non e' è senso ; e senza senso non e' è bisogno cui 
sia da soddisfare. Né si può dire che il mondo sia stato 
fatto per Dio ; perchè questi avrebbe potuto e potrebbe 
fare a meno del mondo, come sappiamo essere avve- 
nuto prima della creazione. La natura bruta è indiriz- 
zata all'anima, e quindi al più alto degli esseri animati, 
al quale tutti gli altri . servono come strumenti : 
« Relinquitur ergo, animarum causa mundum esse 
« constructum, cum rebus ipsis ex quibus constat ani- 
« mante s ipsas uti videamus, quatenus per praedictum 
« earum rerum usum sese conservare, ac per hunc mo- 
« dum degere et vivere valeant. Si ceteras igitur animan- 
« tes hominis tantummodo causa factas esse apparent, 
a inundum utique hominis dumtaxat gratia a Deo fac- 
«tum et constitutum fuisse concluderetur, quoniam 
« ipsum propter animantes factum et eas propter homi- 
« nem factas dicimus. At hoc ipsum ex eo certumesse 
<( declaratur, quod omnia quaecunque facta sunt, soli 
« homini deservire ac mirum in modum famulari, meri- 
« diana (ut dicitur) luce clarius conspicimus : quo qui- 
<( dem probato vereque concesso, hominem cuius gratia 
« mundum creatum confitemur, utique a Deo factum 
« fuisse manifestum est ». 

Nell'uomo, l'opera più perfetta di Dio, si rispecchia 
la divinità dell'artefice. Si rispecchia nella sua natura, 
nel suo ufficio e nel fine, al quale esso stesso è destinato. 
La natura dell'uomo, invero, compendia in sé e rias- 
sume tutte le bellezze sparse ne' vari ordini dell'uni- 
verso ; ma si appalesa nella sua potenza creatrice, che 
è la virtù mirabile del suo ingegno. 

Il mondo, sì, è creato da Dio ; ma dopo « primam 
« illam novam ac rudem mundi creationem », si può 
dire che tutto sia trovato e opera dell'acume stupendo 
dell'umana mente. Onde il vero mondo è nostro : 
« Nostra namque, hoc est humana, sunt, quoniam ab 
« hominibus effecta, quae cernuntur : omnes domus, 
« omnia oppida, omnes urbes, omnia denique orbis 



— 176 — 

«terrarum aedificia, quae nimirum tanta et talia sunt, 
«ut potius angelorum quam hominium opera, ob ma- 
«gnam quandam eorum excellentiam, iure censeri de- 
« beant. Nostrae sunt picturae, nostrae sculpturae, no- 
« strae sunt artes, nostrae scientiae, nostrae (vel volen- 
« tibus, vel invitis Academicis, qui nihil omnino a nobis, 
«nescientia, ut ita dixerim, dumtaxat excepta, sciri 
«posse arbitra bantur) sapientiae. Nostrae sunt denique, 
« ne de singulis longius disseramus, cum prope infinita 
«sint, omnes adinventiones, nostra omnia diversarum 
« linguarum ac variarum litterarum genera, de quarum 
«necessariis usibus quanto magis magisque cogitamus, 
«tanto vehementius admirari et obstupescere cogimur ». 

La lingua non è un dono naturale che sia stato fatto 
all'uomo, secondo il Manetti : bensì « subtile quodda-m 
« et acutum artificium » : creazione dell'uomo, al pari 
della scrittura, che l'uomo inventò quando ebbe bisogno 
di comunicare i propri pensieri agli assenti. La in- 
ventò al pari di tutti i prodotti svariati della tecnica : 
« Nostra sunt denique omnia machinamenta, quae 
«admirabilia et pene incredibilia humani vel divini 
«potius ingenii acies ac acrimonia singulari quadam 
«ac praecipua solertia moliri fabricarique constituit. 
« Haec quidem et cetera huiusmodi tot ac talia undique 
« conspiciuntur, ut mundus et eius ornamenta ab om- 
« nipotenti Deo ad usus hominum primo inventa insti- 
« tutaque, et ab ipsis postea hominibus gratanter acce- 
« pta, multo pulchriora multoque or- 
«natiora ac longe politiora effecta 
«fuisse videantur». 

Così intendiamo perchè i primi popoli adorassero 
come dei i primi inventori delle arti. Essi infatti conti- 
nuano J 'opera della creazione divina e portano a perfe- 
zione e compimento il mondo, che è uscito dalle mani di 
Dio. Né l'uomo si limita quasi a sopraedifìcare sul fonda- 
mento della natura divina. Con la sua sapienza egli 
ordina e governa e volge a' propri fini le stesse creature 



— 177 — 

naturali : « Homines enim, velut omnium domini, terrae- 
« que cultores, variis eam diversisque operibus suis mirum 
«in modum coluerunt, atque agros et insulas littoraque 
«terris et urbi bus distinxerunt. Quae si ut animis, ita 
« oculis videro atque conspicere valeremus, nemo cuncta 
«uno aspectu intuens, ullo unquam tempore admirari 
«atque obstupescere desisteret ». 

E come da una parte la sapienza si volge con le 
virtù speculative a Dio, oggetto supremo d'ogni sapere, 
così con le virtù pratiche si riversa sui naturali appetiti 
dell'anima, e fonda e regge il mondo morale. 

La umana volontà, d'altra parte, non si chiude nel 
dominio tutto spirituale della vita morale, ma si afferma 
anch'essa sulle cose naturali, e fa del mondo una cosa, 
una proprietà dell'uomo. Giacché nostre son tutte le 
regioni della terra, e le campagne e le montagne, e le 
valli e le piante e gli animali, e le fonti e i fiumi, e i 
laghi e i mari : tutte le creature innumerevoH che con 
la loro differenza ricchissima, proporzionata ad ogni 
sorta di nostri eventuali bisogni, stanno anch'esse a 
parlarci di quella provvidenza, che gli Epicurei si argo- 
mentano di negare. L'uomo, in conclusione, «cunctis 
« quae creata sunt sua voluntate uti propriaque volun- 
« tate dominari et imperare potest ». Alla qual signoria 
il Manetti non dimentica di annettere, come il Campa- 
nella, quei poteri magici e miracolosi e soprannaturali, 
che la religione riconosce nei santi e nei suoi ministri. È 
qui il carattere che distingue questa prima forma del 
concetto del « regnuin hominis », tutta propria del nostro 
Rinascimento, diversa dalla forma in cui lo stesso con- 
cetto riapparirà e si farà valere per opera di Bacone. 
Giacché pel filosofo inglese questa signoria dell'uomo 
è conquistata per mezzo del sapere scientifico, che 
conferisce all'uomo il dominio delle forze naturah : 
laddove pel Campanella, come pel Manetti, questa 
posizione privilegiata dell'uomo è ancora un «regno 
por grazia di Dio, il quale conferisce all'uomo imme- 

/a — Giordano Bruno il pensiero del Rinascimente 



— ' 178 — 

diatamente così Fuso delle forze naturali come quello 
delle soprannaturali. Un regno, in cui si comincia 
a intra vvedere l'iniziativa creatrice e autonoma del- 
l' uomo ; di questo « quidam mortalis deus », come, con 
frase ciceroniana, dice anche il buon Giannozzo ; ma 
orientata sempre verso la realtà trascendente, a cui 
l'uomo con la virtù e colla conoscenza deve tornare : 
poiché il suo fine è sempre di là dalla stessa vita, dove 
si celebra questa sua divina natura in cui il pensatore 
della Rinascenza si esalta. 

L'uomo, dice da ultimo il Manetti, non ha il suo 
fine in Dio, ma in sé stesso ; e mal si può credere in 
questa" parte a Lattanzio *), che Dio abbia fatto, come 
il mondo per l'uomo, cosi l'uomo per Dio, «tanquam 
« divini templi antistitem, spectatorem operum rerum- 
« que caelestium ». Né meglio ha pensato Agostino, 
« quippe Deum ob immensa m eius bonitatem, non sua 
«utilitate (scriptum est enim quoniam honorum no- 
«strorum non eget) sed potius hominis causa homi- 
« nem fecisse putat ». Ma, quando si va a vedere co- 
me viene poi inteso questo fine umano dell' uomo, 
ecco il buon Giannozzo sfuggire sollecitatamente ogni 
contatto coi peripatetici, coi platonici, cogli stoici e 
quanti altri filosofi d'altro indirizzo ci sono stati 
(«tanquam nocturnos quosdam obscurae et abstru- 
«sae veritatis indagatores »), e rifugiarsi sollecito 
nell'unico porto tranquillo e sicuro che ci sia, della 
vera ed espressa salute, per sottrarsi ai flutti della tem- 
pesta : « Fecit igitur Deus hominem, ut per quandam 
« admirabilium operum suorum intelligentiam certam- 
« que cognitionem eorum opificem recognosceret et co- 
«leret ». Sarà anche la soluzione di Marsilio e di 
questa corrente filosofica, alla quale pure si deve la 
scoperta del valore dell'uomo, fino al Campanella, 



*) De ira Dei, e. li^, 



V. 
LEONARDO FILOSOFO 



Conferenza tenuta in Roma al Lyceum il 19 maggio 19 19 ; 
e pubbl. nella Nuova Antologia del 1° giugno dello stesso anno. 



Se per filosofo s' intende chi abbia scritto dei libri 
per dare una soluzione almeno di qualcuno dei problemi 
filosofici, o una trattazione sistematica d'una dottrina 
appartenente al sistema della filosofia, Leonardo non fu 
un filosofo. Nei suoi manoscritti non si troverebbero 
insieme due pagine di argomento filosofico. — Se per 
filosofo s' intende chi, come Socrate, sdegnando quei 
discorsi muti e quasi morti che sono consegnati alle 
carte e vi restano fìssi, incapaci di rispondere alle inat- 
tese difficoltà e alle sempre nuove domande del lettore, 
non abbia mai scritto di filosofia, ma abbia tuttavia 
suscitato con l' insegnamento vivo una scuola, che ne 
ha perpetuato e fecon<lato il pensiero, promovendo 
così un moto spirituale, che da lui ripeta la sua prima 
origine, Leonardo non fu un filosofo. I suoi scolari 
ammirarono in lui l'artista, il sommo artista ; il movi- 
mento filosofico del Cinquecento, non solo non fa capo 
a Leonardo, ma ne ignei a il nome. — Se per filosofo 
s'intende chi, senza scrirere o insegnare una dottrina 
filosofica, viva seco stesalo d'un pensiero concentrato 
nella speculazione dell'essere, tormentato dal senso del 
mistero, incurioso di quamo possa distoglierlo da que- 
sto senso, o non giovi ad appagare il suo bisogno d'un 
concetto universale della vita, Leonardo non fu un filo- 
sofo. Il suo spirito è dominato da molti interessi teore- 



— l82 — 

tici e speculativi, anzi si può dire attratto da tutti i 
problemi della scienza, ma è retto nel profondo dall' i- 
stintiva vocazione dell'artista, dal desiderio sempre ine- 
sausto della visione pittorica, dei colori e delle linee,, 
dalle quali traluce l'anima umana. 

Se per filosofo s' intende chi, comunque, venga in- 
contro al bisogno che tutti ci assale quando cominciamo 
a riflettere sulle contraddizioni palesi di quel pensiero 
(cui pure per solito ci abbandoniamo sospinti dalla ne- 
cessità di vivere rapidamente la nostra vita) e, senten- 
done il doloroso disagio, aspiriamo a un concetto, che 
componga e concilii i contrasti, e ci restituisca la pace 
interna e la fede e la forza della coscienza ; ci venga in- 
contro, e ci dica una parola luminosa, rischiaratrice a 
noi di un nuovo orizzonte, Leonardo non fu un filosofo. 
Dalle sue carte non possiamo attingere il conforto che 
desideriamo dai filosofi, quando per esempio, ci accor- 
giamo di vivere ora presupponendo che tutto si riduca 
a questo mondo materiale che ci sta innanzi, e che non 
sappiamo concepire se non come un mondo meccanico 
in cui niente accade senza una causa, né e' è causa 
che possa non produrre comunque il suo effetto ; ora 
presupponendo che nel mondo ci siano pure gli uomini, 
ci siamo noi, che non possiamo affermare il valore della 
nostra personalità con le sue esigenze imprescindibih 
e coi suoi ideali imperituri ed eterni senza attribuirci 
una libertà che ripugna all'universale meccanismo dianzi 
ammesso ; — o quando avvertiamo la coesistenza nel- 
l'anima nostra di due anime radicalmente opposte tra 
loro, con una delle quali ci par di vivere una vita che 
rifletta, attraverso le mille e mille sensazioni affollantisi 
a ogni istante nella nostra coscienza, il turbinio delle 
forze circostanti, e con l'altra di crearci da noi la nostra 
vita spirituale, d'infamia o d'eroismo, di godimento o 
di sacrifizio, di senso brutale o di sublime aspirazione 
a un ideale infinito ; — o quando, svegliatici a un tratto 
da quel quasi sogno che è la ingenua vita deiruomo pra- 



— 183 — 

tico, notiamo che questa vita ondeggia di continuo tra 
un concetto secondo il quale tutto trapassa e muore, 
non solo le cose che mutano incessantemente sotto i 
nostri occhi, ma noi stessi, che ci sentiamo ad ora ad 
ora venir meno di dentro i nostri affetti, le nostre pas- 
sioni, le nostre convinzioni, tutto l'esser nostro cor- 
rente dalla nascita alla morte, cotne onda dell'oceano 
destinata a infrangersi sul lido, e un altro concetto, 
onde noi, nel nostro essere più profondo, contempliamo 
tutte queste cose della sterminata natura trasmutabile 
per tutte guise o lo stesso animo nostro in movimento 
continuo dall'alba della prima infanzia al meriggio del- 
l'età matura, al mesto crepuscolo della nostra sera, noi 
con la nostra santa verità, con la bellezza eterna dei 
nostri fantasmi, col frutto immarcescibile della buona 
volontà che è nostra, non possiamo perire, e parteci- 
piamo dell' immotali tà delle cose divine. 

Ebbene, quando noi sostiamo innanzi a questi an- 
gosciori problemi, e ci domandiamo : ma dunque, che 
cosa dobbiamo pensare di questa vita, che viviamo di 
conserva, noi e le cose, in una società, in un tutto, dal 
quale non potremmo mai uscire ? e come dobbiamo vi- 
vere , sotto qual legge, e con quale fede ? — alle nostre 
domande non troveremo in Leonardo risposta. Non la 
troveremo, se non vorremo contentarci d'una semplice 
affermazione, e cercheremo una dimostrazione la quale 
ci liberi dal sospetto che non sia per avventura da 
preferirsi l'alternativa opposta. 



IT. 



Leonardo, dunque, non ha lasciato né opere filoso- 
fiche, né una scuola di filosofìa ; non è vissuto sotto il 
dominio sovrano dell' interesse filosofico, indirizzando a 
quel segno la somma de' suoi pensieri ; e perciò non ha 



— i84 — 

potuto risolvere nessuno dei problemi, che i filosofi- 
si propongono di risolvere. Per tutti questi rispetti può 
ben dirsi a ragione che Leonardo non appartenga alla 
storia della filosofia. Ma, soggiungo subito, nello stesso 
senso né anche Machia velH, e né anche Gahleo, a rigore, 
vi appartengono ; pei prendere due nomi che per vario 
motivo vanno storicamente congiunti con quello di 
Leonardo, e che pure si é soliti d' incontrare nelle storie 
della filosofia ; poiché tanta intatti è l' importanza sto- 
rica del loro pensiero, quantunque entrambi abbiano 
propriamente atteso a speciali problemi scientifici, estra- 
nei al complesso sistematico di quelli che si possono 
dire filosofici. In verità, la filosofia cesserebbe di essere 
filosofica, concetto sintetico o, come Platone avrebbe 
detto, sinottico dflla realtà in cui si vive, se potesse 
effettivamente ridursi a lavoro speciale, professionale, 
di una sola classe degU uomini : dei professori, o magari, 
deh scrittori di filosofia I; <=ie fosse davvero possibile 
che anime sovrane, geni capaci di svegliare negli uomini 
e far vibrare tutta la loro umanità, come Leonardo, 
Dante, Michelangelo, e per restare in Italia, Manzoni, 
Leopardi, non avessero anche loro, a modo loro, una 
filosofia ; se la filosofia, insomma, potesse affatto con- 
fondersi con tutte le altre scienze, che tali si dicono 
in senso stretto, e che, ad una ad una considerate, sono 
forme accidentah, perchè avventizie dell'umano pen- 
siero ! 

Egli è che in ogni arte e disciplina, si può essere 
maestri e si può essere soltanto discepoh ; e che in arte, 
in filosofia, in rehgione saranno pochi i maestri, ma 
scolari siamo tutti ; onde in ogni tempo i maestri han 
potuto parlare, più o meno direttamente, al genere 
umano, ai dotti e agi' indotti, ai grandi, cresciuti nella 
coltura e nella meditazione, e agh umili, ai semplici, 
ai parvoli : convenendo tutti, maestri e scolari, in una 
comune, quasi elementare, ossia fondamentale ed es- 
senziale umanità ; per cui Platone è uno, ma tutti 



-i85- 

siamo in grado di leggerlo, e tutti così platonizziamo 
(ciascuno, s' intende a suo modo, come dimostra il 
gran numero delle interpretazioni). E che varrebbe il 
sorriso di monna Lisa se, dopo che fu visto da Leonardo 
e fermato perciò sulla tela innanà agli occhi immor- 
tali dello spirito umano, non fossimo, quanti abbiamo 
occhi e anima, e siamo cioè uomini, capaci tutti di 
guardarlo, vederlo, ed esserne conquisi ? Egli, mae- 
stro, e noi, attorno al suo quadro, scolari, folla stermi- 
nata, tutti, uno spirito solo, vibrante della medesima 
commozione, nella stessa intuizione ? Si può non essere 
maestri in filosofia ; ma non perciò si resta al di qua e 
al di fuori di essa. Si può, cioè, non essere originali in 
questa parte; ma non si può non pensare, o pensare 
senza filosofia, se è vero che la filosofia non è altro che la 
forma stessa del pensiero, in cui la realtà, tutta la 
realtà, perviene alla coscienza di sé. Egualmente, si può 
non essere originaH in arte, e non esser capaci di scri- 
vere ima tragedia sofoclea ; ma chi non intenderà il 
linguaggio di Antigone ? 

Leonardo in filosofia non è un maestro, come non è 
un maestro in filosofia Dante. Ma egU, al pari d'ogni 
uomo, ha la sua filosofia ; al pari di Dante, ha una rigo- 
rosa filosofia dentro a quella forma in cui il suo spirito 
grandeggiò. Dante, poeta, è filosofo dentro alla sua poe- 
sia ; Leonardo, artista e scienziato (naturalista e mate- 
matico), è filosofo dentro alla sua arte e alla sua scienza : 
voglio dire che si comporta da artista e da scienziato 
di fronte al contenuto filosofico del proprio pensiero, che 
non svolge perciò in adeguata e congrua forma filosofica, 
ma intuisce con la genialità dell'artista e afferma con 
la dommaticità dello scienziato. La sua filosofia, in 
questo senso, non è un sistema, ma l'atteggiamento del 
suo spirito, ossia le idee, in cui si adagiò quel suo spirito 
possente, creatore d'un mondo di immagini, umane o 
naturali, ma tutte egualmente espressive di una ricca, 
commossa vita spirituale : è la cornice del quadro, in 



cUi egli vide spiegarsi quella infinita natura che era 
esposta al suo avido occhio di indagatore. 

Volete sorprendere l'atteggiamento spirituale del- 
l'artista, che ha fatto della pittura la forma più alta 
della sua potenza ?" Spiate l'animo che detta quelle 
parole del Trattato della pittura, in cui quest'arte, l'arte 
di Leonardo, è messa al paragone della musica. Guardate 
all'animo, e non cercate la dimostrazione di quanto le 
parole asseriscono : 

<i Quella cosa è più degna, che satisfa a miglior senso ; 
adonque la pittura, satisfattrice al senso del vedere, 
è più nobile della musica, che solo satisfa all'udito. 
Quella cosa è più nobile, che ha più eternità ; adonque 
la musica, che si va consumando mentre ch'ella nasce, 
è men degna della pittura, che con vetri si fa eterna. 
Quella cosa, che contiene in sé più universalità e va- 
rietà di cose, qrella fia detta di più eccellenza ; adunque 
la pittura è da essere proposta a tutte le operazioni, per- 
chè è contenitrice di tutte le forme che sono e di 
quelle che non sono in natura ; è più da essere magni- 
ficata et esaltata che la musica, che solo attende alla 
voce. Con questa si fa i simulacri alìi dii ; dintorno a 
questa si fa il culto divino, il quale è ornato con la 
musica a questa servente ; con questa .si dà copia alli 
amanti della causa de' loro amori, con questa si ri- 
serva le bellezze, le quali il tempo e la natura fa fu- 
gitive *) j>. 

Nobile arte, eternatrice di tutto ciò che è nella na- 
tura, e che vi si va consumando mentre che nasce ; 
accoglitrice, nelF infinità del suo universale dominio, 
delle forme che sono e di quelle che non sono, come si 
conviene a una potenza veramente creatrice, che crea 
perchè infinita, e libera quindi nella sua operazione ; e 
degna perciò veramente di raffigurare all'uomo la divi- 



*) Ed. Ludwig, § 31 b. 



-i87- 

nità, all'amante l'amata, allo spirito, in generale, ogni 
cosa grande e bella, che esso collochi al si sopra delle 
cose fuggitive della natura e del tempo. Quest'arte — 
che è per Leonardo la vera arte, la sua — «tanto più 
supera», com'egli dice, «gl'ingegni de H omini, che 
r induce ad amare et innamorarsi di pittura, che non 
rappresenta alcuna donna viva. E già intervenne a me 
fare una pittura, che rappresentava una cosa divina ; 
la quale comperata dall'amante di quella, volle levarne 
la rappresentazione di tal Deità, per poterla baciare senza 
sospetto. Ma, infine, la coscienza vinse li sospiri e la 
Ubidine ; e fu forza ch'ei se la levasse di casa»^). Se 
la levasse, perchè quella che non era alcuna donna viva, 
ma, idea di Leonardo, era pur bella e seducente non meno 
della più bella donna generata dall'uomo e creata da 
Dio : era irresistibile, da quanto la più privilegiata delle 
creature viventi ; miracolo, non della natura, ma 
dello spirito, come la donna ideale del poeta, l'eterno 
femminino splendente alla fantasia dell'artista e da 
questa raggiante nella luce di « una cosa divina », de- 
gna che a lei si pieghino le ginocchia mortali. L'arte 
insomma di Leonardo spazia universale con la potenza 
creatrice onde, attraverso lo spirito umano, Dio gareg- 
gia con se stesso, e si svela a se stesso : si svela, mercè 
l'opera umana, alla mente degli uomini, così come si 
svela per entro alle forme infinite della sua natura 
egualmente possente, eccellente, eterno. Quest'arte di- 
vina è quella di cui si gloria Leonardo : un'arte, di cui 
a ragione in se stesso si esalta, come dell' orma più 
vasta impressa dallo spirito creatore nell'umana natura. 
Tale l'atteggiamento, veramente religioso, del suo spi- 
rito artistico. 

E lo scienziato ? Udiamo da Leonardo con quale 
animo si appressasse alla misteriosa spelonca della na- 



») Trattato dilla pittura. § a6. 



— i88 — 

tiira, cosi com'egli, quasi simbolicamente, la rappre- 
senta : 

« Non fa sì gran mughio il tenpestoso mare, quando 
il settentrionale aquilone lo ripercuote con le schiu- 
mose onde fra Scilla e Cariddi, né Stromboli o Mongi- 
bello, quando le solfuree fiamme, essendo rinchiuse, 
per forza rompendo e aprendo il gran monte, fulmi- 
nano per l'aria pietre, terra, insieme coU'uscita e 
vomitata fiamma ; né quando le infocate caverne di 
Mongibello, rivomitando il male tenuto elemento, spi- 
enendolo alla sua regione, con furia cacciano innanzi 
qualunche ostacolo s'interpone alla sua inpetuosa fu- 
ria.... Tirato dalla mia bramosa voglia, vago di vedere 
la gran con (fusione) delle varie e strane forme fatte 
dalla artifiziosa natura, ragiratomi alquanto infra gli 
ombrosi scogli, pervenni all'entrata d'una gran caver- 
na : dinanzi alla quale restato alquanto stupefatto, e 
ignorante di tal cosa, piegato le mie rene in arco, e 
ferma la stanca mano sopra il ginocchio, e colla de- 
stra mi feci tenebra alle abbassate e chiuse ciglia : 
e spesso piegandomi in qua e in là per vedere se dentro 
vi discernessi alcuna cosa. E questo vietatomi per 
la grande oscurità, che là dentro era, e stato alquanto, 
subito si destarono in me due cose, paura e desiderio : 
paura, per la minacciosa e oscura spilonca ; desiderio 
per vedere se là entro fusse alcuna miracolosa cosa ^) ». 

Ecco la natura che Leonardo scruta, con paura e 
con desiderio : con desiderio di scoprirne i miracoli ; 
con la paura religiosa che suscita lo spettacolo delle 
sue forze indomite : stupefatto, piegato le reni in arco, 
ferma la stanca mano sopra il ginocchio, protesa l'a- 
nima e intenta dalla bramosa voglia. Questa è la sua 
scienza : una ricerca instancabile, senza riposo ; una 
brama inesauribile di vedere, in uno sforzo costante 



*) Ms. Brit. Mus., 155 r. 



— 189 — 

sostenuto tutta la \àta dal sentimento della propria 
ignoranza e del campo illimitato del sapere. 

Da una parte, dunque, l'artista orgoglioso della sua 
divina potenza di produrre e di popolare un mondo 
non meno vivo di questo, che egli trova innanzi a sé ; 
dall'altra, lo scienziato che s'affaccia con religioso terro- 
re all'entrata della gran caverna, in cui l'occhio cerca 
se vi possa discernere alcuna cosa ; lo scienziato, nel- 
l'umiltà della propria ignoranza, che è coscienza della 
vastità infinita dell'oggetto da conoscere, e dell'abisso 
che separa l'uomo dalla natura. Perchè egli lascia ma- 
noscritte e incomplete tutte le opere, in cui aveva fatto 
disegno di comporre in corpo di scienza tutte le sue 
speculazioni e le sue osservazioni ? Leonardo, l'eterno 
insoddisfatto, l'incontentabile, di cui parlano i suoi 
più prossimi biografi, è lì, all'entrata della gran caverna, 
tormentato angosciosamente, tragicamente dalla sua 
bramosa voglia. EgU è al cospetto di quella natura, 
che non si lascia chiudere in nessun libro, e che avvince 
piuttosto essa a sé l'uomo, e lo trascina di problema 
in problema, di ricerca in ricerca, per una via indefi- 
nita, dove l'uomo più va, e più sente di doversi affret- 
tare, sospinto dalla lunghezza del cammino, e non può 
dire mai : — Ecco, ora, ho finito e concluso ! — L'a- 
mico, che segnò qualche suo verso smozzicato nei fo- 
gli del Codice Atlantico ^), gli domanda : 

O Lionardo, perchè tanto penate ? 

Ma Leonardo si volge piuttosto a Dio con la Orazione *) : 
« Tu, o Iddio, ci vendi tutti li beni per prezzo di 
fatica » ; e s'affretta e s'adopra a spender bene la sua 
giornata ; alla fine della quale gli arride un lieto dormi- 



') Fol. 71 y. 

=') Richter n. 1133. 



— IQO — 

re, un lieto morire *), Né in arte, né in scienza — che 
già per lui sono una cosa sola — egli concepisce forma 
perfetta, nella quale altri possa posare. « Tristo, perciò, 
è quel discepolo che non avanza il suo maestro » *J, 
ma tristo anche quel maestro che innanzi all'opera 
sua s'arresti pago come innanzi all'ideale già divenuto 
reale. Son sue queste parole profonde: «Tristo è quel 
maestro, del quale l'opra è superata dal giudizio » ^). 
E ancora, scoprendo anche megho la disposizione d'a- 
nimo con cui egli guardava alle creature della sua fan- 
tasia e della sua mente indagatrice : « Quel pittore 
che non dubita, poco aquista. Quando l'opra supera 
il giudizio de l'operatore, esso operante poco aquista ; 
e quando il giudizio supera l'opera, essa opera mai fi- 
nisce di migliorare, se l'avarizia non l'impedisse» ^). 
E meglio ancora, additando l'altezza dell'ideale, a cui 
egli mira sempre bramosanente : « Quando l'opera sia 
pari col giudizio, quello è tristo segno in quel giudizio ; 
e quando l'opera supera il giudizio, questo é pessimo, 
com 'accade a chi si maraviglia d'avere si bene operato ; 
e quando il giudizio supera l'opera, quest è perfetto 
segno. E s'egli è giovane in tal disposizione, senza dubbio 
questo fia eccellente operazione, ma fia compositore 
di poche opere ; ma fieno di qualità, che formeranno 
gli uomini con admirazionc a contemplar le sue per- 
fezioni » ^) . Poche opere, come accadde al pittore ; 
o forse nessuna, come doveva accadere allo scienziato, 
che vivamente sentì con la sua personale esperienza, 
e testimoniò la verità del biblico detto, che trascrive 



•) « Sì come una giornata bene spesa dà lieto dormire, 
cosi una vita bene usata dà lieto morire >; (Triv., 27 r). Cfr. : 
«La vita bene spesa lunga è » (Ivi, 34 r). 

^) RlCHTER, n. 498, 

^) Trattato della pittura, § 57. 

*) Ivi, 62. -. • 

*) Frammenti, ed. Solmi, pagg. 209-xo. 



- 191 - 

nelle sue carte : « La verità fu sola figliola del tempo » *) ; 
donde Bacone, e assai più profondamente Bruno e 
Pascal trarranno ispirazione al concetto del progresso, 
o meglio della storicità del sapere e d'ogni altro valore 
spirituale ; e che Leonardo, da parte sua, commenta 
altrove : « La sapienza è figliola della sperienza » *) : 
poiché il tempo che genera la verità è il tempo bene 
speso, impiegato nella esperienza intorno alla sterminata 
natura^). 

Sterminata la natura ; irraggiungibile quindi l'i- 
deale della scienza, arte o speculazione che sia. Leo- 
nardo esprime con matematica precisione questo suo 
concetto dell'irrealtà dell'ideale, in cui consiste pro- 
priamente l'idealità dello spirito : « Qual' è quella cosa », 
egli domanda, « che non si dà, e s'ella si desse non sa- 
rebbe ? Egli è l'infinito. Il quale, se si potesse dare, 
e' sarebbe terminato e finito, perchè ciò che si pò dare 
è quella cosa che non ha termini » *). La stessa na- 
tura, dunque, è infinita in quanto potenza inesauri- 
bile, vita eterna e divina, che non è, né sarà mai tutta 
spiegata, quasi opera pervenuta al proprio compimento 
e conchiusa. Infinita la natura, infinita l'arte, la scienza, 
lo spirito : ma come cose che non si danno. Non tacciate 
dunque di volubilità ^) Leonardo. Egli é trascinato 
dal suo genio a perseguire l'infinito, che non si dà, né 
si tocca ; a inseguire l'idea che lo fa penare (0 Lio- 
nardo, perchè tanto penate ?), sospingendolo senza tre- 
gua a inseguire questa natura che fugge, e pure è sem- 
pre lì, o che egli in sé la ricrei con l'alta fantasia su- 
scitatrice di una sua natura più vasta, nella mobilità 



*) Ms. M., 58 T'. 

") RicHTER, n. 1150. 

3) Cfr. sopra Veriias filia (emporis. 

^) Codice Atlantico, 131 v. 

*) Vasari, Vite. ed. Milanesi, IV, 22 



— 192 — 

vibratile dell'anima che la muove, o che studiosamente 
osservi e contempli quella che si scorge nella esperienza. 



IIL 



Cominciamo da questa, che ci condurrà alla prima. 
Chi non conosce le benemerenze di Leonardo nell'esal- 
tazione dell'esperienza, come strumento di certezza e 
di verità della cognizione, ond'egli, senza dubbio, pre- 
corre a Galileo e Bacone? E la sua esperienza è la espe- 
rienza sensibile. Sua è la sentenza, quantunque, come 
tante altre da lui segnate ne' suoi manoscritti, possa 
riflettere cose udite o lette : « Ogni nostra cognizione 
prencipia da' sentimenti » *). Certamente, alla espe- 
rienza sensibile egli si appella combattendo, come al- 
tri già aveva fatto nel Quattrocento italiano, il princi- 
pio d'autorità ancora dominante nella scolastica contem- 
poranea. E giova rileggere alcune note del Codice A- 
tlantico, di significato evidente : 

« Molti mi crederanno ragionevolmente potere ri- 
prendere, allegando le mie prove esser contro all'al- 
turità d'alquanti omini di gran reverenza a presso de' 
loro inesperti indizi, non considerando le mie cose 
essere nate sotto la senplice e mera sperienza, la 
quale è maestra vera. 

«Queste regole son cagione di farti conoscere il 
vero dal falso ; la qual cosa fa che li omini si promet- 
tano le cose possibili, e con più moderanza, e che tu 
non ti veli di ignoranza, che farebbe che, non avendo 



*) Cod. Triv., fol. 20 v. 



— 193 — 

effetto, tu t'abbi con disperazione a darti malin- 
conia » *) . 

Questa semplice e mera esperienza, che fa discer- 
nere^^il vero dal falso, e insegna agli uomini a contenere 
le loro aspirazioni dentro ai limiti del possibile, è orga- 
no di verità, che quasi presuppone una conoscenza da 
verificare. Ma altrove l'esperienza ci viene innanzi co- 
me la prima maestra, la quale ci apprende ogni cono- 
scere, ed è la fonte del sapere ; onde la mente, prescin- 
dendo da ogni argomento fattizio della tradizione scien- 
tifica, ossia da ogni autorità, che è, secondo la bella 
immagine del Campanella, un toccare quasi per mano 
altrui, è presente, anzi aderioce immediatamente al 
primo generarsi del vero attraverso alla percezione 
dei sensi : 

« Se bene, come loro, non sapessi allegare gli alt ori, 
molto maggiore e più degna cosa a leggere allegherò 
allegando la sperienza, maestra ai loro maestri. Co- 
storo vanno sgonfiati e pomposi, vestiti e ornati, non 
delle loro, ma delle altrui fatiche ; e le mie a me mede- 
simo non concedano ; e se me inventore disprezzeranno 
quanto maggiormente loro, non inventori, ma trombetti 
e recitatori delle altrui opere, potranno essere bia- 
simati ! » ^). 

Ai recitatori e trombetti delle altrui opere, e in- 
somma agli eruditi, ai quali, fin dal suo tempo, l'oscuro 
filosofo di Efeso aveva detto che la polimazia non dà 
l'intelletto, Leonardo contrappone gli uomini «inven- 
tori e 'nterpetri », che, al paragone dei primi, egh 
dice, sono quello die l'obbietto fuori dello sjxicchio è 
rispetto alla immagine che dell'obbietto si riflette nello 
specchio : dove l'obbietto è qualche cosa, e l'immagine 
è niente. L'inventore, che nella freschezza ed origina- 



*) Codice Atlantico, 119 v. 
*) Codice Atlantico, 117 r. 

/ j — Giordano Bruno e il pttnitro del Rinmcìmento 



— ^94 — 

lità della sua scoperta realizza la cognizione, può dire 
ai dotti ripetitori del sapere altrui : Voi siete gente 
poco obbligata alla natura, perchè l'abito che portate, 
l'umanità che vestite, non vi appartiene in proprio ; 
e ridotti al vostro, sareste da essere accompagnati fra 
gH armenti delle bestie *). Qui la esperienza non è 
più la misura logica del conoscre, ma lo stesso conoscere ; 
il conoscere nella sua schietta originalità, il conoscere 
certo, al quale si commisura la certezza d'ogni cono- 
scere secondario e derivato. 

In questo senso Leonardo combatte i filosofanti del 
suo tempo, (e d'ogni tempo), che davano del mec- 
canico al sapere partorito dalla esperienza. Ed egli 
ribatteva nella pagina più tecnicamente filosofica del 
Trattato della pittura : 

« Ma a me pare che quelle scienzie sieno vane e piene 
« di errori, le quali non sono nate dall'esperienza, madre 
« di ogni certezza, e che non terminano in nota espe- 
« rienzia ; cioè, che la loro origine o mezzo o fine non 
« passa per nessuno de' cinque sensi. E se noi dubitiamo 
« della certezza di ciascuna cosa che passa per li sensi, 
«quanto maggiormente dobbiamo noi dubitare delle 
« cose ribelli a essi sensi, come dell'esse nzia di Dio e del- 
« l'anima e simili, per le quali sempre si disputa e con- 
« tende ; e veramente accade, che sempre dove manca 
« la ragione, suplisse le grida ; la qual cosa non accade 
«nelle cose certe. Per questo, che dove si grida non èl 
« vera scienzia, perchè la verità ha un sol termine ; il 
« quale essendo publicato, il letigio resta in eterno di- 



*) « È da essere giudicati e non altrimenti stimati li omini 
inventori e 'nterpreti tra la natura e gli uomini a compara- 
zione de' recitatori e trombetti delle altrui opere, quant' è 
dall'obbietto fori dello specchio alla similitudine d'esso obietto 
apparente nello specchio, che l'uno per sé è qualche cosa, e 
l'altro è niente. Gente poco obrigate alla natura, perchè sono 
sol d'accidental vestiti e sanza il quale potrei accompagnarli 
infra gli armenti delle bestie », {Codice Atlantico, 117 r). 



— 195 — 

« strutto ; e s'esso litigio resurge, la (è) bugiarda e con- 
« fusa scienzia, e non certezza rinata. Ma le vere scienzie 
« son quelle, che la sperienzia ha fatto penetrare per li 
« sensi e posto silenzio alla lingua de' litiganti ; e che 
« non pasce di sogno li suoi investigatori, ma sempre so- 
«pra li primi veri e noti prìncipii procede successiva- 
« mente e con vere seguenzie insino al fine » *) . 

Tralasciamo per ora questi veri e noti principii da 
cui si possa procedere con vere «seguenzie», cioè dedutti- 
vamente, infino al fine, ossia per tutta l'esposizione 
logica d'un sistema scientifico. Vedremo or ora que- 
st'altro aspetto del sapere, che attrasse l'attenzione di 
Leonardo. Intanto, nessun dubbio che intorno agli 
oggetti dell'esperienza sensibile non v' ha per lui altro 
che sogno appena si abbandoni la esperienza. La quale 
è, invece, cognizione vera e certa, e perchè ha in sé 
il suo proprio valore, né ha bisogno di essere giustificata 
e garentita dalla testimonianza dell'autorità ; e perché 
pone fine al litigio', al « grido » delle dispute nascente 
dalla varietà delle dottrine, facendo convenire tutte 
le menti nelle medesime percezioni. 

L'esperienza di Leonardo, dunque, non è l'espe- 
rienza di Protagora e dell'empirismo positivista, che, 
riducendo l'esperienza sensibile alle soggettive impres- 
sioni dei sensi, non può ascriverle necessità ed univer- 
salità. Per Leonardo non è sorto ancora il problema della 
fenomenalità del reale dell'esperienza, che verrà alla 
luce con Galileo. Egli non ha nessuna critica del con- 
cetto dell'esperienza. Ma questo sa chiaramente, che 
quell'esperienza che può accertarci della verità, non 
dev'essere un semphce fatto, o un semplice dato acci- 
dentale, suscettibile d'assumere le forme più svariate e di 
sottrarsi ad ogni possibile determinazione logica che lo 
fissi come verità. No, l'esperienza di Leonardo nella sua 



») Ludwig. § 33, 



— 196 — 

ingenua e dommatica oggettività, si solleva al di sopra 
della semplice contingenza del puro fatto sensibile 
jjer assumere carattere e valore razionale. Leggendo 
nel codicetto trivulziano : « I sensi sono terestri, la 
ragione sta for di quelli, quando contempla » ^, noi 
potremmo essere indotti a pensare a Kant, che Fespe- 
rienza fa consistere nel sistema dei dati sensibili formato 
dall'attività costruttiva razionale dello spirito, che inuCr- 
viene dal di fuori in certo modo, nella materia fornita 
dalle semplici sensazioni. Il Franti si ricordò della ra- 
gione o intelletto aristotelico, che parimenti soprag- 
giunge dal di fuori, date le rappresentazioni sensibili^). 
In realtà, convien pensare — ce ne avverte quel termine 
del « contemplare » — a una dottrina platonica, la quale 
si ritrova in una forma che a taluno parve prenunziare 
da lontano il kantismo, nel Teeteto. 

Ma più che a Platone, ai Platonici, tradotti, com- 
mentati e resi quasi familiari nella Firenze colta degli 
ultimi decennii del Quattrocento, dove si sviluppò e 
formò il genio e il pensiero di Leonardo ; a quei Plato- 
nici, che opposero ai sensi terrestri o materiali, e desti- 
nati a disfarsi col corpo onde si esercitano, la ragione 
conte mplatrice di una realtà trascendente tutta quella 
natura corporea, con la quale i sensi ci mettono in comu- 
nicazione, e alla quale, per mezzo di essi, apparteniamo. 
Comunque, se Leonardo rijx^te cogli Scolastici, che ogni 
cognizione comincia dai sensi, egli non fa consistere la 
cognizione, tutta la cognizione nella esperienza imme- 
diata del senso ; ma airesperienza immediata con- 
trappone una forma di conoscenza, che egli chiama 
ragione, e che giustifica platonicamente, come ragio- 
ne nostra in quanto prima di tutto ragione imma- 



^) Triv., 33 r. 

'^) L. d. V. in philosophischey Beziehmig, in « Sitzber. d. 
k. bayer. Ahad. d. Wiss. zu Munchen ». Philos.-philol. CI., 
1885, pag. 8. 



^ 197 — 

nente nella stessa natura o nelle cose. Onde delle sue 
regole date al pittore può dire : « Queste regole fanno, 
che tu possiedi uno libero e bono giudizio, imperocché '1 
bono giudizio nasce dal bene intendere, e il bene inten- 
dere diriva da ragione tratta da bone regole, e le bone 
regole sono figliole della bona sperienza, comune madre 
di tutte le scienze edarti »^). Dunque, esperienza, regole 
e ragione, la quale dà quel bene intendere, che non si 
ha quando altri si arresti alla semplice esperienza. « Ri- 
cordati, dice Leonardo a sé medesimo; ricordati, quando 
comenti l'acque, d'allegar "prima la sperienza e poi la 
ragione » ^) . 

E nettamente distingue in un luogo del Trattato della 
pittura il senso dal giudizio che il discorso deve eserci- 
tarvi su per avere scienza, mostrando come « li maestri 
non si fidano nel giudizio dell'occhio, perché sempre 
inganna », e come spetti alla mente di correggere le fal- 
lacie del senso ^). E se Leonardo schernisce quel matto 
di filosofo che si trasse gli occhi per non distrarre la 
mente dalle speculazioni del suo discorso, non sarebbe 
neppur disposto a rinunziare al discorso della mente, 
al giudizio, alla ragione conte mplatrice, per immergersi 
tutto nello spettacolo che si apre agli occhi nella inde- 
finita penombra della natura. 

(( Se tu dirai, che '1 vedere impedisce la fissa e sot- 
tile cognizione mentale, co la quale si penetra nelle 
divine scienze, e tale impedimento condusse un filo- 
sofo a privarsi del vedere ; a questo risponde, che 
tal occhio, come signore de' sensi, fa suo debito a dare 
impedimento a Ili confusi e bugiardi, non scienzie ma di- 
scorsi, per li quali sempre con gran gridare e menare de 
mani si disputa ; e il medesimo dovrebbe fare l'udito, il 
quale ne rimane più offeso, perchè egH vorrebbe accordo, 



^) RlCHTER, n, 18. 

') Ms. H., 90 r. 

^) Ludwig, § 36, pag, 76. 



— 198 -— 

del quale tutti i sensi s' intricano. E se tal filosofo si 
trasse gli occhi per levare l' impedimento alli suoi 
discorsi, or pensa, che tal atto fu compagno del cer- 
vello e de' discorsi, perchè 1 tutto fu pazzia. Or non 
potea egli serrarsi gli occhi, quando esso entrava in 
tal frenesia, e tanto tenerli serrati, che tal furore si 
consumasse ? Ma pazzo fu l'uomo, e pazzo il discorso, 
e stoltissimo il trarsi gh occhi »*). 



IV. 



Trarsi gH occhi no ; ma né anche la mente, che ci 
fa bene intendere, sorpassando i confini, entro i quali 
resta chiusa la semphce esperienza. Questa ci mostra 
soltanto il fatto, l'effetto, ma non la ragione per cui 
l'effetto ha luogo, e non può mancare ; e il fatto, senza 
la sua ragione, non è oggetto di vera e propria cogni- 
zione, che intende il fatto in quanto ne scorge la neces- 
sità. Onde il fatto è conosciuto davvero solo quando si 
presenti alla mente nella sua razionalità, come neces- 
sità operante nella natura. 

« La sperienza » dice Leonardo « non falla mai ; 
nia sol fallano i vostri giudizi, promettendosi di quella 
eéetto tale che ne 'nostri experimenti causati non sono. 
Perchè, dato un principio, è necessario che ciò che 
seguita di quello, è vera conseguenza di tal principio, 
se già non fussi impedito ; e se pur seguita alcuno 
impedimento, l'effetto, che doveva seguire del predetto 
principio, partecipa tanto più o meno del detto impe- 



*) Ludwig, § 16. 



- 199 — 

dimento, quanto esso impedimento è più o meno po- 
tente del già detto principio » *). 

Per lo meno dunque nel rapporto della causa con 
l'effetto, per cui non può non seguire questo dove quella 
s'avveri, è la necessità o ragione, a cui deve mirare la 
scienza, e senza la quale l'effetto è un fatto misterioso 
e non per anco noto. Più chiaramente : 

«Ma farò alcuna esperienza avanti ch'io più oltre 
« procieda, perchè mia intenzione è allegare prima la 
« sperienza e pò colla ragione dimonstrare perchè tale 
« esperienzia è constrecta in tal modo ad operare. E 
« questa è la vera regola come li speculatori delli effecti 
«naturali hanno a prociedere. E ancora che la natura 
« cominci dalla ragione e termini nella sperienza, a noi 
« bisogna seguitare in contrario, cioè cominciando (co- 
« me sopra dissi) dalla sperienzia, e con quella investi- 
« care la ragione » ^) . 

Giacché, come egh stesso dice altrove, «nessuno 
effetto è in natura sanza ragione. Intendi la ragione, e 
non ti bisogna sperienza )>^). 

Non diranno, né vorranno di più gì' ideahsti più 
dommatici, che vagheggeranno una filosofia della natura j 
e ben si son potute queste ultime parole di Leonardo 
raccostare a quelle in cui l'autore della celebre Filoso- 
fia della natura, lo SchelHng, formulò il concetto di una 
scienza a priori. La ragione infatti di cui parla Leonardo, 
è a priori per l'appunto come l'idea schellinghiana : da 
noi non attingibile se non attraverso l'esperienza, ma, 
una volta raggiunta, intelligibile soltanto come un ante- 
cedente dei fatti manifestati dall'esperienza; e quindi 
posseduta, anche da noi, come principio che la futura 
esperienza dovrà necessariamente confermare, ossia mo- 
strare nella sua irresistibile efficacia, e non potrà smen- 



*) Codice Atlantico, 154 r. 

*) Ms. E, 55 r. 

') Codice Atlantico, 147 v. 



— 200 — 

tire mai. La ragione di Leonardo non è un prodotto, né 
anch'essa, dell'esperienza, ma un presupposto dell'e- 
sperienza, che attraverso di questa, perciò, si scopre 
come la sua intima sostanza : presupposto, che ci 
rende intelligibile la stessa esperienza. Anche Galileo 
penserà che la verità di cui il nostro intelletto è capace 
mercè l'esperienza, è la stessa verità che è a base del- 
l'esperienza : la verità dell'intelletto divino, l'assoluta 
verità, o il pensiero che l'uomo, guardando alla natura, 
e vedendone la razionalità e intelligibilità, è portato ad 
attribuire a Dio che la natura ha fatta, e nella natura 
reahzza un suo disegno, il suo pensiero. Anche per 
GaHleo l' intelletto umano, se non per estensione, certo 
per intensità, o qualità, coincide con l' intelletto divino, 
pervenendo a quella ragione delle cose da cui le cose 
provengono ^). 

E poiché ho ricordato Schelling, dirò per definire 
storicamente il pensiero del Vinci, che così il filosofo 
tedesco, come Galileo, come Leonardo s' incontrano 
in questo concetto di una ragione che é al principio 
delle cose naturali e al sommo delle investigazioni 
limane, come pensiero che si fa natura per giungere, da 
ultimo, alla coscienza di sé nell'uomo e chiudere il 
circolo del mondo, perchè tutti tre appartengono, più 
o meno, a una medesima corrente ideale, che, come ho 
già rammentato, in Firenze tra i coetanei ed amici di 
Leonardo ebbe alcuni de' suoi maggiori rappresentanti : 
all'indirizzo platonico ^). Il GaHlei accentuerà il mo- 



*) Cfr. Galilei, Frammenti e lettere con note di G. Gen- 
tile. Livorno, Giusti, 191 7, pagg. 24-25. 

*) Arbitrarie e ingiustificabili le asserzioni del compianto 
amico Edmondo Solmi {Leonardo e Machiavelli, in « Arch. 
stor. lomb. », 1912, s. 4, voi. XVIT, pagg. 2O9-17) circa i rap- 
porti del Vinci coi Medici e coi platonizzanti di Firenze. Per 
ciò che riguarda i Medici cfr. Ger. Calvi, Contributo alla bio- 
grafia di Leonardo, in Arch. Stor. lomb., 1916, parte 2», 
pagg. 4I9-34- 



— 201 — 

tivo atomista e meccanicista, che non è estraneo nep- 
pure al platonismo originario ; ma tanto rimane lon- 
tano da quella forma ingenua di empirismo, che gii. 
vorranno attribuire i positivisti posteriori, da ripetere 
perfino quella teoria, così caratteristica del platonismo, 
che si dice delle idee innate *). Schelling è propriamente 
spinozista ; ma Spinoza lo riconduce a Giordano Bruno ; 
e attraverso Spinoza e Bruno egli si ricollega al plato- 
nismo' del nostro Rinascimento, e nella natura vede 
il pensiero come realtà inconsapevole di sé, e la realtà 
quindi come quel pensiero che la mente speculativa- 
mente ricostruisce come la verità eterna, l'eterno pre- 
supposto della scienza, Dio stesso. A questo segno mira, 
a modo suo, da scienziato e da artista, alquanto oscu- 
ramente, anche Leonardo. E la sua «ragione » è deter- 
minatrice di quella necessità, che costringe, com'egH 
dice, la natura in tutte le sue operazioni : di quella ne- 
cessità, che « è maestra e tutrice della natura », <( tema e 
inventrice della natura, freno e regola eterna »^) ; della 
natura, «costretta dalla ragione della sua legge, che in 
lei infusamente vive » *). La nostra ragione mediante 
l'esperienza, commenta la causa delle dimo- 
strazioni, ossia degli effetti, della natura, le quali 
sono quelle che devono essere, perchè costrette 
dalla sua legge, e s'impossessa quindi della ra- 
gione stessa infusa nella natura, e vi si immedesima. Nel 
discorso dell'umana ragione è la stessa natura nella sua 
interiore necessità o razionalità: Dioche s'è svelato all'uo- 
mo — come insegnavano i Neoplatonici, sopra tutti Pico 
della Mirandola, e come insegnerà non pure Bruno, ma 
Galileo nella Lettera alla Granduchessa madre — per mezzo 



*) Frammenti cit. p, 8. 

*) RicHTF.R, 1135. 

^) Ms. E., 23 r e cfr. i passi analoghi citati da E, Solmt, 
Studi sulla filosofia naturalistica di L. d. V. Modena, 1898 
pag. n. 



— 20^ — 

delle opere sue, nella natura, in cui V intelletto deve 
cercarne il vivo vestigio. 

È questa intuizione del divino naturale, che infiam- 
merà gli eroici furori del Nolano, e che accende lo 
sdegno di Leonardo contro gì' ipocriti del suo tempo, 
congiurati a impedirgli o a screditare le indagini sue 
nuove intorno alle cose naturali : 

« Sono infra 'ì numero de Ili stolti una certa setta, 
detti ipocriti, ch'ai continuo studiano d'ingannare sé 
ed altri, ma più altri che sé : ma invero ingannano più 
loro stessi, che gh altri. E questi son quelli che ri- 
prendono li pittori [cioè Leonardo stesso], li quali stu- 
diano li giorni delle feste, nelle cose appartenenti alla 
vera cognizione di tutte le figure, e' hanno le opere 
di natura, e con sollecitudine s* ingegnano d'acquistare 
la cognizione di quelle, quando a loro sia possibile. 
Ma taciano tali reprensori, che questo è il modo di 
conoscere l'Operatore di tante mirabili cose, e quest' è 
il modo di amare un tanto Inventore ! Ch' invero il 
grande amore nasce dalla gran cognizione della cosa 
che si ama [amor Dei intellectualis, dirà Spinoza 1 ] ; 
e se tu non la conoscerai, poco o nulla la potrai amare ; 
e se tu l'ami per il bene che t'aspetti da lei, e no per la 
somma sua virtù, tu fai come il cane, che mena la 
coda e fa festa, alzandosi verso colui che li pò dar un 
osso. Ma se conoscesse la virtù di tale omo, l'amerebbe 
assai più, se tal virtù fussi al suo proposito » ^). 



Dio dunque, oggetto dell'amore di Leonardo o della 
sua rehgione, è il Dio che si conosce nelle cose (Deus 



') Trattato della pittura, § 77. 



— 203 — 

in rebus), dove egli operando manifesta il suo essere, 
quella ragione, intesa la quale non occorre esperienza ; 
e che s' intende, anche per Leonardo, immedesimandosi 
con essa, come aveva insegnato primo Platone nel 
Convito e come con infinite variazioni continuarono a 
dimostrare i suoi seguaci ; ed era un tema obbligato 
dei platonizzanti fiorentini scolari, amici, ammiratori 
del Ficino. Devono essere frasi colte dalla bocca o dai 
libri dei neoplatonici contemporanei, da una delle loro 
teorie d'amore intessute sulla trama del dialogo divino 
di Platone, queste che si leggono su un foglio del Codice 
Trivulziano : 

« Muovesi l'amante per la cosa amata come il su- 
getto colla forma, il senso col sensibile, e con seco s'uni- 
sce e fassi una cosa medesima. — L'opera è la prima 
cosa che nasce dall'unione : se la cosa amata è vile, 
l'amante si fa vile. — Quando la cosa unita è conve- 
niente al suo unitore, li seguita dilettazione e piacere, 
e sadisf azione. — Quando l'amante è giunto all'amato, 
lì si riposa. — Quando il peso è posato, lì si riposa. — 
La cosa sta ^), cognosciuta, col nostro intelletto» *). 

C è tutta la teoria platonica dell'amore, che con- 
verte l'amante nell'amato, e in questa conversione gli 
fa raggiungere la somma perfezione della sua natura 
nella gioia della sapienza, del pensiero. Per cui lo stesso 
Leonardo sarà tratto a fermare nello stesso manoscrit- 
to ^) quella osservazione di Cornelio Celso : « H sommo 
bene è la scienza, il sommo male è il dolore del corpo, 
imperò che, essendo noi composti di due cose, cioè d'a- 
nima e di corpo, delle quali la prima è migliore, la peg- 
giore è il corpo, la sapienza è dalla miglior parte, il 
sommo male è dalla peggior parte, e pessima. Ottima 
cosa è nell'animo è la sapienza.... e ninna altra cosa è 



*) Ms . : « sa w . 
*) Fol. 6 r. 
*) Triv., 2 V 



— i04 — 

da a questa comparare ». Somma felicità, beninteso, 
irraggiungibile, e da aspirarvi appunto con quell'amore 
che Platone nel Convivio fece figlio di Penia, povertà, 
difetto incolmabile. «La somma felicità», dice con 
grande profondità Leonardo, « sarà somma cagione 
della infelicità, e la perfezione della sapienza cagion 
della stoltizia ». E platonicamente infatti, ancorché 
possa non aver letto il Fedone, egli raffigurava in un 
suo disegno simbolico, inseparabilmente congiunti, e 
confusi in un solo tronco, piacere e dolore. E commen- 
tava : 

« Questo si è il piacere insieme col dispiacere ; e figu- 
«ransi binati, perchè mai l'uno è staccato da l'altro.' 
« Fannosi colle schiene voltate, perchè son contrari 
« l'uno e l'altro. Fannosi fondati sopra un medesimo 
« corpo, perchè hanno un medesimo fondamento, in- 
« però che il fondamento del piacere si è la fatica col 
« dispiacere, il fondamento del dispiacere si sono i vari e 
«lascivi piaceri. E però qui si figura colla canna nella 
« man destra, eh' è vana e senza forza, e le punture fatte 
«con quella son veneno^e » ^). 

Altrove egli stesso, Leonardo, ci ha detto che tutti 
i beni ci son venduti da Dio a prezzo di fatica. E la 
sua fronte, così luminosa, è pur sempre corrugata dal 
pensiero delle conquiste da fare, da quell'interno giu- 
dizio, di cui egli si gloriava, sdegnoso d'ogni mediocrità : 
da quel giudizio, che andava sempre al di là dell'opera : 
virile, anzi gigantesco asceta dello spirito, che non cono- 
sce altra gioia all' infuori di quella, che è la suprema, 
e che non si dà, perchè infinita. E come in tutti gli 
asceti e mistici, plafoni zzanti o no, il suo occhio corre 
di là dalla vita, dalla natura, quantunque egli vegga, da 
uomo della Rinascenza, che di là non e' è il dolore, ma 
né anche la gioia, sì la morte e il nulla. 



*) RlCHTER, n. 676. 



— 205 — 

«Or vedi, la speranza e 1 desidero del ripatriarsi e 
«ritornare nel primo caos fa a similitudine de la far- 
« falla al lume; e l'uomo, che con continui desideri 
« sempre con festa aspetta la nuova primavera, sempre 
«la nuova state, sempre e nuovi mesi, e nuovi anni, 
« parendogli che le desiderate cose venendo sieno troppo 
«tarde ; e non s'avede che desidera la sua disfazione. 
« Ma questo desidero è la quintessenza (spirito degli 
«elementi) che, trovandosi rinchiusa per anima dello 
« umano corpo, desidera sempre ritornare al sifo man- 
« datario. E vò che sappi, che questo desiderio è quella 
«quinta essenza conpagna della natura; e l'uomo è 
« modello dello mondo » *). 

Modello del mondo, o microcosmo, o ricapitolazione 
di tutto l'essere dell'universo, come lo concepiva ed 
esaltava il Pico, come l'avevano rappresentato i pla- 
tonici della tradizione ermetica. Pei quali tutti l'anima 
era pellegrina sulla terra, chiusa in carcere, agitata di 
continuo dalla inquieta nostalgia del mandatario, come 
qui ci ha detto Leonardo, o, comunque, della sua sede 
originaria ed eterna. L'anima, intorno alla quale, come 
intorno a Dio, Leonardo non amerà troppo speculare, 
preferendo lasciarne il pensiero ai «frati, padri de' 
popoli, li quali per inspirazione sanno tutti li segreti » 
e lasciando « star le lettere incoronate, perchè son somma 
verità » ^), l'anima che egli pur ritiene sottratta, al 
pari di Dio, alla conoscenza umana, in quanto al pari di 
esso, « improvabile », ossia non osscTvabile direttamente 
nell'esperienza, da cui soltanto può muovere il nostro 
sapere ; l'anima, tuttavia, egli concepisce platonica- 
mente come non derivante dalla compagine organica, 
anzi di questa dominatrice come di semphce strumento 
e per conseguenza non destinata a soggiacere alla stossa 



') Br. M.. fol. 156 V. 

-) RlCHTER, 11. 837. 



— 206 — 

fine del corpo, anzi partecipe, come cosa adatto divina, 
dell* immortalità dell'eterno. 

« L'anima », leggiamo nel Codice Trivulziano *j, 
« mai si può corrompere nella corruzion del corpo ; ma 
« fa a similitudine del vento, eh' è causa del sonq de 
« l'organo ; che guastandosi una canna non resultava 
« per quella del voto buono effetto ». 

E dove considera a parte a parte le meraviglie della 
natura nella costruzione del nostro corpo, ecco Leo- 
nardo smettere la freddezza dell'anatomico, e rivolgersi 
all'uomo con accento altamente umano : 

«E tu uomo, che consideri in questa mia fatica 
« l'opere mirabili della natura, se giudicherai essere cosa 
« nefanda il distruggerla, or pensa essere cosa nefandis- 
« sima il torre la vita all'omo. Del quale, se questa con- 
« posizione ti pare di meraviglioso artifizio, pensa questa 
« essere nulla rispetto all'anima, che in tale architettura 
« abita ; e veramente quale essa sia, ella è cosa divina ; 
« sicché lasciala abitare nella sua opera a suo benepla- 
« cito, e non volere che la tua ira e malignità distrugga 
« una tanta vita ; che veramente chi non la stima non 
« la merita » ^) . 

Dio dunque, e questa cosa divina, che è l'anima 
umana, eccedono i limiti della nostra cognizione perchè 
non soggetti alla esperienza. Ma la natura stessa non si 
conosce tutta. Di essa si può conoscere soltanto quella 
ragione, alla cui scoperta ci conduce l'osservazione dei 
suoi effetti : la legge che ne governa le esterne mani- 
festazioni. Riecheggiando forse un pensiero che s' in- 
contra pure nella Teologia platonica del Ficino *), e 
ricorda infatti un concetto di Socrate, ma che sarà 
ripreso, approfondito e fecondato da Giambattista Vico, 



*) Fol. 40 V. 

^) RlCHTER, n. II 40. 

3) Cfr. i miei Shidi Vichiani, Messina, Principato, 1915, 
pagg. 27-29. 



— 207 — 

Leonardo, distinguendo tra Topcra della natura e 
quella dell'uomo, di questo, e solo di questo ammonisce 
doversi faro materia d' indagine, ove si miri a indagarne 
il disegno : « speculatore delle cose, non ti laldare di 
conoscere le cose, che ordinariamente per se medesima 
la natura conduce. Ma rallegrati di conoscere il fine di 
quelle cose che son disegnate dalla mente tua»^). 

Una finalità, bensì, Leonardo attribuisce alla stessa 
Natura, che è necessaria perchè razionale, e razionale 
in virtù, come s' è visto, della ragione che la regge, non 
])archè meccanicamente operante. Tutto il filosofare dei 
Neoplatonici insisteva nel concetto della provvidenza 
governatrice delle cose naturali ; e Leonardo ammira 
Teconomia ond' è retta la vita del mondo, e non rifugge 
dall'uso della finalità come criterio euristico d' indagine 
oltre le dirette testimonianze dell'esperienza. Così, dove 
conchiude alla negazione del dolore e del senso alle 
piante movendo dalla mancanza di bisogno che esse ne 
abbiano : « Se la natura ha ordinato la doglia nell'anima 
vigitative col moto, per conservazione dell'istrumenti, i 
quali pel moto si potrebbono diminuire e guastare l'anime 
vigitative senza moto non hanno a percotere ne' contr'a 
sé posti obietti ; onde la dogha non è necessaria nelle 
piante : onde, rompendole, non sentano *) dolore come 
quelle dell'animali»^). 

Nella stessa corrispondenza tra causa ed effetto, in 
cui consiste la ragione che alla mente è dato scoprire nella 
natura, Leonardo vede, giustamente, il miracolo, ossia 
l'opera dello spirito ; onde a proposito dell'occhio dirà: 

« Qui le figure, qui li colori, qui tutte le spezie delle 
parti dell'universo son ridotte in un punto, e quel 
punto è di tanta meraviglia ! O mirabile, o stupenda 
necessità, tu costrigni, colla tua legge, tutti li effetti, 



•) Ms. G., 47 r. « Laldare >, laudare. 
*) «Sentano», sentono, 
3) Ms. H., 6o>. 



208 



per brevissima via, a partecipare delle lor cause. Que- 
sti son li miracoli ! Scrivi nella tua Notomia, come, in 
tanto minimo spazio, l' immagine possa rinascere e 
ricomporsi nella sua dilatazione » ^). 

E la Natura sempre gli apparisce, dove si spinga 
il suo occhio a indagarla, come una provvidenza ordina- 
trice di mezzi ai fini ; ai fini insieme armonizzanti a 
comporre la vita del tutto. Così nell'occhio dell'uomo, 
così nelle narici dei cavalli, che gli stolti usavano ta- 
gliare « come se credessino la natura avere mancato 
ne' necessarie cose ^), per le quali li omini abbiano a 
essere suoi correttori » ; così nella disposizione delle 
foglie negli ultimi rami delle piante ; così per tutto. 
Anche il male, per Leonardo, è strumento di bene ^). 
E una legge razionale, e ferrea perchè tale nella sua 
teleologia, stringe il cosmo nelle sue parti infinite : 
«Naturalmente ogni cosa desidera mantenersi in suo 
essere»*) e «tutti li elementi, fori del loro naturale 
sito, desiderano a esso sito ritornare»'') ; e «il moto 
\aolento, quanto più s'esercita più s' indebolisce ; il 
naturale fa l'opposto : liberamente, più obedisce » ^). 



VI. 



Con questo concetto della natura siamo sulla via 
del naturalismo ; ma non del naturalismo scientifico di 



*) RlCHTER, n. 22. 

2) Frammenti, ed. Solmi, pah. 117. 

2) «Lussuria è causa de la generazione. — Gola è man- 
tenimento della, vita. — Paura, o ver timore, è prohmgamento 
di vita. — Dolo(r) è salvamento dello strumento » (cioè, degli 
organi), il/5. H., 32 r. 

*) Ash. II, 4. ■ 

5) Ms. C, 26 V. 

*) Cod. Triv., 26 r. 



— 209 — 

Galileo, bensì di quello metafisico di Bruno e di Cam- 
panella che naturalizzano lo spirito, ma spiritualiz- 
zano la natura, come, dopo Platone e gli Stoici, aveva 
fatto la filosofia alessandrina, al cui risorgimento in 
Firenze Leonardo assistette e partecipò, senza attrat- 
tiva, di certo, pei problemi propriamente -[speculativi, 
anzi con qualche disdegno per le dispute e il gridio delle 
scuole filosofiche, ma pur respirando V aria del] suo 
tempo le idee già penetrate nella^_ mente di tutti gli 
spiritixolti, con cui in in contatto quotidiano. [Da quelle 
idee egli, pittore, ma, come altri artisti del suo tempo, 
studioso profondo della tecnica della sua arte, e portato 
quindi dal genio possente ejveloce alla^scienza propria- 
mente detta, in cui si risolve ogni tecnica, trasse l' in- 
tuizione di quella natura, a cui rivolse il suo sguardo 
acutissimo e universale. Universale, com*egU amava 
dire, non pensando all'universo, che come infinito sapeva 
non esistere, ma all'universalità della vita attraverso il 
numero inesauribile delle sue forme, e quindi alla ne- 
cessità per l'umano ingegno di non chiudersi dentro 
nessun limite, ma di spaziare hberamente, instancabil- 
mente, sine lassitudine *), secondo un motto leonardesco, 
E lo stesso atteggiamento scientifico del suo spirito 
assiuneva pertanto aspetto filosofico per i suoi presup- 
posti, e si scaltriva e confermava nella coscienza di 
alcuni canoni metodici_ fondamentali. Che sono sostan- 
zialmente due f^ quello dell'esperienza, base del cono- 
scere, di cui abbiamo già detto ; e quello della matema- 
tica come determinazione esatta della ragione o legge 
naturale, accessibile mediante l'esperienza. Concetto di 
cui Leonardo s' impadronisce — era nella scienza con- 
temporanea e nella stessa filosofia, a cui m' è parso di 
doverlo riconnettere — e vi insiste con la forza ingenita 
e la perspicuità somma del suo intelletto ; lo svolge 



•) Ms. IL, 48 V. 

14 — Gl'or Jano Bruna e il pensUro dtl Rinaxeim€nio 



— 210 — 

ed assoda con una coscienza, che anticipa anche qui 
Galileo. 

La matematica a lui, come al grande Pisano e a 
Cartesio, rappresenta il tipo del vero sapere scientifico : 
che partendo — son sue parole — da « li primi veri e 
noti principii procede successivamente e con vere se- 
guenzie insino al fine ». Questo è il processo, infatti, 
dell'aritmetica e della geometria, «che trattano con 
somma verità della quantità discontinua e continua ». 
« Qui », è sempre Leonardo che parla, « non si arguirà, 
che due tre facciano più o men che sei ; né che un trian- 
golo abbia li suoi angoli minori di due angoli retti * (l'e- 
sempio che torna sempre sul labbro del più grande dei 
filosofi matematizzanti, Benedetto Spinoza !) ; « ma con 
eterno silenzio resta distrutta ogni arguizione, e con 
pace sono fruite dalli loro devoti ; il che far non possono 
le bugiarde scienze mentah » *). La matematica suggella 
l'immagine della divina natura, che anch'egh, come tutto 
il Rinascimento che già s'avanza, vagheggia ed ama quale 
perfetta rivelazione dell'eterna possanza. Alla cui mente 
sovrana egli non ardisce alzare lo sguardo ; e contentando- 
si delle sue anatomie, si volge sdegnoso contro gH stolti 
che « vogliono abbracciare la mente di Dio, nelle quale 
«s'include l'universo, come se l'avessino anatomizata. 
« O stoltizia umana, non fa vedi tu, che se* stata con 
« teco tutta la tua età, e non hai ancora notizia di quella 
« cosa che tu più possiedi, cioè della tua pazzia ! E volli *) 
« poi con la moltitudine de' soffistichi inganare te e 
« altri, splezando le matematiche scienze, nella qual si 
«contiene la vera notizia delle cose... ; o voi poi scorrere 
« ne' miracoli, e scrivere e dar notizia di quelle cose di 



*) Trattato di pittura, § 33 ; cfr. § i. 
') Vuoi. 



— 211 — 



«che la mente umana non è capace, e non si posson 
«dimostrare per nessun esenplo naturale i> *). 



VII. 



La mente di Dio va cercata negli esempi naturali, 
così come ridea dell'artista splende nell'opera sua. La 
quale non è per Leonardo — naturalista dunque, ma 
platonico *) — la copia della natura sensibile, ma l'effigie 
dell'idea. Onde, esaltando la sua pittura, egli potrà 
dire con pienezza d' intenzione filosofica : « Qual poeta 
con parole ti metterà innanzi, o amante, la vera effigie 
della tua idea con tanta verità, qual farà il pittore ? » *). 
Il quale, perciò, non imita, ma crea : 

« Se '1 pittore voi vedere bellezze che lo innamorino, 
egli n' è signore di generarle ; e se voi vedere cose mo- 
struose che spaventino, o che sieno buffonesche e 
risibili, o veramente compassionevoli, ei n' è Signore e 
Dio. E se voi generare siti e deserti, lochi ombrosi e 
freschi ne' tempi caldi, esso li figura, e così lochi caldi 
ne' tempi freddi. Se voi valli, se vole delle alte cime 
de' monti scoprire gran campagna, e se vole dopo quella 
vedere l'orizzonte del mare, egli n' è signore ; e se delle 
basse valli 'voi vedere gli alti monti, o de li alti monti 
le basse valli e spiaggie. E in effetto, ciò eh' è nell'uni- 
verso per essenzia, presenzia o immaginazione, esso 



*) Qiiad. d'anat., IT, i. 14 r. 

•) Sopra questo punto vedi le giuste ed esatte osserva- 
zioni di Lionello Venturi, La Critica e l'arte di L. d. V., 
Bologna, Zanichelli (1919), pag. 7-8. 

3) Trattato di pittura, § 18. 



— 212 — 

lo ha prima nella mente, e poi nelle mani, e quelle 
sono di tanta eccellenza, che in pari tempo generano 
una proporzionata armonia in un solo sguardo, qual 
fanno le cose » *). 

Questa potenza creatrice del pittore è quella divinità 
dell'uomo che il platonismo additava nell'anima umana ; 
onde esso insegnò a tutto il Rinascimento ad esaltare 
la dignità e grandezza dell' uomo nel mondo, di cui 
anche Leonardo ha detto l'uomo modello. Leonardo, 
che, con l'animo dell'artista il quale ha tutto nella sua 
arte, vede nella pittura l'apice dell'umana e'ccellenza, 
e nell'occhio, nel divino occhio mentale che scorre per 
l'universo e lo idealizza, e si affisa nell' idea che è sua, 
canta commosso questa potenza divina dell'uomo cen- 
tro e riassunto dell'universo e signore della natura: lo 
canta nel Trattato della Pittura in una pagina che ricorda 
anche nei particolari, la celebre canzone di Tommaso 
Campanella in lode dell'uomo «re, epilogo, armonia, 
fin d'ogni cosa » *) : 

« Tanto pili vale la pittura che la poesia, quanto la 
pittura serve a miglior senso e più nobile che la poesia. 
La qual nobiltà è provata esser tripla alla nobiltà di 
tre altri sensi, perchè è stato eletto di volere piuttosto 
perdere l'udito e odorato e tatto, che '1 senso del 
vedere ; perchè chi perde il vedere, perde la veduta e 
bellezza dell'universo, e resta similitudine di un che 
sia chiuso in vita in una sepoltura, nella ^ quale abbia 
moto e vita. Or non vedi, che l'occhio abbraccia la 
bellezza di tutto il mondo ? Egli è capo dell'astrologia. 
Egli fa la cosmografia. Esso tutte le umane arti consi- 
glia e corregge ; muove l'omo a diverse parti del mondo. 
Questo è principe delle matematiche. Le sue scienzie 
sono certissime. Questo ha misurato l'altezze e gran- 



*) Ivi, § 13. 

2) Vedi sopra pag. 127, v, 62 



— ^13 — 

dezze delle stelle ; questo ha trovato gli elementi e loro 
siti ; questo ha fatto predire le cose future mediante il 
corso delle stelle ; questo l'architettura, e prospettiva, 
questo la divina pittura ha generata. O eccellentissimo 
sopra tutte l'altre cose create da Dio ! Quali laudi fìen 
quelle, ch'esprimere possino la tua nobiltà ? QuaH 
popoli, quah lingue saranno quelle, che appieno pos- 
sino descrivere la tua vera operazione ? 

« Questo è finestra dell'umano corpo, per la quale 
l'anima specula e fruisce la bellezza del mondo. Per 
questo l'anima si contenta dell'umano carcere ; e 
sanza questo, esso umano carcere è suo tormento. 
E per questo l' industria umana ha trovato il fuoco, 
mediante il quale l'occhio riacquista quello, che prima li 
tolsero le tenebre. Questo ha ornato la natura coli' agri- 
coltura e dilettevoli giardini. 

« Ma che bisogna eh' io m'estenda in sì alto e lungo 
discorso ? Qual' è quella cosa, che per lui non si faccia ? 
Ei move li omini da l'oriente all'occidente ; questo 
ha trovato la navigazione. E in questo supera la 
natura : che li semplici naturali sono finiti, e l'opere 
che l'occhio commanda alle mani, sono infinite ; come 
dimostra il pittore nelle finzioni d'infinite forme d'a- 
nimali et erbe, piante e siti » ^). 

Occhio, come vedete, nella hngua di Leonardo è il 
pensiero dell'uomo; è l'uomo che nel Rinascimento acqui- 
sta il senso profondo del suo valore, e splendidamente 
lo dimostra nello stesso Leonardo, creatore di bellezza 
immortale e fondatore di una molteplice scienza signo- 
reggiatrice della natura. 



*) Trattato della pittura, § 28. 



VI. 

GALILEO 
E IL SUO PROBLEMA SCIENTIFICO 



Dalla prefazione al volume : G. Galilei, FrammenH 
e lettere con note di G. Gentile, Livorno, Giusti, 1917. 



La vita di Galileo è tutta piena della storia de' 
suoi scritti, delle sue scoperte e de' suoi processi d'ere- 
sia ^). Nacque da Vincenzio, valente musicista e scrit- 
tore di cose musicali, e da Giulia Ammarinati il 15 feb- 
braio 1564 in Pisa. Nel '74 era in Firenze con la fami- 
glia, e attendeva ai primi studi letterari (1575-77) 
presso «un maestro di vulgar fama, non potendo 'ì 
padre suo, aggravato da numerosa famiglia e costituito 
in assai scarsa fortuna, dargli comodità migliori, com'a- 
verebbe voluto.... scorgendolo di tale spirito e di tanta 
accortezza che ne sperava progresso non ordinario in 
qualunque professione e' l'avesse indirizzato. Ma il 
giovane, conoscendo la tenuità del suo stato e volendosi 
pur sollevare,^ si propose di supplire alla povertà della 
sua sorte con la' propria assiduità ne Ili studi ; che perciò 
datosi alla lettura^ delli autori latini di prima classe, 
giunse dajper se stesso a' quell'erudizione nelle lettere 



■f?*) Tutti i documenti della biografia galileiana sono rac- 
colti nelle sue Opere ed. naz., specialmente nel voi. XIX ; e 
se ne può vedere il regesto nell' Indice dei nomi che fa parte 
del voi. XX, s. Galilei Galileo; e a parte, ampliato, nel Re- 
gesto biografico galileiano dalla ediz. naz. delle Opere per cura 
di Antonio Favaro, Firenze, Barbèra, 1907. 



*- 218 -- 

umane, della quale si mostrò poi in ogni privato con* 
gresso, ne' circoli e nelle accademie riccamente adornato. 
In questo tempo si diede ancora ad apprendere la lin- 
gua greca, della quale fece acquisto non mediocre» *). 
Nel '78 pare fosse nel monastero di Santa Maria di 
Vallombrosa e vi stesse facendo il noviziato. Quivi cer- 
tamente a udì i precetti della logica da un Padre Vallom- 
brosano; ma però que' termini dialettici, le tante defini- 
zioni e distinzioni, la moltiplicità delli scritti, l'ordine e 
il progresso della dottrina, tutto riusciva tedioso, di 
poco frutto e di minor satisfazione al suo esquisito in- 
telletto»^). Ben si dilettava piuttosto di sonar il liuto, 
su l'esempio e l' insegnamento del padre ; e secondo ci 
racconta il suo scolaro e biografo, dal quale andiamo 
traendo questi ricordi, «pervenne a tanta eccellenza, che 
più volte trovossi a gareggiare co' primi professori di 
que' tempi in Firenze e in Pisa, essendo in tale strumento 
ricchissimo d' invenzione, e superando nella gentilezza 
e grazia del toccarlo il medesimo padre ; qual soavità 
di maniera conservò sempre sino alli ultimi giorni ». 
Molto anche dilettavasi del disegno, al quale mostrò 
di possedere segnalata inclinazione, e nel quale andò 
tanto innanzi, da acquistarsi pel suo gusto e perizia 
autorità grande tra i pittori più famosi del suo tempo, 
e il Cigoli, del quale è noto ') quale stima facesse il Galilei, 
« attribuiva in gran parte quanto operava di buono alli 
ottimi documenti del medesimo Galileo, e particolar- 
mente pregiavasi di poter dire che nelle prospettive egli 
solo gli era stato maestro » *) . 



*) V. ViviANi, Racconto istor. della vita di G., in Opere, 
XIX, 601. 

^) ViviANi, pag. 602. 

3) V. i citati Frammenti, pag. 82. 

*) YiviANi, pag. 602. 



-^ ^t^ -. 



IL 



Nel settembre 158 1 Galileo era mandato a studio 
a Pisa, e in questa università veniva immatricolato tra 
gli artisti (come chiamavansi gli scolari che non s'av- 
viassero pel diritto) per attendere agli studi di medicina ; 
poiché il padre avrebbe desiderato farne un medi- 
co. E insieme con gli studi di medicina gli convenne 
imprendere quelli allora strettamente congiunti della 
filosofia peripatetica che insegna vasi nelle scuole. La 
quale non comprendeva soltanto quella parte affatto 
speculativa del sapere scientifico, che piii tardi s' intese 
propriamente per la filosofia, ma anche la scienza po- 
sitiva della natura, che andava compresa sotto il nome 
di fisica. E qui il Galilei ebbe primamente campo a 
manifestare la libera originalità del suo ingegno. « Il 
Galileo, che » dice il solito biografo, « dalla natura fu 
eletto per disvelare al mondo parte di que' segreti che 
già per tanti secoli restarono sepolti in una densissima 
oscurità delle menti umane, fatte schiave del parer e 
degli asserti d'un solo, non potè mai, secondo '1 con- 
sueto degli altri, darsele in preda così alla cieca ; come 
che, essendo egli d' ingegno libero, non gli pareva di 
dover cosj facilmente assentire a' soli detti e opinioni 
delli antichi e moderni scrittori, mentre potè vasi col 
discorso e con sensate esperienze appagar se medesimo. 
E perciò nelle dispute delle conclusioni naturali fu 
sempre contrario alli più acerrimi difensori d'ogni detto 
aristotelico, acquistandosi nome tra quelli di spirito di 
contraddizione, e in premio delle scoperte verità provo- 
candosi l'odio loro ; non potendo soffrire che da un 
giovanetto studente, e che per ancora, secondo un lor 



— 2^0 — 

detto volgare, non ave a fatto il corso delle scienze, 
quelle dottrine da lor imbevute, si può dir, con il latte 
gli avesser ad esser con nuovi modi e con tanta evi- 
denza rigettate e convinte » ^). 

Studiava bensì nei testi Aristotele e Platone, e ap- 
profondiva da sé la cognizione diretta della scienza an- 
tica. Ma, insoddisfatto, ha vigile l'occhio a nuove os- 
servazioni, portato fin d'allora a non cercare nei libri 
la verità. È del 1583 la celebre osservazione suggerita- 
gli dalla vista di una lampada che oscillava nel Duomo, 
onde scopre la legge dell' isocronismo delle oscillazioni 
del pendolo. L'anno dopo si volge allo studio della geo- 
metria, nella quale e nella meccanica fa subito progressi 
mirabili. Sicché ancora nel 1636 riprenderà e invierà 
a un suo amico, perché siano stampate, le dimostra- 
zioni di alcuni teoremi intorno al centro di gravità dei 
solidi, «trovate (dirà con visibile compiacenza) da 
me essendo d'età di 22 anni, e di due anni di studio di 
geometria, le quaH é bene che non si perdine »*). Stu- 
dia Archimede (1586), ed escogita «un nuovo modo 
esattissimo di poter scoprire il furto di quell'orefice nella 
corona d'oro di Jerone » inventando la bilancetta. 
E quell'anno stesso tiene in Siena pubblico insegnamento 
di matematica, che legge pure in privato così a Siena 
come a Firenze. Nel 1578 va a Roma ed entra in rela- 
zione col gesuita Cristoforo Clavio, celebre matematico 
del tempo ; e con altri matematici di varie parti della 
Penisola conferisce le sue teorie sul centro di gra\dtà, 
onde si viene sempre più ampliando la sua riputazione. 
Tra questi matematici, il marchese Guidobaldo del 
Monte, di Pesaro, concepisce per lui grande stima e si 
adopera presso i Medici, affinchè gli sia affidata la cat- 



*) O, e, pagg. 602-3. 
2) opere, XVI, 524. 



— 221 — 



tedra di Matematica vacante nello studio di Pisa. E 
gli fu infatti conferita nel luglio 1589, con la provvisione 
annua di 60 scudi. 



III. 



Dal novembre 1589 al '92, per un triennio, lesse 
pertanto Matematica a Pisa, continuando i suoi studi, 
le sue osservazioni e i suoi contrasti con i vecchi in- 
segnanti ligi alla tradizione ; la cui gravità accademica 
compiace vasi di pungere e deridere in capitoli berne- 
schi, come quello giuntoci Contro il portar l a toga (i^gi) ; 
poiché la toga era di prammatica per i professori dello Stu- 
dio. Nel '90 inventa la cicloide, che gli serve per stabilire 
la forma da dare agh archi dei ponti. Insiste nello studio 
del movimento • scopre l'errore della dottrina aristote- 
lica che fa variare la velocità della caduta dei corpi se- 
condo la gravità : « dimostrando ciò con replicate espe 
rienze, fatte dall'altezza del Campanile di Pisa con l' in- 
tervento degli altri lettori e filosofi e di tutta la scola- 
resca»*). Commenta V Almagesto di Tolomeo ; contro 
il quale non si sa quando siano sorti i suoi primi dubbi ; 
ma è certo che nel 1597 ^) poteva dire di avere abbrac- 
ciata già molti anni innanzi la opposta dottrina. E forse 
era una delle questioni, che più tardi ricordava essere 
stato solito lietamente disputare col dotto collega ed 
amico di Pisa, il signor Jacopo Mazzoni ^). 

Ma a Pisa non è sicuro d'essere confermato allo scadere 
del triennio, e per le naturali avversioni suscitategli contro 



*) ViviANi, o. e, pag. 606. 

'•') Cfr. la iett. a Kepler, in Frammenti pag. 191, 

^) Cfr. pag. 192 e n. I a pag. 191. 



— 222 — 

dalle sue novità scientifiche e dal suo spirito ribelle, e 
per esser forse caduto in disgrazia presso i padroni, a 
causa di certo giudizio da lui liberamente espresso su 
una macchina idraulica di don Giovanni de' Medici ; 
e ha bisogno, d'altra parte, di trovare un collocamento 
più vantaggioso, poiché nel luglio de' 71 è morto il 
padre, ed è rimasta a suo carico tutta la famiglia. Onde 
si studia di conseguire la cattedra di Matematica nello 
Studio di Padova ; la quale gli viene assegnata il 26 
settembre 1592 con lo stipendio di 180 fiorini ; e confer- 
mata per sei anni nel '99 con fiorini 320 ; e poi ancora 
nel 1606 per altri sei anni, portandosi lo stipendio a 
520 fiorini ; e infine nell'agosto 1609 a vita, con mille 
fiorini. Giacché a Padova la grandezza di Galileo si fa 
ogni giorno più manifesta : una grandezza di ingegno 
singolarmente felice, che accoppia le più rare attitudini 
speculative del matematico con la passione indagatrice 
dell'osservatore ; il quale non osserva per altro col solo 
fine di appagare la propria sete di sapere ed estendere 
i limiti del noto, ma per servirsi delle forze della natura 
ai fini della vita umana ; onde la sua scienza non desta 
soltanto l'interesse dei dotti, ma e dei principi e degU 
Stati ; e non e* é scoperta sua che non dia luogo a in- 
venzioni di strumenti utili alle arti della pace o della 
guerra ; e il movimento scientifico che fa capo a lui, 
com' é dei più fecondi per la costituzione della moderna 
scienza della natura, così é de' più benemeriti rispetto 
a quella signoria dell'uomo sul mondo delle forze brute, 
che Bacone in quel tempo assegnava come principale ^ 
ufficio al sapere scientifico. 

Nel '93, o in quel torno, scrive per uso degli scolari 
un trattato di Fortificazioni ; e nel dicembre inventa 
una macchina da alzar acqua, per cui il Senato Veneto 
gli conferisce un privilegio. Insegna Euclide, Cosmogra- 
fia, Astronomia. Nel '97 perfeziona il Compasso geome- 
trico e militare, e stende per iscritto le istruzioni intorno 
airuso dello strumento. Comincia a scrivere in lettere 



— 223 — 

private in sostegno deiropinione copernicana ; mentre 
legge agli scolari sull'Almagesto. Toglie pure ad argo- 
mento delle sue lezioni le Questioni meccaniche di Ari- 
stotele ; ma getta le basi di nuove dottrine, che entre- 
ranno a far parte dell'ultima sua opera, Dialoghi delle 
nuove scienze, che pubblicherà nel 1638. Studia Tarma- 
tura della calamita ; e fa le prime esperienze che con- 
durranno all' invenzione del termometro. Nell'ottobre 
1604 osserva per la prima volta la nuova stella del Ser- 
pentario ; e nel dicembre tiene su di essa tre pubbliche le- 
zioni, in cui comincia a scuotere poderosamente una delle 
dottrine fondamentali della fìsica aristotelica, legata ai 
principii della metafisica di quella scuola ed entrata, 
si può dire, nel modo di pensare comune, mercè la 
straordinaria diffusione di quelle dottrine : la dottrina 
dell' inalterabilità del cielo. 

Nell'agosto del 1605 per invito della Grandu- 
chessa madre Maria Cristina di Lorena, si reca in 
Toscana a insegnare al principe Cosimo de' Medici 
l'uso del compasso geometrico e militare ; e l'anno 
dopo stampa, in sessanta esemplari, nella propria casa 
di Padova, Le operazioni del compasso geometrico e mi- 
litare, che dedica a quel principe. Di cui torna nell'e- 
state ad essere ospite, e col quale ama legarsi di sem- 
pre più stretti rapporti. Un Baldassarre Capra, che già 
contro le legioni di Galileo sulla stella nuova, aveva 
pubblicato un'insolente quanto scipita Considerazione 
astronomica, tenta ora plagiarlo, mandando fuori per 
le stampe un Usus et fahrica circini cuiusdam propor- 
tionis, in cui riproduceva in latino le Operazioni del 
GaHleo. Questi gì' intentò un processo presso i Rifor- 
matori dello studio, e ottenne la soppressione dell'opu- 
scolo, col permesso di pubblicare egli una sua Difesa 
contro le calunnie et imposture di Baldassar Capra mi- 
lanese, usategli si nella Considerazione Astronomica 
sopra la nuova stella del MDCIII, come (et assai più) 
nel pubblicare nuovamente come sua invenzione la 



— 224 — 

fabrica et gli usi del Compasso geometrico e militare 
(1607). 

Nel 1608 continua a studiare lungamente il pro- 
blema deirarmatura della calamita ; e nel 1609 è tutto 
dentro alle sue ricerche e dimostrazioni meccaniche ; 
quando nel giugno a Venezia gli giunge notizia di uno 
strumento che in Olanda era stato presentato al conte 
Maurizio di Nassau, composto di 'due vetri dentroT un 
tubo, onde>i sarebbero veduti gU oggetti lontani come 
fossero vicini." «Con questa sola; relazione », racconta il 
Viviani, « tornando subito il signor'. Galileo a Padova/si 
pose a specularne la fabbrica, quale immediatamente 
ritrovò la seguente notte : poiché il giorno appresso, 
componendo lo striunento nel modo che se lo aveva 
immaginato, non ostante la imperfezione de' vetri che 
potè avere ne vidde l'effetto desiderato ; e subito ne 
diede conto a Venezia a' suoi amici, e fabbricando- 
sene altro di maggior bontà, sei giorni dopo lo portò 
quivi, dove sopra le maggiori altezze della città fece 
vedere e osservare gli oggetti in varie lontananze ai 
primi senatori di quella Repubblica, con lor infinita 
maraviglia » *) . Ne lasciò memoria infatti il procura- 
tore Antonio Friuli nella sua Cronaca, sotto il 21 agosto 
1609 : « Andai io in Campami di S. Marco con TEcc.te 
Galiileo, e sig. Zaccaria Contarini.... a veder le mera- 
viglie et effetti singolari del cannon di detto Galii- 
leo... ; con il quale posto a un occhio e serando l'altro, 
ciascheduno di noi vide distintamente, oltre Liza, Fu- 
sina e Marghera, ancora Chioza, Treviso e sino Cone- 
gliano, et il campaniel et cubbe con la facciata della 
chiesa de Santa Giustina de Fadova : si discernivano 
quelli che entravano e uscivano di chiesa di San Gia- 
como di Muran ; si vedevano le persone a montar e di- 
smontar de gondola al traghetto alla Colonna nel prin- 



*) O. e, pag. 609. Cfr. Frammenti pagg, 201-2, 



— 225 — 

cipio del Rio de' Veneri, con molti altri particolari 
nella laguna e nella città veramente ammirabili » *). 



IV. 



Ma ben maggiori meraviglie son quelle che Ga- 
lileo indi a poco scoprirà nel cielo per mezzo di questo 
cannocchiale. Lo drizzò egli subito alla Luna, e ne 
scorse, primo tra gli uomini, la superficie ineguale, 
con cavità e prominenze a guisa della Terra. Vide quindi 
la via lattea e le nebulose essere una congerie di stelle 
fisse, indistinguibili ad occhio nudo per la loro immensa 
distanza e la loro relativa piccolezza. Ed ecco il 7 gen- 
naio attorno al corpo di Giove tre satelHti che gH girano 
intorno, e un quarto, sei giorni dopo. Con animo alta- 
mente commosso Galileo descrive in pochi giorni, in 
latino, la breve storia di queste scoperte, che portavano 
la rivoluzione nel cielo : nel cielo, quale si continuava ad 
immaginarlo secondo la fantastica costruzione aristotelica, 
con la Terra in mezzo, centro dell'universo, intorno al 
quale si muovano tutte le stelle mobih del cielo. Scrive 
il Sidereus nuncius, pubblicato a Venezia il 12 marzo 
1610, dedicandolo al Granduca Cosimo, e in onore 
della sua casa denominando « Pianeti medicei » i quat- 
tro satelliti gioviali. Nulla più dell'accoglienza fatta 
al Sidereus nuncùis (la cui materia Galileo espose pure 
in tre lezioni nella primavera, nello Studio di Padova) 
da parte dei filosofi che insegnavano nelle università 
italiane, può dimostrare la gravità del colpo che le sco- 
perte galileiane arrecavano alla scienza ufficiale con- 



*) In Opere, XIX, 387. 

iS — Giordano Bruno « il pensitro d«l Ritutseimonio 



— 220 — 

temporanea : « Non mancarono già », dice il buon Vi- 
viani, «de' cosi pervicaci e ostinati, e fra questi de' 
constituiti in grado di pubblici lettori » — alludendo 
a Cesare Cremonini, che fu tuttavia dei pensatori più 
spregiudicati della fine del sec. XVI e del principio del 
XVII, e che ebbe perciò dal S. Offizio non poche mole- 
stie ^), — « tenuti per altro in gran stima, i quali, te- 
mendo di commetter sacrilegio contro la deità del loro 
Aristotele, non vollero cimentarsi alle osservazioni, né pur 
una volta accostar l'occhio al teloscopio ; e vivendo in 
questa lor bestialissima ostinazione, vollero, più tosto 
che al loro maestro, usar infedeltà alla natura medesi- 
ma » 2). Erano quegli stessi, che ventisei anni prima 
Giordano Bruno aveva nella Cena de le ceneri additati 
tra gU oppositori della dottrina copernicana : « Sono 
alcuni altri, che, px^r qualche credula pazzia temendo 
che per vedere non se ne guastino, vogliono ostinata- 
mente perseverare ne le tenebre di quello eh' hanno una 
volta malamente appreso» ^). Ma di tutte le oppo- 
sizioni Galileo è largamente compensato dal plauso 
mandatogli da Giovanni Kepler ; e può tornare a Fi- 
renze, ottenendo il posto che molto aveva desiderato 
ed ambito, quello di matematico dello Studio di Pisa 
(esente da ogni obbligo d' insegnamento) e filosofo 
del Granduca, con mille scudi annui. 



Firenze però doveva essergli pur troppo fatale nel 
conflitto destinato a scoppiare tra la nuova scienza, 
che per opera sua si veniva liberamente svolgendo, e la 



') Vedi Frammenti pag. 209, n. I. 

^i O. e, pagg. 610-11. 

^) Opere ital., ed. Gentile, I, 27. 



— 227 -— 

Chiesa cattolica, che da alcune affermazioni di questa 
scienza temeva di vedere scosse le proprie basi dom- 
matiche. E gl'interessi di casa Medici*), alla cui om- 
bra Galileo riparò, non avrebbero consentito di fronte 
alla Curia una difesa aperta ed energica del grand'uomo 
che l'onorava, quale forse l'avrebbe assunta la libera 
repubblica di Venezia 2). 

D 25 luglio 16 IO Galileo scopre la forma tricorporea 
di Saturno. Nel settembre e nell'ottobre comincia ad 
osservare le fasi di Venere nel suo movimento intorno 
al sole ; indi fa le prime osservazioni delle macchie so- 
lari; una delle sue maggiori scoperte, « che », egli scriveva 
allegramente al Cesi due anni dopo^), quando si pre- 
parava a ragionarne in apposita scrittura, « dubito che 
voglia essere il funerale o più tosto l'estremo e ultimo 
giudizio della pseudofilosofia » ; poiché e contraddiceva 
nel modo più manifesto alla m.enzionata dottrina del- 
l' inalterabilità celeste, e confermava d'altra parte il 
sistema copernicano. Nel marzo 1611 si reca a Roma, 
per dimostrare la verità delle sue scoperte celesti. 1£ vi 
si trattiene fin al giugno, destando grande curiosità e 
il più vivo interesse per le novità annunziate, che i ma- 
tematici gesuiti del Collegio Romano, interrogati dal 
card. Roberto Bellarmino, non possono non confermare. 
Mostra egH a illustri personaggi le macchie del sole ; è 
onorato e accarezzato, ascritto alla recente Accademia dei 
Lincei. Sicché può tornare a Firenze heto di veder ri- 



*) Il prof. Alessandro Paoli, che molti studi dedicò 
alla illustrazione del pensiero e de' tempi del G., ebbe il 
merito di avere con copiosi documenti messo in chiara luce 
quali motivi ispirassero il Governo toscano, e specialmente la 
Granduchessa Cristina, nella sua politica di prona arrendevo- 
lezza verso la Curia. Veggasi il suo scritto poco noto : La 
scuola di G. nella storia della filosofia, parte I, Vannucchi, 
1897 (estr. dagli Annali delle Univ. toscane) Note ai §§ I-II. 

') Cfr. pag. 320, n. 3. 

^) Lett. del 12 maggio 1612, in Opere, XI, 296. 



228 



conosciute tutte le benemerenze scientifiche da lui ac- 
quistate neiresplorazione del cielo. Ma si erano poste le 
premesse di un dramma, che il destino di GaHleo, riposto 
neir indirizzo stesso del suo pensiero, ormai avviato a 
certe conclusioni, doveva di necessità svolgere quindi 
fino alla catastrofe. Giacché, assodati i fatti, di cui il 
telescopio gli aveva reso testimonianza, egli era portato 
dalla tendenza sistematica della sua mente a spiegarU e 
inquadrarli in un sistema del mondo, che non poteva 
essere più il sistema di Aristotele e di Tolomeo ; onde 
veniva risospinto verso quella dottrina copernicana, 
che nel 1597 aveva scritto al Kepler di non voler per 
allora toccare, fortuna ipsius Copernici praeceptoris no- 
stris perterritus. E se questa volta egli può contentarsi 
del riconoscimento delle sue scoperte, presto dovrà 
tornare a Roma, per cercare d' impedire la condanna di 
Copernico : la cui proibizione avrebbe troncato di netto 
la sua vita scientifica. 

Nell'estate dell' 11 è avvolto in una controversia coi 
Peripatetici pisani, capeggiati da Lodovico delle Co- 
lombe, circa i fenomeni della condensazione e della rare- 
fazione, e sulla causa del galleggiare, che gli avversari 
attribuivano alla figura del galleggiante, anzi che alla 
gravità. Di che avendo pure discorso alla tavola del 
Granduca, presente il cardinale Maffeo Barberini, futuro 
papa Urbano Vili, il Galileo ebbe invito da Cosimo di 
stendere su questo tema un Discorso ; che fu quello 
Intorno alle cose che stanno in su l'acqua, pubblicato 
nella primavera del '12. Pone quindi mano alle sue lettere 
al Welser, stampate l'anno dopo dai Lincei col titolo 
Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solari e loro 
accidenti, in risposta al gesuita tedesco Cristoforo 
Scheiner, che allo stesso Welser aveva indirizzato altret- 
tante lettere, sotto lo pseudonimo Apelles latenspost tabu- 
lam, contro la scoperta galileiana. La sua mente gravitava 
intorno al problema cosmografico : intorno al quale 
nell'agosto 1610 aveva fatto sapere al Granduca che 



— 229 — 

egli meditava una grande opera : «due libri JDe syste- 
mate seu constitutione universi, concetto immenso e 
pieno di filosofia, astronomia e geometria » ^). 



VI. 



Ma prima ancora che cominciasse a difendere pub- 
blicamente la teoria copernicana, gli toccò di trattare 
la questione del contrasto reale o apparente tra essa e 
la Bibbia, e in generale dei rappoiti tra scienza e fede. 
La occasione gliela porse uno de 'suoi più cari e valenti 
discepoli, il Castelli ; al quale appunto era stato do- 
mandato dalla Granduchessa madre in che modo po- 
tesse accordarsi con la Scrittura quella idea del moto 
della Terra, che si sapeva professata da Galileo. Il 
quale scrisse allora la sua famosa lettera al Castelli del 
21 dicembre 1613, poi largamente ampliata con cita- 
zioni di Padri e schiarimenti di testi nella lettera a essa 
Madama Cristina del 1615 ^). Non è esatto che Gahleo 
sia stato il primo a rigettare apertamente Tautorità 
della Scrittura in materia di scienza ^) . La sua tesi è 
sostanzialmente identica a quella che quasi trent'anni 
prima aveva sostenuta il nostro Bruno, in un'opera che 
tutto induce a credere sia stata nota al Galilei, quan- 
tunque per ovvie ragioni di prudenza egli si peritasse 
di ricordare uno scrittore morto sul rogo come ere- 



*) Cfr. Frammenti, pag. 212. 
^) Vedi Frammenti, pagg. 23J-8 e pagg. 105-24. 
^) Come ha detto il Vaccaluzzo nella sua Introd. al voi. 
Galilei, Vita ed opere ecc., pagg. xxi-xxii. 



— 230 — 

tico *J, e a quella che più tardi propugnerà a difesa 
della libertà della filosofia di fronte alla teologia, Bene- 
detto Spinoza nel suo Trattato Jeologico-politico ^). 

Tutti e tre questi pensatori 'distinguono il dominio della 
vita pratica da quello della pura verità speculativa, e, as- 
segnando alla religione il primo, riserbano il secondo alla 
scienza. Distinguono analogamente una doppia rivela- 
zione divina della verità : una positiva e sovrannatu- 
rale, l'altra razionale e in via di continua formazione'; e 
la prima considerazione come fonte degli insegnamenti 
destinati a indirizzare la condotta dell'uomo ; l'altra, 
radicalmente indipendente dalla prima, come la sor- 
gente della libera ricerca scientifica. L'una, depositata 
nei libri sacri, direttamente ispirati da Dio : l'altra, 
frutto della mente runana. La quale, pel Galilei, non 
attinge dalla speculazione astratta de' propri principii 
razionali la verità che è termine delle sue piiì legittime 
aspirazioni ; ma dalla osservazione della natura sensi- 
bile e dalla interpe trazione, possibile solo per mezzo 
delle matematiche, delle sue leggi, consistenti appunto 
in determinati rapporti matematici. Sicché la stessa 
rappresentazione matematica della realtà conosciuta 
per mezzo dell'esperienza sensibile non è il prodotto 
d'un lavorìo soggettivo della mente, ma la fedele lettura 
del libro del mondo, in cui Dio volle scrivere, del pari 
che nelle sacre scritture, il suo proprio pensiero ; di 
guisa che, come di fronte alla rivelazione sovrannatu- 
rale della rehgione, così nella stessa scienza che è il 
più alto segno dell'umana grandezza, l'intelletto umano 



*) Cfr. in proposito Fiorentino, pref. alle Opere latine 
del Bruno, I, pag. xlvi; Spampanato, Quattro filosofi napoli- 
tani nel Carteggio di G., Portici, Della Torre, s. a., pagg. 9-36 ; 
e Vito Fazio Allmayer, G. G. Palermo, Sandron (1912) 
(nella collezione: «I grandi pensatori»), pagg. 16, 30-31, 51, 
5^' 90. 

*) Cfr. le mie note ai Frammenti, pag. 112. 



— 231 — 

non fa se non riflettere la luce che si riverbera nella 
natura dal pensiero divino. 

È evidente che rispetto alla scienza, che a Galileo 
preme difendere dalle opposizioni che essa incontrava 
nella tradizione scientifica e religiosa, quel che importa 
non è tanto la distinzione dei due diversi dominii, dom- 
matico e razionale, e la dimostrazione delle loro irriduci- 
bili differenze (al che sarebbe occorsa una dottrina, che in 
GaHleo manca) ; quanto piuttosto la dimostrazione de 'di- 
ritti della libera ricerca scientifica, sottratta, per la defi- 
nizione della sua natura e della sua conseguente finalità, 
a quell'ordine di cognizioni che la teologia faceva di- 
pendere dall' insegnamento scritturale. Di qui il carat- 
tere speciale e il difetto di questa affermazione galileiana 
della libertà della scienza. La quale per lui è libera 
dalla teologia, in quanto è cognizione che, a differenza 
della teologia, non ha nessuna portata pei fini essen- 
ziali dello spirito umano o, come egli dice, « per la 
salute delle anime » ; e non V ha, perchè essa infatti 
è la cognizione di una realtà, in cui non e' è posto per 
lo spirito umano, né motivo ad alcuna preoccupazione 
per la realtà di esso,; è la cognizione della natura, mec- 
canicamente concepita, determinata secondo rapporti 
quantitativi ; che solo in quanto tale è oggetto di una 
scienza che non può entrare in conflitto coi dettati 
della teologia. La scienza, insomma, della quale Galileo 
difende la libertà, separandola dal sapere dommatico 
della teologia, è la scienza naturalistica. 



VII. 



Ma e' è una scienza affatto naturalistica, cioè ri- 
guardante una realtà il cui modo di essere e di operare 
sia indifferente per lo spirito umano ? I teologi contem- 
poranei di Galileo non si capacitarono di questa separa- 



— 232 — • 

zione da lui fatta del mondo a cui guarda lo scienziato, 
da quello a cui guarda l'uomo che pensa e deve pensare 
alla salute dell'anima sua. Nella questione speciale da 
cui sorgeva il conflitto, circa la stabilità o mobilità 
della Terra, c'erano passi della Bibbia, che stavano per 
la tesi oppugnata dalla nuova scienzia ; e ciò per co- 
mune e costante interpetrazione dei padri, dai quali 
il Concilio di Trento aveva dovuto, contro la pretesa dei 
Protestanti, prescrivere che non fosse lecito dipartirsi. 
Né il movimento della Terra ponevasi come semplice 
ipotesi d'un mondo matematico costruito dalla mente 
secondo le leggi della coerenza geometrica, sì bene come 
induzione della realtà di fatto : che è una ben notabile 
differenza. Giacché il matematico costruisce per suo 
instituto mondi, che non appartengono alla realtà 
esistente ; ma in questa non é possibile che ci sia un 
particolare che non si leghi col resto dell'universo, e non 
vi si ripercuota, e non abbia perciò la sua importanza 
per gli interessi dello stes::.o spirito umano. Sicché la 
teologia non può disinteressarsi della definizione di quel 
mondo, che non é più nel cervello dei matematici, ma 
in quell'essere effettuale, cui appartiene pure l'uomo, 
che essa mira ad ammaestrare ai fini morali della sua 
eterna salute. E Galileo insisteva *), che la posizione 
copernicana non era un,' ipotesi di matematico, ma la 
dottrina d'un filosofo che definiva la reale costituzione 
del mondo, E su questo terreno la scienza non poteva 
non incontrarsi con la teologia, quaU che potessero essere 
gli accorgimenti escogitati da Galileo per salvare la 
veridicità della Scrittura nei luoghi in cui si accenna alla 
stabilità della terra, mettendosi sullo sdrucciolo delle 
interpretrazioni non autorizzate dalla tradizione della 
Chiesa. Merita di esser tenuto presente quel che scriveva 
da Roma il 12 aprile Ì615 il maggior teologo che allora 



^) Cfr. Frammenti, pag. 247. 



— 233 — 

avesse la Chiesa Romana, il cardinal Roberto Bellarmino 
al frate carmelitano di Napoli Paolo Antonio Foscarini, 
autore di un opuscolo conciliativo intorno ai rapporti 
della teoria copernicana con la Bibbia. Perchè questa 
lettera è un docimiento storico di prim 'ordine della 
massiccia tradizione, contro la quale dovevano urtare 
gli sforzi del Galilei. Il Bellarmino dunque scriveva : 

« IO Dico che mi pare che V. P. e il sig. Gahleo fac- 
« ciano prudentemente a contentarsi di parlare ex sup- 
« positione e non assolutamente, come io ho sempre cre- 
«duto che abbia parlato il Copernico. Perchè il dire 
« che, supposto che la Terra si muova e il Sole stia fermo 
« si salvano tutte l'apparenze meglio che con porre p^li 
«eccentrici ed epicicli, è benissimo detto, e non ha 
« pericolo nessuno ; e questo basta al matematico ; 
«ma volere affermare che realmente il Sole stia nel 
«centro del mondo e solo si rivolti in se stesso senza 
«correre dall'oriente all'occidente, e che la Terra stia 
« nel 30 cielo e giri con somma facilità intorno al Sole, 
« è cosa molto pericolosa non solo d' irritare tutti i 
« filosofi e teologi scolastici, ma anco di nuocere alla 
« santa fede con rendere false le Scritture Sante ; per- 
« che la P. V. ha bene dimostrato molti modi di esporre 
« le Sante Scritture, ma non li ha applicati in particolare ; 
«che senza dubbio avria trovate grandissime difficultà 
«se avesse voluto esporre tutti quei luoghi che lei 
«stessa ha citati. 

« 2° Dico che, come lei sa, il Concilio proibisce esporre 
«le Scrittui-e contra il commune consenso de' Santi 
« Padii ; e se la P. V. vorrà leggere non dico solo li 
« Santi Padri, ma li commentari moderni sopra il Genesi, 
« sopra li Salmi, sopra V Ecclesiaste, sopra Giosuè, tro- 
« vara che tutti convengono in esporre ad literam eh' il 
« vSole è nel cielo, e gira intorno alla Terra con somma ve- 
« locità, e che la Terra è lontanissima dal cielo e sta nel 
« centro del mondo, immobile. Consideri ora lei, con la 
« sua prudenza, se la Chiesa posssa sopportare che si 



— 234 — 

i 
a dia alle Scritture un senso contrario alli vSanti Padr 
« e a tutti li espositori greci e latini. Né si può rispondere 
« che questa non sia materia di fede ; perchè, se non 
« è materia di fede ex parte ohiecti, è materia di fede ex 
« parte dicentis ; e così sarebbe eretico chi dicesse che 
«Abramo non abbia avuti due figliuoli e Jacob dodici, 
«come chi dicesse che Cristo non è nato di Vergine, 
« perchè l'uno e l'altro lo dice lo Spirito Santo per 
«bocca de' Profeti e Apostoli. 

« 30 Dico che quando ci fusse vera dimostrazione che il 
« sole stia nel centro del mondo e la Terra nel terzo cielo, 
«e che il Sole non circonda la Terra, ma la Terra cir- 
« conda il Sole, allora bisogneria andar con molta consi- 
« derazione in esplicare le Scritture che paiono contra- 
« rie, e più tosto dire che non l' intendiamo, che dire 
« che sia falso quello che si dimostra. Ma io non crederò 
« che ci sia tal dimostrazione, fin che non mi sia mostrata; 
« né è r istesso dimostrare che supposto eh' il Sole stia 
« nel centro e la Terra nel cielo, si salvino le apparenze, 
« e dimostrare che in verità il Sole stia nel centro e la 
« Terra nel cielo: perchè la prima dimostrazione credo che 
« ci possa essere, ma dalla seconda ho grandissimo dubbio 
«e in caso di dubbio non si dee lasciare la Scrittura 
« Santa, esposta da' Santi Padri. Aggiungo che quello 
« che scrisse : Oritur sol et occidit, et ad locum suum re- 
« vertitur et e... fu Salomone, il quale non solo parlò in- 
« spirato da Dio, ma fu uomo sopra tutti gli altri sapien- 
«tissimo nelle scienze umane e nella cognizione delle 
«cose create, e tutta questa sapienza l'ebbe da Dio, 
« onde non è verisimile che affermasse una cosa che fusse 
« contraria alla verità dimostrata o che si potesse dimo- 
« strare. E se mi dirà che Salomone parla secondo l'ap- 
« parenza, parendo a noi eh' il Sole giii, mentre la Terra 
« gira, come a chi si parte dal lito pare che il lito si parta 
« dalla nave, risponderò che chi si parte del lito sa bene 
« gli pare che il lito si parta da lui, nondimeno conosce 
« questo errore e lo corregge, vedendo chiaramente 



— 235 — 

« che la nave si muove e non il lito ; ma quanto al Sole 
«e la Terra, nessuno savio è che abbia bisogno di cof- 
« reggere l'errore, perchè chiaramente esperimenta che 
« la Terra sta ferma e che l'occhio non s' inganna quando 
« giudica che il Sole si muove, come anco non s' inganna 
« quando giudica che la Luna e le stelle si muovano » ^). 



Vili. 



Le vicende dei due processi sofferti dal nostro 
grande pensatore innanzi all' Inquisizione di Roma sono 
ormai note in tutti i loro particolari, e qui basterà 
ricordarle brevemente. Il primo processo, aperto su 
denunzia del domenicano Niccolò Lorini, a proposito 
della lettera del GaHlei al padre Castelli (7 febbraio 
1615), dopo un' istruttoria segretissima, durante la quale 
Galileo si reca a Roma (3 die. 1615), scrive il Discorso 
sopra il flusso e reflusso del mare, di schietta professione 
copernicana, poiché il flusso e riflusso marino vi è spie- 
gato col movimento della Terra, e invano si adopera 
a,ffinchè la dottrina di Copernico non sia condannata, — 
si chiude con la censura (24 febbraio 1616) delle due 
proposizioni della stabilità del Sole e del movimento 
della Terra, e con l'ammonizione (26 febbraio) fatta per "" 
mezzo del card. Bellarmino al Galilei che si astenga dal 
professarle. Ma questo divieto non impedisce a Galilei 
di proseguire in segreto le sue speculazioni intorno ai 
due massimi sistemi del mondo. La comparsa, avvenuta 
nell'agosto del '18 di tre comete, una delle quali, nel 
segno dello Scorpione, rimase visibile fino al gennaio 



*) In Opere di Galileo, XII, 171 -2. 



— 236 — - 

successivo, illustrata dal gesuita di Roma p. Orazio 
Grassi in una Disputatio astronomica nel senso aristote- 
lico-tolemaico, lo trasse, anche per gì' incitamenti venu- 
tigli da varie parti, ad esporre il suo pensiero ; il che 
fece per mezzo di un Discorso delle Comete, letto dal suo 
fido scolaro Mario Guiducci all'Accademia Fiorentina, 
e dato in luce nel giugno 1619. Fu il segno di una bat- 
taglia ingaggiata dai gesuiti contro il sospetto fiorentino. 
Gli si avventò contro il Grassi, sotto l'anagramma di 
Lothario Sarsi nella Libra astronomica ac philosopìiica, 
che il Galilei si divertì da prima a postillare minutamente, 
e poi a confutare nel celebre suo hbro polemico II Sag- 
giatore, pubblicato a Roma per cura de' Lincei nel 1623. 
Il 6 agosto sale al trono pontificio Maffeo Barbe- 
rini, dal quale Galileo si teneva sicuro di essere benvoluto 
assai, oltre che stimato. E spera subito di poterne otte- 
nere migliori disposizioni pel sistema copernicano. Si 
reca una quarta volta a Roma nell'aprile del '24, e vi 
spende più di due mesi in colloqui con Cardinali e col 
Pontefice per persuaderli dell'opportunità, anzi neces- 
sità per la Chiesa di cessare da ogni opposizione contro 
una dottrina scientifica, che nei paesi riformati si dif- 
fondeva sempre più. Ma da Urbano Vili riceve bensì 
buone parole, e medaglie, e « buona quantità di Agnus 
Dei », e la promessa d'una pensione pel figlio, ma nulla 
che modifichi la situazione giuridica creata dal precetto 
del 1616. Gahleo riprende il Dialogo, a cui già pensava 
dagli anni di Padova, sui massimi sistemi, tolemaico e 
copernicano ; ma tra minori studi e malattie e la natu- 
rale titubanza derivante dal divieto del S. Offizio, pro- 
cede in esso lentamente. Lo compie soltanto nel '30. 
La prudenza usata nelle espressioni evitando di affermare 
mai risolutamente la verità del sistema copernicano, 
certe vaghe voci giuntegli da' suoi amici di Roma circa 
le intenzioni del Papa, la fiducia nel patrocinio del suo 
Granduca, a cui il Dialogo era dedicato, gli fecero sperare 
di ottenere la facoltà di stamparlo, e di poterlo quindi 



— 237 — 

dare in luce senza alcun pericolo. Torna a tale scopo 
a Roma nel maggio di quell'anno ; ne riparte il 26 
giugno « con intera sua satisfazione » ; e inizia la stampa 
a Firenze. Ma sorgono per via tante difficoltà *), che 
la stampa del Dialogo sopra i due massimi sistemi del 
mondo è compiuta soltanto il 21 febbraio 1632. 



IX. 



Già nell'agosto Galileo viene a sapere che i ge- 
suiti lavorano con ogni potere in Roma per far proibire 
il Dialogo ; e si riunisce infatti una congregazióne per 
esaminarlo. Il 23 settembre, per mezzo dell' Inquisitore 
di Firenze, il Papa gì' ingiunge di comparire non più 
tardi del mese di ottobre innanzi al Commissario Gene- 
rale del S. Offizio in Roma. Ecco quindi iniziato il nuovo 
processo, che si chiuderà il 22 giugno del '33 nella gran 
sala dei Domenicani di Santa Maria sopra Minerva con la 
lettura della sentenza che proibiva ìlDialogo e con l'abiura 
della dottrina copernicana fatta dall'affranto vegliardo, 
minacciato il giorno innanzi della tortura. Minaccia 
contro di cui si rivolta ogni coscienza d'uomo. Ma 
più che la minacciata tortura, la qual non ebbe poi 
seguito, ed era parte necessaria dei sistemi giudiziari 
del tempo, offende il nostro sentimento della di- 
gnità umana la genuflessione e l'abiura, a cui si co- 
strinse, contro le sue più ferme convinzioni, il grande 
intelletto, poiché gli venne meno, nell'estremo cimento, 
la forza di tener fede alla verità che gli splendeva di- 
nanzi. Colpa non di uomini, certo, ma di tempi e sistemi, 



Cfr. Frammenti pagg. 274 e ss. 



— 238 — 

onde doveva restar colpita assai più T istituzione che 
condannava, anzi che la vittima che n'era colpita. 
Giacché tutte le durezze con cui si vollero inesorabil- 
mente travagHati gli anni estremi del Galilei, nulla po- 
terono togliere a questo della sua grandezza e della 
gioia, tutta interiore, procuratagli dalla potenza del 
suo genio ; ma quanti animi non alienarono dalla 
Chiesa Romana ? Che se alla distanza di un secolo e più, 
in cui lo spirito galileiano venne celebrando i suoi trionfi, 
faceva dalla Congregazione dell' Indice cancellare (i6 
aprile 1757) il decreto quo prohibentur libri omnes do- 
centes immobilitatem Solis et mobilitatem Terrae *), essa 
non potè più cancellare il senso di ripugnanza o di 
diffidenza contro le sue decisioni e il sospetto entrato 
negli animi, che a lei forse increscesse della luce che 
la mente umana vien facendo con la scienza. 



X 



Nelle lettere di Galileo è tutta la storia di quelle du- 
rezze, di tutti i dolori sofferti, fino alla cecità, onde fu 
suggellata nel '37 la sconsolata solitudine degli ultimi 
anni ; e fino alla morte, avvenuta l'S gennaio 1642. Ma 
lo spirito del gran vecchio non fu fiaccato ; e le sue let- 
tere ci attestano come nel villino d'Arcetri, assegnatogli 
da ultimo a scontare la pena inflittagli del carcere 
perpetuo, quello spirito vigilasse, tutto assorto ne' suoi 
studi, portando a compimento i Dialoghi delle nuove 
scienze, in cui tornava al soggetto delle prime ricerche 
giovanili e gettava in un capolavoro i fondamenti della 



^) Opere, XIX, 419. 



— 239 — 

moderna meccanica ; stendendo il mirabile trattato delle 
Oporazioni astronomiche ; scrivendo la lettera Sopra 
il candore della Luna ; e commentando ed esaltando nel 
frequente carteggio con gli amici e scolari, vicini o lon- 
tani, quella scienza che era stata tutta la sua vita. 



XI. 



Della quale scienza, come fu rinnovata e pro- 
mossa nella prima metà del sec. XVII, nessuno tra i 
contemporanei ebbe l' intuizione esatta come il Galilei. 
Egli non fu propriamente un filosofo, ma un matema- 
tico e un naturalista che, a differenza dei nostri mag- 
giori filosofi della Rinascenza, Telesio, Bruno e Campa- 
nella, e dei più celebrati pensatori e scienziati che 
aprono l'età moderna, come Bacone, Descartes e Ke- 
pler, vide per la prima volta chiarissimamente, che una 
scienza della natura si può costituire a patto che si 
separi rigorosamente dalla metafisica, e si fermi nel 
suo proprio carattere di cognizione diretta dei fatti, 
che non sono da produrre, ma da considerare come già 
compiuti, indecifrabili nel loro intrinseco essere e pro- 
dursi e nelle loro differenze qualitative : ma soltanto, per- 
ciò, constatabili e misurabili nelle loro proporzioni quanti- 
tative. Oggetto di esperienza sensata, com'egli dice, 
non argomentabile in virtù di ragionamenti, perchè 
estraneo, anzi opposto allo spirito che lo conosce, e 
avente in sé la sua legge : ossia pensabile come una 
realtà bruta, a cui non sono riferibili i criteri di raziona- 
lità finalistica, onde l'uomo interpetra le azioni del- 
l'uomo ; quella natura, che è la sola realtà ammessa dal 
naturalismo e dal materialismo, verso cui piegò sempre 



— 240 — 

nel secolo XVIII e nel seguente la pura scienza della 
natura. 

Del valore di una tale scienza, ossia del punto di 
vista che le è proprio, si discuterà più tardi, quando si 
riaffaccerà, in forma di gran lunga diversa, il problema 
in cui si dibattè ai suoi tempi Galileo, dell' accordo di 
questo sapere che non conosce i fini e i bisogni, né le leggi 
proprie della natura umana, e ne rende quindi impos- 
sibili, non che la spiegazione, lo stesso concetto, con la 
scienza che muove dalla intuizione^- di questa realtà 
umana. E se ne dimostrerà il limite. Ma, ;pur nel suo 
limite, cotesta scienza galileiana è una delle glorie 
maggiori dell'età moderna, e una]['delle forme essenziali, 
se non la sola legittima, della nostra mentalità. E per 
questo rispetto GaHleo^ è uno dei maestri immortaH 
dello spirito umano : i cui insegnamenti sono sparsi in 
tutte le osservazioni di carattere metodico e filosofico 
che ricorrono qua e là in tutti i suoi scritti. Attraverso 
i quali perciò i caratteri proprii della scienza si possono 
studiare nella schietta originalità della loro prima for- 
mulazione, definiti con la maggiore semplicità da uno 
scrittore che è dei più logici e insieme più lucidi della no- 
stra letteratura, tanto serrato e organico nel pensiero 
quanto limpido e trasparente nell'espressione. 



VII. 

IL CARATTERE DELL'UMANESIMO 
'E DEL RINASCIMENTO 



i6 — Giorda'io Bruno t il pensiero d*l Rinascimtnio 



Da un corso di lezioni tenuto nella Università 
di Roma nel 1918. — Inedito. 



I. 



L* Umanesimo è la preparazione o, se si vuole, 
r inizio del Rinascimento. Può andare compreso 
sotto lo stesso nome, se si vuol designare tutto come 
Rinascimento quel periodo dello sviluppo del pensiero 
europeo occidentale, che, cominciato in Italia e dila- 
tatosi quindi in tutte le altre nazioni civili, segna il 
distacco dell'età moderna dal Medio Evo; quel periodo, 
che fu per lungo tempo, finché prevalse la consi- 
derazione tutta estrinseca dei fatti storici che con 
la diagnosi dei sintomi più appariscenti presumeva 
di assegnare Torigine e il significato storico degli 
avvenimenti, caratterizzato dal rifiorire degli studi 
intorno alle due letterature classiche. In questo stesso 
volume, dove si è indagato il concetto dell'uomo nel 
Rinascimento, si è inteso di includere in questa epoca 
anche l'Umanesimo : che infatti non se ne distingue 
per ciò che riguarda il concetto dell'uomo. 

Ma l'orientamento generale del pensiero nel Rinasci- 
mento propriamente detto è diverso da quello dell' Uma- 
nesimo ; e ognuno che abbia familiarità, non dico con la 
filosofia, ma con la stessa letteratura itahana che va dalla 
seconda metà del sec. XIV alla prima del XVII, sente 
magari oscuramente il profondo di vai io che e' è tra 
un Petrarca, un Bruni, un Valla o im Poliziano da una 
parte, e un Ariosto, un Aretino, un Tasso o un Bruno 



— 244 -■ 

dall'altra. C è di mezzo un mutamento spirituale, che 
si manifesta principalmente nell'estensione della sfera 
d* interesse intellettuale e morale, per cui l'umanista 
pare che si restringa tutto nello studio e nella celebra- 
zione di quello è strettamente umano, nell' animo suo 
stesso o nella memoria e nella tradizione, a cui egli 
ama affacciarsi per ingrandire e rinvigorire lo stesso 
suo animo ; laddove l'uomo del Rinascimento gira in- 
torno lo sguardo fuori dell'uomo, e abbraccia con l' in- 
telletto la totalità del mondo a cui l'uomo appartiene 
e in cui gli tocca di vivere. Il punto di vista umano 
diventa punto di vista naturale : che è lo stesso pimto 
di vista di prima, ma ampliato, in guisa da ricompren- 
dere nel suo orizzonte la natura. 



IL 



Per intendere questo allargarsi dell'orizzonte proprio 
dell'Umanesimo, conviene rendersi conto con precisione 
del significato dell' Umanesimo di fronte al pensiero 
precedente, medievale. E poiché 1' Umanesimo è un 
fatto della storia dell' Occidente di Europa, quivi è 
pure da cercare la situazione spirituale, a cui gli Uma- 
nisti si oppongono. Essa può essere definita, nel se- 
colo XIII e XIV, quando il movimento spirituale 
filosofico, artistico e religioso culmina nei grandi si- 
stemi scolastici, nella istituzione dei grandi Ordini men- 
dicanti e dell' Inquisizione; e nella Divina Q)mmedia, 
come la cristallizzazione definitiva del pensiero cristiano 
primitivo e l'arresto di quello sviluppo che, prendendo 
le mosse dalle intuizioni originarie di Gesù e di Paolo, 
aveva dato luogo all'elaborazione teologica dei Padri 
mediante le foi me del pensiero classico greco. 



— 245 — • 

Il germe di vita proprio del Cristianesimo era stato il 
concetto dello spirito, come vera realtà, che non è og- 
getto di conoscenza, ma di fede e di amore : ossia dello 
spirito come realtà che T uomo non presuppone a se 
stesso, ma realizza, o fa essere nel proprio animo in 
quanto vuole affermarla. Quindi un nuovo concetto 
dello spirito : non più concepito come intelletto, che 
è lo spirito che conosce il mondo da cui è condizionato ; 
ma come volontà, che è lo spirito che non conosce 
altro mondo all' infuori di quello che essa crea. Ma 
altro è intuire una verità come questa, che il Cristia- 
nesimo annunziò infatti con la sua buona novella ; 
altro è pensare sistematicamente la verità stessa, e di- 
fenderla contro le filosofìe che la disconoscono perchè 
ancora inferiori al nuovo punto di vista. E il Cri- 
stianesimo, coi Padri, si trovò subito nella necessità 
di prender posizione, al di sopra della semplice intui- 
zione del suo vero, tra le scuole filosofiche, per difen- 
dersi e attaccare con le armi stesse degli avversari. 
Il vino nuovo, così, contro il precetto esplicito del 
Vangelo, fu messo nelle vecchie botti. E tutti i teologi 
e filosofi cristiani o platonizzarono o aristo telizzarono : 
sforzandosi di trattare la nuova realtà che il Cristia- 
nesimo, si può dire, aveva scoperta, con l'antico me- 
todo intellettualistico : lasciandosi sfuggire che T in- 
telletto è lo spirito che non conosce e non può cono- 
scere altra realtà che la realtà naturale, cioè appunto 
quella a cui il cristiano non avrebbe più dovuto guar- 
dare, se non per negarla, e instaurare al di sopra di 
essa, la sua, lo spirito ! È noto che i Logici furono i 
primi Ubri aristotelici entrati nella biblioteca dei filo- 
sofi cristiani. E prima ancora, già le origini della 
speculazione cristiana s'erano intrecciate con lo svol- 
gimento della filosofia alessandrina, platonica. Ma la 
lògica aristoteUca, anaUtica e deduttiva, è la logica 
del pensiero che presume la cognizione dei principii, e 
implicita in essa la cognizione di tutto ciò che è ra- 



— 246 — 

zionalmente conoscibile ; e così non s'adatta se non a 
una forma di verità, che sia precostituita di qua dal 
processo del pensiero ; e sia quindi immediata, e per- 
ciò trascendente. E il platonismo, nuovo od antico, 
che è poi il fondamento ultimo della logica aristote- 
lica, era infatti la concezione della realtà come trascen- 
dente lo spirito, e quindi immediata. Ma realtà tra- 
scendente lo spirito, o realtà immediata, è natura. E 
invero tutta la filosofia greca si esaurì nel naturalismo. 
E la filosofia cristiana, se si sforzò di concepire la realtà 
come spirito, e di portare la mediazione nel seno stesso 
dell'Assoluto, in conclusione tornò alla trascendenza, 
e non riuscì a superare il naturalismo greco poiché 
ebbe consentito di porvisi a contatto, o d' incontrarsi 
con esso sulla stessa \ia per cui quello era incamminato. 
La realtà trascende l'uomo, in quanto l'uomo è es- 
sere naturale, finito. Questa è la posizione platonica ; 
e questa è pure la posizione cristiana medievale. Coe- 
siste, certamente, con essa un elemento contraditto- 
rio. Poiché, prima di tutto. Dio (questa natura che ci 
trascende) è spirito. Poi, se molti filosofi, la maggior 
parte, quelli dell' indirizzo che finisce col prevalere, 
dicono che Dio si conosce con l' intelletto, altri, che 
riaccendono negU spiriti di tempo in tempo la fiamma 
della fede cristiana, si oppongono a cotesta pagana 
pretesa, e proclamano la necessità di appellarsi all'amo- 
re. Poi lo stesso Tommaso d'Aquino, che è dei più 
rigidi intellettualisti e, senza dubbio, il più genuino 
rappresentante della sistematica cristiana, oppugna con 
grande vigore la forma più caratteristica e più vera- 
mente platoneggiante della concezione della trascen- 
denza, come s'era annidata nella dottrina averroistica 
dell' intelletto (inteso come unico nella sua universa- 
lità oggettiva, e sottratto pertanto ad ogni intrinseco 
nesso con la personalità concreta dell'uomo) ; e in que- 
sta polemica mette in luce, quanto gli era consentito 
dalla sua filosofia, l'immanenza innegabile del divino 



— 247 — 

nello spirito umano *) Ma lo spirito, in generale, era 
orientato verso la trascendenza ; e quello spirito che 
è Dio, è uno spirito che non si realizza in noi, ed è per- 
ciò, rispetto a noi, natura ; e lo stesso misticismo della 
direzione agostiniana, dei Vittorini, e del nostro Bo- 
naventura da Bagnorea,non celebra l'amore come prin- 
cipio positivo della realtà spirituale dell'uomo, anzi come 
negativo di questa realtà destinata a risolversi in quella 
trascendente di Dio. E tutti gli sforzi di Tommaso e 
degli altri filosofi cristiani che combattono l'averroismo 
/urtano, infine, nel concetto aristotelico dell'atto puro 
che è condizione e presupposto di ogni divenire, e dello 
stesso divenire dell'umano intelletto. Quindi è che l'a- 
verroismo ufficialmente combattuto e perseguitato di- 
venta nel secolo XIII cadente e nel successivo la filo- 
sofia degh spiriti forti, che vanno audacemente incontro 
alle conseguenze necessarie dell'aristotelismo, e se, con 
la dottrina dell'eternità della natura, negano la crea- 
zione, e spiantano così dalle radici il concetto cristiano 
dell' in jpità o realtà assoluta dello spirito, con queUa 
dell* intelletto unico accrescono le fila dei così detti 
epicurei di Dante e d'altri scrittori m.edievali, «che 
l'anima col corpo morta fanno ». D'altra parte, il vo- 
lontarismo misticizzante di Duns Scoto mette capo 
al nominalismo e al terminismo di Occam, che, come 
ogni negazione del valore dell 'imi versale, è anch'esse 
pretto naturalismo materialistico. 

Ma, si dica naturalismo o astratto teismo, l' intui- 
zione fondamentale è sempre quella : la negazione 
dello spirito nella sua realtà attuale e concreta, che si 
reahzza nell'atto stesso dell'uomo che afferma o nega, 
e in generale nell'uomo nella sua effettuale individua- 
lità. Sia che si neghi questa individuahtà propria del- 



*) Vedi i miei Prohemi della Scolastica, Bari, Laterza, 
1913. Pag. 201. 



— 248 — 

l'uomo nella natura materiale, da cui l'uomo è circon- 
dato, di qua dalla sua nascita e di là dalla sua morte, 
ovvero di là dalla coscienza in cui egli si sente tal- 
volta quasi racchiuso, come per l'epicureo che nega 
r immortalità dell'anima ; sia che questa individualità 
si neghi insieme con tutta la natura finita, oggetto del- 
l'esperienza, nella realtà trascendente tutta la sfera 
dell'esperienza, la conclusione è identica perciò che ri- 
guarda la realtà, la potenza e il valore dell'uomo : il 
quale per attribuire a sé una realtà, e quindi una po- 
tenza e un valore, avrebbe bisogno di affermarsi e di 
fronte alla natura esteriore, da cui, se afferma se stesso 
gli conviene pure distinguersi, e di fronte a ogni realtà 
che distingua da sé. Comunque, in ambo i casi, l' indi- 
\iduo perde di vista se medesimo, la propria uma- 
nità, il proprio valore ; o per affisarsi in questo mondo 
naturale che non contiene infatti nulla di umano, se per 
umano s' intende la realtà spirituale ; o per affisarsi in 
un mondo ultra naturale che, quantunque definito per 
mondo spirituale, non contiene nulla né della natura, 
né dello spirito, che in tal caso si considera innestato 
nella stessa natura : nulla, cioè, dell'uomo per ciò 
che è il suo travaglio e la sua grandezza, quella spoglia 
naturale da cui egli deve a grado a grado svestirsi 
per attuare laboriosamente l' intima sua essenza spi- 
rituale. 



III. 



Questo naturalismo medievale che si concentra nella 
filosofia, si stende nelle forme religiose, nelle forme 
dell'arte e della stessa concreta vita politica. Il se- 
colo XIII è il secolo di Domenico di Guzman e di 
Francesco d'Assisi. La dottrina della povertà è una 



— 249 — 

concezione negativa dello spirito, che è lavoro, e per- 
ciò ricchezza ; ed è lavoro come concreta individualità, 
forza che si spiega consapevolmente nella concretezza 
dei suoi rapporti. Lo spirito che la fa nascere è emi- 
nentemente cristiano ; ma la forma in cui questo spi- 
rito s'adagia, o riaccosta il concetto degli ordini men- 
dicanti all' ideale di Budda o di Antistene, di cui 
niente si può concepire di più opposto all'anima del 
Cristianesimo. Giacché questo è fede nella potenza 
creatrice dello spirito ; e quello è la conseguenza della 
sfiducia assoluta nello spirito, che allora toccherebbe la 
cima della perfezione quando rinunziasse ad ogni pre- 
tesa di azione e si chiudesse nella negativa coscienza del 
suo nulla. L' Inquisizione dei domenicani e degli stessi 
francescani è il corollario del concetto dommatico della 
verità trascendente, che l' individuo riceve, e non può 
che ricevere, e deve perciò limitarsi a ricevere. Nega- 
zione anch'essa, pertanto, dell' individualità, e perciò 
dello spirito, conforme alla logica del domma della 
Chiesa come società autocratica e, in ultima analisi, 
teocratica, in cui la verità, e però la legge, scende 
dall'alto. 

L'arte non si può giustificare se non per l'allegoria : 
in quanto deve servire non all'espressione del senti- 
mento, che è r individualità dell'artista, ma alla rap- 
presentazione attraente di quella stessa verità che 
forma il valore della rehgione e della filosofia. Il poeta, 
secondo l' ideale dantesco del Convivio, poi pienamente 
incarnato nel Poema, ehe è veramente il più grande 
monumento dello spirito medievale, è esso stesso teo- 
logo, come ripeterà il Boccaccio : nullius dogmatis 
expers, come lo vorrà Giovanni del Virgilio. Cioè, la 
poesia non può attingere valore se non dalla fonte unica 
d'ogni valore all'occhio dell'uomo medievale : da quella 
realtà, che non è nello spirito umano, e in virtù del suo 
operare ; ma di là da esso, in quello Spirito che solo è 
atto : atto che crea il mondo, e in esso l'uomo; ajtto che 



— 250 — 

fa piovere nel mondo ogni germe di vita, e nei- 
l'umana intelligenza ogni raggio di luce, di verità e 
di bene. 

Certo, Dante non è nell'allegorismo della Comme- 
dia ; ma in quanto noi svestiamo il poema del suo 
apparato allegorico, e di là dal simbolo andiamo in- 
contro al suo animo vibrante della passione sua. Dante 
si solleva al di sopra del suo tempo, e di tutti i tempi, 
al pari di ogni poeta, per sublimarsi nell'eterno. E 
e' è di più. Dove noi sentiamo battere il suo cuore, li 
è Dante con la sua forte personalità, nel nerbo del suo 
individuale potente carattere. Ma non è al rilievo di 
questa sua individualità che mira il poeta : anzi a 
raccogliere dentro all'anima capace il cielo e la terra : 
e insegnamenti di teologi e memorie di storici sono in- 
dustriosamente adunate e chiamate al gran lavoro, che 
tanto cresce di pregio agli occhi di Dante, quanto 
più riflette in sé di verità universale ed eterna e di 
coscienza del genere umano. E se l'uomo moderno am- 
mira l'alta fantasia che spiega a sé e trae nel suo volo 
così vasta materia di pensiero e di fatti, solo guar- 
dando al vigore onde questa fantasia infonde la vita 
nelle sue creature. Dante protende tutto il suo animo 
laboriosamente alla dottrina che s'asconde sotto il ve- 
lame dei versi. Il suo interesse é li. E se la sua fibra 
è cosi robusta da reggere al peso enorme, a lui non 
cale tanto della libertà del suo movimento, quanto 
piuttosto dell'ardua soma che si compiace di addos- 
sarsi. Poeta sì, ma poeta vate : maestro di verità, che 
il dolce stile d'amore che detta dentro assoggetta al 
bello stile di Virgilio « il savio gentil che tutto seppe ». 
E appunto perchè l'arte trae il suo valore dal sapere, 
la poesia è allegorica ; ed essa che per sua natura è 
la più libera espressione, anzi celebrazione della libertà 
dello spirito nella sua individuaità, si sommerge nel- 
l'universalità di un sapere, che all'uomo s' impone o 



- 251 - 

comunica, con la legge che egli osserva perchè non 
lui r ha fatta. 



IV. 



Attorno a Dante, mentre la pubblicistica dotta di- 
scute la dottrina classica dell' origine dello Stato, e 
tra imperialisti e curiaUsti, non vede altra possibile 
fonte all'autorità politica che la sorgente stessa d'ogni 
realtà, la volontà trascendente di Dio, tumultua nel 
fervore d'una vita nuova pullulante dallo sviluppo 
spontaneo delle reali forze economico-sociali la storia 
del Comune : che Dante non intende. Ma il Comune 
stesso non supera i limiti del Medio Evo, e non sa ancora 
concepire Stato o una qualunque forza poUtica, che 
sia la manifestazione e l'effetto dell'attività indivi- 
duale. Al di sopra dell' individuo è il popolo contro i 
signori del contado ; al di sopra del cittadino la corpo- 
razione, in cui l'individuo si spoglia del suo volere 
particolare per essere assorbito in un interesse di classe 
che nel suo valore meramente economico è ancora al 
di qua della realtà propriamente politica. Quando per 
\incere l'antagonismo delle classi e fondare l' unità 
dello Stato nella coesione degl' interessi discordi dal 
Comune sorge la Signoria, il Medio Evo tramonta, e 
si fa innanzi nella piena luce della storia la potenza 
dell' individuo, come spirito che non presuppone la 
legge, ma la crea. 

È stato detto giustamente che la Signoria, come 
sforzo personale per comporre armonicamente con la 
forza del proprio volere gli elementi di uno Stato in 
potenza organica corrispondente a un disegno, è trat- 
tata da quelle forti personalità che campeggiano in 



— 252 — 

Italia dal secolo di Dante a quello di Machiavelli come 
un'opera d'arte *). E la caratteristica è più profonda 
che non si sia pensato. Giacché veramente tutta la 
politica italiana che mette capo praticamente a Cesare 
Borgia, autore del maggior capolavoro di quell'arte di 
fare lo Stato, e scientificamente a Niccolò Machiavelli, 
autore del ritratto ideale più coerente, e, come tale, 
più vero d'un principe capace di creare una tale opera 
d'arte, è una politica che si può definire estetica 
nel senso stretto di questa parola ; come estetico 
è, in generale, il concetto della realtà umana che 1' Uma- 
nesimo afferma contro il naturalismo medievale. E 
soltanto da questo punto di vista si può intendere 
agevolmente perchè la civiltà itaUana del Rinascimento 
rifulse di luce sì viva in tutta Europa, mentre l' Ita- 
lia soggiaceva alla prepotenza straniera e s'avviava 
rapidamente alla decadenza, con cui pagò l'alto onore 
d'aver dato un così potente impulso a tutta la civiltà 
moderna. 



V. 



Ma bisogna prima di tutto rendersi conto di quel 
che sia propriamente l'atteggiamento estetico dello 
spirito. L'arte non è un elemento, ma una forma, o 
un momento, della vita spirituale. E come forma, non 
coesiste con altre possibili forme, ma investe total- 
mente la \àta dello spirito, in guisa da imprimere 
il suo proprio suggello a tutta la personaUtà dell'uomo. 
Il quale, se è artista, raccoglie e risolve nella sua arte 



^) J. BuRCKARDT, La Civiltà del Rinascimento in Italia, 
trad. it., voi. I, parte i». 



— 253 — 

tutti i suoi sentimenti e le sue idee, e il suo concetto 
del passato e il disegno del suo avvenire, quale egli 
lo concepisce e vagheggia e promuove. La sua scienza 
o la sua filosofia diventa materia da fondere nel fuoco 
della sua fantasia ; tutta la sua vita interiore con- 
fluisce e sbocca nella sua arte, che dà la nota fonda- 
mentale e il tono al suo carattere. Onde accade che, 
anche quando non si propone precisamente di compiere 
un lavoro d'arte, il suo carattere estetico agisce egual- 
mente e informa di sé il suo pensiero e la sua volontà. 
Poiché non è da credere che l'artista come tale sia un 
semplice contemplatore inerte di sogni che non hanno 
realtà di sorta. Già non ci sono mai sogni, che siano 
così fuori d'ogni realtà, come volgarmente si crede. 
Anche il sogno ha, a suo modo, realtà in quella sola 
realtà che l'uomo realizzi, e in cui l'uomo viva : la 
realtà spirituale della sua stessa personalità. E non 
e' è situazione spirituale, in cui l'uomo si Hmiti alla 
parte di semplice spettatore ; poiché non è possibile 
mai contemplare altro che l'opera da noi stessi instau- 
rata col vigore della nostra interna attività lavorante 
sempre mai alla costruzione del proprio mondo. L'artista, 
dunque, canti o combatta per dare corpo, ossia una più 
piena e viva e sana realtà al mondo del suo sogno, in 
ogni caso opera ; e però artista può essere, ed è, anche 
in quella vita pratica che l'uomo medio, da cui l'artista 
si distingue per il peculiar rilievo delle sue attitudini 
estetiche, l'uomo che ha coscienza di una più com- 
plessa vita che non sia quella entro alla quale l'animo 
dell'artista tende a ritirarsi e quasi a chiudersi, e in- 
sieme con quest'uomo medio il filosofo contrappongono 
al sogno del poeta. 

Il filosofo, insieme con l'uomo che senza una con- 
cezione sistematica della realtà vede e sente la diffe- 
renza tra la vita qual' è e la vita ideaUzzata dal- 
l'arte, . ha l'occhio a una realtà che differisce da 
quella dell'artista perchè la contiene ; così come la 



— 254 — 

realtà della veglia contiene in sé quella del sogno. La 
contiene, perchè l'artista non conosce se non ciò che 
Amore o altro dio gli detta dentro : conosce cioè solo 
quel tanto della vita che egli sente immediatamente 
vibrare nell' intimo dell'animo suo, e che si dice il 
suo sentimento, ed è propriamente il momento in- 
dividuale o soggettivo della vita dello spirito : il mo- 
mento dell'astratta individualità e soggettività, che si 
oppone all'universahtà del mondo oggettivamente pen- 
sato. Il filosofo, invece, guarda a questo termine obbiet- 
tivo verso il quale necessariamente gravita il soggetto, 
e pel quale l' individuo si fa universale, e la libertà si 
determina nella legge ; e nell'universale e nella legge 
si spiega la storia, ossia la positività attuale dell' indi- 
viduo e della libertà. Il filosofo pertanto riconosce 
bensì che la realtà è spirito, e che spirito è libertà e 
individualità : ma questo spirito concepisce come sto- 
ria ; ond'egli, cioè lo stesso spirito, realizzando la propria 
individuahtà, la vien determinando in un pensiero che è 
logica, scienza, catena ' o norma inderogabile del pen- 
sare ; e realizzando insieme la sua libertà, la attua come 
legge che è realtà ferrea, da cui l'uomo non si può 
staccare e ritrarre senza condannarsi all'arbitrario vano 
conato di vivere fuor della vita, e quasi cercare se 
stesso fuor di se stesso, (di quel se stesso, che è sto- 
ria, e si dica natura, società, mondo, o come altri- 
menti si denomini). Il filosofo tien conto di quel mo- 
mento religioso dello spirito, che l'artista si la- 
scia sfuggire *). 

Non che l'artista riesca effettivamente a chiu- 
dersi dentro al suo astratto momento individualistico. 
Ciò non è possibile, appunto perchè vivere spiri- 
tualmente è uscire da questo momento e imiversaliz- 
zarsi, e pensare, e liberarsi dall' immediatezza della 



^) Cfr. i miei Discorsi di religione, Firenze, Vallecchi, 1920. 



— 255 — 

stessa libertà. E poiché ciò non è possibile, l'axtista 
filosofeggia anche lui, a suo modo, e cioè non attri- 
buisce mero valore soggettivo e astrattamente indivi- 
duale ai suoi fantasmi, ma li tratta con quello stesso 
spirito religioso con cui l'uomo si volge all'oggetto ri- 
conosciuto come tale, alla Realtà che si ritrova innanzi 
come trascendente il potere della sua finita persona- 
lità. Ma l'artista, non conoscendo altra soggettività che 
quella immediata, né altro individuo che quello astratto, 
e non cogliendo la storicità del soggetto e dell' indivi- 
duo, onde, attraverso la sua mediazione oggettiva, il 
soggetto é tanto più soggetto quanto più si oggettiva 
e tanto più potente é l' individualità dell* individuo 
quanto più essa si universalizza, non s'affisa se non 
in un'oggettività anch'essa immediata, astratta per- 
ciò dalla realtà storica, che é la realtà del filosofo. 
E perciò egH è artista. Si estrania, si può dire usando 
il linguaggio comune, si sequestra dal mondo, e si fa 
sì anch'egli un mondo, in cui vive, ma un mondo suo, 
tutto suo, chiuso nella sua fantasia : che non é altro 
che il suo pensiero, in questa posizione astrattamente 
individuale o immediata. 

Ecco che l'artista, perduto il contatto col mondo 
che limita la sua libertà, assorto egli stesso nel suo 
mondo, vi si sente in possesso di una libertà infinita, 
in cui può celebrare senza ostacoli, senza dolori, anzi 
con la gioia del creatore, la propria natura : esser lui, 
dominatore irresistibile, perché solo, e sottratto nella 
sua infinita solitudine alla possibihtà d'ogni resistenza 
e d'ogni contrasto. In realtà, la libertà dell'artista non 
è maggiore di quella del pensatore, poiché effettiva- 
mente egli stesso non fa altro che pensare. Non è 
maggiore, se si guarda alla condizione del pensatore, 
da cui l'artista ama distinguersi, dal punto di vista 
dello stesso pensatore che, riconoscendo l'oggetto, ma 
come l'oggetto che è suo, ossia la stessa realtà piena 
e concreta del suo sé, non sente Hmite di sorta intorno 



— 256 — 

alla sua libera potenza. Ma l'artista che non riconosce 
quest' intimità dell'oggetto storicamente determinato, 
e vede perciò nella Realtà dello spirito religioso e 
della filosofia una massiccia barriera destinata a fiac- 
care la forza spirituale dell' individuo, ritraendosi nel 
suo mondo non sa d'altra possibile libertà oltre quella 
che egli quivi si gode. E in verità di contro a quella 
obiettiva Realtà, ove storicamente essa siasi configu- 
rata in forma di Realtà trascendente, e la filosofia 
siasi ridotta a concepirla e a presentarla come toto 
caelo opposta e remota dal naturale sviluppo dell' in- 
dividuo nella spontanea affermazione ch'egH fa di sé, 
finché non siasi trasformato questo concetto della 
Realtà, la vita dello spirito non ha rifugio, dove possa 
ritrovare la propria libertà, all' infuori dell'arte. 



VI. 



Tali considerazioni ci spiegano come in certi mo- 
menti storici, al modo stesso che in certe situazioni 
particolari degl' individui, la filosofia stessa sia arte, e 
l'arte assuma il valore che é proprio della filosofia. 
Ci spiegano perchè allora gh artisti riescono a condurre 
la più efiìcace polemica contro i sistemi filosofici, e 
determinano la crisi di una concezione speculativa del 
mondo. Ci spiegano perché chi voglia intendere come mai 
dalla Scolastica del sec. XIII si passi al naturalismo 
del Rinascimento, e quindi all'empirismo e al raziona- 
Hsmo con cui s' inizia l'età moderna, debba guardare 
all' Umanismo deUa sedonda metà del Trecento e del 
secolo seguente. Il Petrarca, Leonardo Bruni, lo stesso 
Valla, e l'Alberti, e Leonardo e il Machia veUi, messi ac- 



— 257 — 

canto, sullo stesso piano, a Tommaso d'Aquino, come 
filosofi, non possono che fare una magra figura. Nella 
polemica che il Petrarca, il padre dell'Umanesimo, con- 
duce instancabilmente contro gli averroisti e i dialet- 
tici, ossia gli occamisti, si sente il letterato che non 
avevano poi tutti i torti quelle male lingue di natura- 
listi veneti di trattare da ignorante. Eppure chi miri 
allo sviluppo della filosofia e alle ragioni che resero 
possibile nella seconda metà del Quattrocento la filo- 
sofia del Ficino, e poco stante quella di Leone Ebreo, 
e poi l'ardita negazione, di così alto valore speculativo, 
di Pomponazzi, e poi la nuova intuizione di Telesio, 
di Bruno e Campanella, senza di cui incontro alla scola- 
stica, che mai non scomparve dalle scuole, non sarebbe 
mai sorta la filosofia moderna, non può non ricono- 
scere un alto significato, anche nella storia della filo- 
sofia, al poeta di Laura, e metterlo nel progresso dello 
spirito umano al di sopra, non pure di quegli spiriti 
forti che erano gli averroisti da lui canzonati nel De 
sui ipsius et muUorum ignorantia, ma alla stessa aquila 
delle Scuole, il grande e immortale Tommaso. 

Oltre, insomma, la filosofia dei filosofi e' è la filo- 
sofia dei non filosofi : che non sono filosofi di profes- 
sione ; non sono filosofi perchè non sono in grado di 
istituire una critica dei sistemi del loro tempo che sia 
all'altezza degli stessi sistemi ; non intendono né pure 
tutto il linguaggio dei filosofi di professione. Ma hanno 
un motivo di non volerne sapere di questo linguaggio ; e 
questo loro motivo lia già un valore filosofico, è un atteg- 
giamento critico. E l'atteggiamento del Petrarca ha un'im- 
portanza storica di prim'ordine : del Petrarca ispiratore e 
maestro della scuola umanistica fiorentina dei giovani che 
stanno intorno al Salutati, e che promoveranno con l'e- 
sempio e r insegnamento lo slancio dell' Umanismo rin- 
novatore di tutta la cultura e dello spirito italiano del 
Quattrocento. Si volgano essi, sulle tracce dello stesso 
Petrarca; a 'Platone, che ardentemente si brama co- 

^7 — Giordana Bruno é il ptn^itrt del Rinatcim^ntp 



-258- 

noscere e volgarizzare per farne un controaltare all'Ari- 
stotele degli scolastici e della tradizione, o si volgano 
a Lucrezio, che si discopre e mette in circolazione e si 
imita ; vagheggino una prosa classica eloquente come 
quella di Cicerone o arguta piuttosto come quella di Quin- 
tiliano, e gareggino comunque a studiare e illustrare gli 
antichi scrittori di Grecia e di Roma, che il Medio Evo a- 
veva dimenticati o non conosciuti da vicino; lo spi- 
nto che li anima è uno : contrapporre una scienza 
nuova a quella che s'era formata nelle scuole medie- 
vali, e della quale non era possibile disfarsi senza sosti- 
tuirvi una scienza superiore : senza scoprire e additare 
un nuovo mondo, che la dottrina tradizionale non aveva 
giudicato, poiché l'aveva ignorato : un mondo libero, 
aperto a ima vita nuova dello spirito, in cui questo 
potesse avanzare con la gioia di chi scopre, e non ha 
legami da rispettare. Il mondo nuovo non è, ben in- 
teso, l'antico, che era più vecchio del medievale : non 
è il classicismo pagano e precristiano, la cui ristaura- 
zione sarebbe stato regresso e non progresso. E l'antico 
ma disseppellito, è questa nuova opera, quest'en- 
tusiasmo di indagine e di scoperta, questa nuova cul- 
tura che si suscita dai vecchi codici, creando una 
filologia che i dottori delle scuole, invano avevano de- 
siderata (essi che nel Dugento per leggere i loro testi 
aristotelici avevan dovuto ricorrere all'aiuto di igno- 
ranti frati non ignari di greco) ; e nella filologia, e per 
essa, una conoscenza nuova e più vasta, che mai non 
si fosse posseduta, dell'antico, dell'antica arte e del- 
Tantico pensiero : di quel pensiero che a definirlo quale 
fu, in Platone e nello stesso Aristotele, studiati diret- 
tamente nel testo, e tradotti, e commentati col sussi- 
dio degli antichi interpreti, non costringe più i nuovi 
studiosi al paragone degl'insegnamenti antichi coi 
dommi cristiani, e non richiede lo studio di quella 
grave e soffocante teologia, in cui s'era irretita la 
scienza degli ultimi secoli ; e permette insomma a 



— 259 - 

questi studiosi di moversi liberamente nello sconfinato 
campo di un' indagine scevra d'ogni preoccupazione 
estrinseca o pratica. 

L'umanista, distaccandosi dallo spirito di quella che 
per lui diviene Età di mezzo, limita questa età e la chiude, 
e celebra la rivendicazione dello spirito umano da quel 
concetto del trascendente, in cui la stessa filosofia cri- 
stiana era caduta : celebra la libertà del filosofare, a 
cui lo spirito non vorrà più mai i inunziare ; e che sorge 
col Valla come un modo di quella libertà generale 
dello spirito che riafferma come può, immediatamente, 
il proprio valore di fronte alla scienza tradizionale, 
e al suo trascendente. Si apparta da quella scienza, 
e vive nell'antico che ricrea nella sua intelligenza, nel 
suo mondo, tanto diverso da quello in cui pure i suoi 
coetanei vivono, e così remoto dalla Realtà storica, e 
dal suo sapere assodato, dal suo dómma e dalla sua 
legge, che egli può spaziarvi senza incontrarvi giammai 
ostacoli e fimi ti. Questa affermazione di sé come realtà 
spirituale, come individua Htà e libertà, ancorché astrat- 
ta, è una filosofia in quanto la filosofia non è altro 
che l'affermazione della realtà universale ; e l'umani- 
sta, raccogliendosi e concentrandosi nel suo astratto 
mondo, non conosce altra realtà fuori di questo, e 
quella vita in cui pur gii tocca praticamente di vi- 
vere ha perduto ogni valore a' suoi occhi ; e, vi si con- 
formi materialmente o ribelli, il suo spirito non è li, ma 
in quel mondo che si agita nel cervello dell' umanista. La 
sua congiura politica, come quella di Pomponio Leto, non 
è propriamente un'azione politica, perché non s' inse- 
risce nella realtà storica contemporanea, ma è una co- 
struzione letteraria dell'uomo che s' é fatto nell'animo 
suo contemporaneo degli antichi romani *). La sua 



*) Cfr. intorno a questo carattere letterario della con- 
giura di Pomponio il libro dello Zabughin, G. Pomponio 



26o 



stessa religione non lo fa uscire da quel mondo della 
sua immaginazione, in cui le memorie della felice an- 
tichità lo trasportano e trattengono : e Pier Paolo 
Boscoli, che ha cospirato contro i Medici per ardore 
dell'antica libertà, quando il suo sogno s' infrange con- 
tro la dura realtà, e gli tocca di morire e, sul punto 
estremo, è confortato da Luca della Robbia a riabbrac- 
ciarsi alla fede de' suoi e del tempo, a quella religione da 
cui lo aveva distolto l'ammirazione delle cose classiche, 
sente l'abisso che separa il suo mondo, cioè il suo cuore 
d'artista dal mondo della storia : « Deh, Luca, cavatemi 
dalla testa Bruto, acciò eh' io faccia questo passo in- 
teramente cristiano ! »*). 



Leto, I, Roma, 1909, lib. I, cap. 3 e Gentile, Storia della 
filos. italiana (nella Storia dei generi letterari del Vallardi), 
I, pagg. 209-12. Per tutto il concetto dell'umanesimo reg- 
gasi ivi il cap. 2 del lib. II. 

*) « Cotesta è poca fatica » gli risponde l'amico, « volendo 
voi morir cristiano. Senza che, voi sapete che coteste cose 
de' Romani sono state non nudamente scritte, ma con arte 
accresciute ». E il Boscoli : « E quando le fussino vere, che 
m' è ? Conciossia che non hanno il vero fine » {Narrazione del 
caso di P. P. Boscoli e di A. Capponi pubbl. da F. Polidori, 
in «Arch. stor. ital. », I (1842), pp. 289-90). Il Boscoli, dice 
il narratore, era « speculativo ingegno, dotto giovane » ; un 
umanista, insomma ; e quanto a religione « già era ito un falso 
grido fuori, che e' non credeva » (pag, 298). 

Altre parole rivelatrici del suo stato d'animo estraniatosi 
dalla fede, di cui nel punto di morire sentiva il bisogno, sono 
queste altre allo stesso amico : « L' intelletto mio crede la fede, 
e vuol morir cristiano ; ma e' me lo par forzare. E' parmi 
aver un cuor duro » (pag. 290). Il confessore, un frate di S. Mar- 
co, « gagliardamente lo confortava a sopportar la morte. Al- 
lora il Boscoli disse : — Padre, non perdete tempo a cotesto 
perchè a questo mi bastano i filosofi : aiutatemi pur eh' io fac- 
cia questa morte per amor di Ciisto. Io vorre' ire intre- 
pido alla morte, con tanta fede che affogassi il senso » 
(pag. 301). 



— 26l 



VII. 



Paganesimo ? No. L' Umanesimo, in quanto tale, 
non è pagano, e non è neppure cristiano nel senso del 
Pastor. E lo spirito che può parere scettico, ma ha 
la sua fede. Può parere indifferente, ma è indifferente 
solo verso le credenze, le speranze e i timori della re- 
Ugione che c'era attorno ad esso, eredità del passato. 
È stato anche detto deista ; e certamente il deismo 
di Campanella è preparato dalla speculazione sincre- 
tistica a cui i dotti del Quattro e Cinquecento si abban- 
donano, pareggiando in una comune considerazione tutte 
le fedi e tutte le filosofìe alle quali volgesi con insazia- 
bile curiosità intellettuale, piuttosto che con spirito 
di vera e propria religiosità. Ma 1' Umanesimo effetti- 
vamente riprende, come può, il problema cristiano, che 
la filosofia medievale aveva piuttosto soppresso che 
risoluto ; torna alla primitiva ispirazione cristiana della 
realtà da intendere come spirito ; e gettando la base 
della concezione a cui si lavorerà in tutta la storia mo- 
derna della libertà, senza di cui non è spirito, sottrae, 
non potendo altro, l'uomo, nella sua stretta individua- 
Utà, al giogo di quella realtà che s' è rappresentata 
come trascendente, e lo lancia nel libero mondo del- 
l'arte, in cui cotesta realtà non sarà mai per incon- 
trarsi. Di qui l'alto suo concetto dell'uomo, della sua 
dignità, della sua potenza, *) che è una celebrazione 
nuova per il suo accento storico e il suo significato 
nella storia del pensiero moderno ; e rappresenta senza 



*) Cfr. il saggio IV di questo volume. 



^62 



dubbio un passo innanzi di grandissima importanza 
verso quella interpetrazione spiritualistica del mondo, 
teorica e pratica, che è la mira del Cristianesimo. Sic- 
ché, infine, questi umanisti increduli e derisori di frati 
e cinicamente pronti a tutti gli accomodamenti con la 
Chiesa, hanno più sostanza di fede dei loro avversari, 
e sono, a dir vero, più profondamente e progressiva- 
mente cristiani. 

Con r Umanesimo si comincia in Italia a staccare 
l'uomo dalla vita, e a trattare la vita, con tutto il suo 
contenuto (religione, morale, politica), con quella in- 
differenza che è proprio dello spirito estetico. Le grandi 
passioni che avevano legato gli uomini medievah alla 
loro fede e temprata la loro fibra nelle lotte religiose 
e sociah o civili decadono. Savonarola a Firenze sul- 
l'estremo Quattrocento è vox clamantis in deserto ; e 
il suo rogo e le triste parole dispregiative che getta sulla 
sua memoria il maggiore pensatore del suo tempo, mi- 
stico al pari di lui, e già di lui caldo ammiratore, Mar- 
silio Ficino*), sono la dimostrazione evidente dell'aperta 
e stridente opposizione tra il suo pensiero di lui e quello 
del tempo degli Umanisti. I quali celebrano la potenza 
dell'uomo, ma non dell'uomo che nella sua individua- 
Htà concentra e risolve la storia, sì dell'uomo che si 
pone inmediatamente di fronte alla storia, quindi an- 
che alla così detta natura, e si fa centro di un mondo 
che sia quindi tutto da ricostruire. 

Così accade che con questa indomita e ingenua 
fede nel potere dell'uomo come astratto individuo, 
anche la poHtica diventa un'arte estetica ; e il problema 
dello Stato si configura come problema dell' individuo, 
del principe, che crea o mantiene lo Stato. Il quale 
si concepisce soltanto come creazione di una forte in- 



♦) Vedi la sua Apologia pubbl. dal Passerini nel Giorn. 
stor. d. Archivi tose. t. Ili, pagg. 113-8. 



— 263 — 

dividualità, mediante la virtù, unità di forza e di 
talento : virtù, che prescinde da ogni limite della 
libertà individuale e da ogni legge, quasi vera e pro- 
pria forza naturale, potenziata ma non trasformata dal 
pensiero, onde si arma : senza scrupoli, senza fede ; o 
meglio con lo scrupolo solo della propria coerenza, e 
con la sola fede nel proprio destino. È il problema 
degli imianisti della politica, capitani di ventura che 
si fanno lo Stato, o pensatori che lo costruiscono ideal- 
mente. Della virtù a 'cui -si appellano, essi sentono di 
quando in quando l'astrattezza ; e perciò parlano di 
« fortuna », che è V imprevisto a cui la virtù non prov- 
vede : r ignoto, che si sospètta di là dalla sfera lu- 
minosa in cui r individuo si muove con l' intelligenza 
e con l'azione ; e che lo spirito dell'umanesimo spinge 
Machia velU come l'Alberti a considerare, con una fede 
che non può diventare concetto, destinata tuttavia ad 
esser vinta e soggiogata dall'umana virtù. 



Vili. 



Il dominio, in cui lo spirito dell' Umanesimo, dato 
il suo limite, poteva trionfare, era uno solo : quello 
a cui lo portava il suo carattere specifico, l'arte. E 
sulle rovine delle Hbertà comunali, nella prostrazione 
della robusta religiosità medievale, tra la spensieratezza 
e decadenza del costume individualistico, 1* Italia gran- 
deggia e rifulge come faro luminoso in tutta Europa 
per i suoi poeti e per i suoi artisti, letti e ammirati 
e cercati per tutto, sì che il nwne d' Itaha e la sua 
Hngua sono familiari e cari a tutti gli uomini colti, 
ancorché alla stima dell' ingegno non s'accompagni di 
là dalle Alpi quella del nostro carattere: e si formi 



— ^64 — 

quasi per tutto la convinzione che gli italiani siano 
meraviglia nel mondo dell' intelligenza, ma siano anche 
« vituperio del mondo », al dire del Machiavelli i), per- 
chè incapaci di battersi e fax rispettare la loro terra, 
la loro vita, e i loro interessi. Essi infatti per rial- 
zare l'uomo oppresso sotto la trascendenza antica, ave- 
vano dovuto chiudere l'animo al vecchio mondo, e 
rifare in sé la fede dell'uomo in sé stesso, mediante 
r intelhgenza. Avevano dovuto pex- sé e per gli altri 
alzare lo stendardo della libertà, per aprire e allenare 
le menti a un concetto immanentistico della realtà : e 
-^s'erano chiusi perciò nell'astratto regno del pensiero. 
Senza questa autolimitazione iniziale del pensiero, 
il mondo moderno che è il vero mondo cristiano, non 
sarebbe mai nato. All' Umanesimo (e al Rinascimento) 
italiano si contrappone fuori d' Italia la Riforma, che 
in Italia non potè prender piede mai. La Riforma è 
sì liberazione dell' individuo dalla tirannia esterna della 
Chiesa ; è proclamazione anch'essa dell' infinito valore 
dell' individuo, cui si restituisce il « privato esame » 
della propria verità religiosa ; ma l' individuo così po- 
sto anche dalla Riforma nella sua immediata e astratta 
soggettività non è più coraggiosamente, virilmente, 
come dall' Umanesimo italiano, abbandonato alle sue 
forze, al suo destino, alla necessità di farsi egli il mondo 
che non può valere se non è il mondo che egli s'è fatto ; 
anzi viene misticamente gittato in braccio a una Realtà 
trascendente ; e in un nuovo fervore dell' intuizione ago- 
stiniana della grazia che sola può dare l'umanità al- 
l'uomo, la Riforma lo inchioda a un sentimento pro- 
fondo di sfiducia nelle proprie forze, con la dottrina 
de servo arbitrio. Nulla di più contrario aU' individua- 
lismo italiano ; e niente può meglio spiegare perchè gli 
umanisti, padri del futuro razionalismo, siano stati 



') Arte della guerra, lib. VII. Ma vedi Appendice n, IV. 



— :a65 — 

più ostili alla Protesta che alla vecchia Chiesa, che essi 
passivamente accettavano. 



IX. 



L' Umanesimo divenne il Naturalismo del Rinasci- 
mento, quando non si passò già dal concetto della 
realtà come realtà umana al concetto di una realtà 
diversa, concepita come natura : ma quando lo stesso 
concetto dell'uomo si trasformò in un concetto più 
profondo dello stesso uomo ; e per vincere l'antitesi 
della virtù e della fortuna, che era pure l'antitesi del 
platonismo di Ficino e dell'aristotehsmo di Pompo - 
nazzi ^), moventisi entrambi intorno al problema del- 
l' immortalità dell'anima, l'uno per affermarla e l'altro 
per negarla, si slargò il concetto della « virtù », im- 
medesimando l'uomo e la natura. Sicché dei due ter- 
mini se ne fece un solo, che fu bensì tutto natura, ma 
natura spirituale ed umana, che non ha niente che ve- 
dere con la natura dei Presocratici. E come prima l'uo- 
mo nella sua astratta immediatezza, per 1* Umanesimo, 
era stato il tutto, la realtà universale, così la filosofia 
del Rinascimento si sforzò di concepire immanentisti- 
camente la natura, come un tutto chiuso, intelligibile 
iuxfa propria principia. 



•) La Theolo^ia platonica sive de imm ori alitate animorum 
di Ficino vuole assicurare l' immortalità dell'amma per lo 
stesso motivo per il quale vuole spiantarla il De immortalitate 
animae di Pompon azzi. Entrambi i filosofi obbediscono allo 
spirito immanentistico dell' Umanesimo ; e l'uno guarda al 
divino che è nell'uomo ; l'altro non nega questo divino, anzi, 
per affermarlo più risolutamente, spicca del tutto l'uomo, che 
è l'uomo dell'esperienza, dei sensi, del corpo, l'uomo finito, 
da ogni realtà che trascenda l'esperienza. 



— 266 — 

La natura di Telesio^.di Bruno e di Campanella non è 
né avversa all'uomo, come la natura del pessimismo cri- 
stiano o leopardiano, né inferiore all'uomo, come quella 
del materialista: é una natura che ha in sé non solo il moto 
e la vita, ma il senso e il pensiero e la virtù. Il « calore » te- 
lesiano attraverso lo sviluppo di tutta la natura è princi- 
pio di tutte le forme della vita, fino alle più alte manife- 
stazioni umane — ad eccezione di quelle onde l'uomo 
partecipa a una vita soprannaturale ; e nell'universale 
catena degli esseri naturali l'uomo si ricongiunge agli 
esseri inferiori non per abbassarsi al loro livello, anzi 
per innalzare gli altri esseri tutti fino a quella natura 
che egU scopre in se stesso. Onde Bruno sollevandosi 
al concetto dell' infinito, non la natura materiale, figu- 
rata e figurabile, che si spande nello spazio, intende 
come infinita, ma quella natura che è Uno, indivisi- 
bile e immoltiplicabile, tutta in tutto, identità di con- 
trari, di massimo e di minimo, e che si sorprende in- 
fatti nel minimo, effettivamente semplice e impartibile, 
dentro al pensiero dell' uomo col profondarsi della 
mente in se stessa, come dice il Bruno *), come suo 
centro e monade. E Campanella approfondisce anche 
più questo concetto della interiorità propria della natu- 
ra, che é perciò tutta posse, — e quindi essere, — ma 
essendo nosse e velie : il cui essere è notitia sui; ma 
non semplice conoscenza passiva, anzi potenza effet- 
tiva e realizzatrice. Cioè appunto spirito. Non l'uomo 
dunque si é fatto natura ; ma la natura, nel pensiero 
dell'umanista esaltatore della divinità dell'uomo, è di- 
ventata essa uomo^). 

La natura è diventata uomo, e l'uomo cosi è cre- 
sciuto ai suoi propri occhi, e celebra con maggior pro- 
fondità di sentimento e sicurezza di coscienza la pro- 



*) Eroici furori, in Opere italiane, ed. Gentile, II, 413. 
*) Cfr. su questo concetto il mio opuscolo Bernardino 
Telesio, Bari, Laterza, 191 1, pagg. 75-7. 



— i^y — 

pria infinità e divinità. È l'eroico furore di Bruno. Nella 
sua stessa infinità per altro l'uomo del Rinascimento è lo 
stesso uomo dell'umanista : individualità ancora astrat- 
ta e immediata, quindi senza storia e senza legge. Il 
filosofo, come Bruno, l'accetta la legge — che è Stato 
ed è religione — come una necessità pratica ; ma non 
r incontra nel suo mondo, nell'uomo che è la stessa 
infinita natura. Quando costruisce, come Campanella, 
il suo Stato cade nell'utopia, che è Stato concepito este- 
ticamente, da un punto di vista astratto ; e la stessa 
religione gli si trasforma in religione naturale ; che, 
per essere naturale, non è più religione. Qual meravi- 
glia se Bruno finisce sul rogo ? È la conclusione neces- 
saria della sua filosofia : concetto di un infinito, fuori 
del quale rimane la storia, in cui dovrebbe pur vivere 
l'uomo che s'affisa in tale infinito. E qual meraviglia 
che Campanella con quella fede ardente nella sua forte 
individualità e nell'audace disegno della sua Città del 
sole, dovesse cadere sotto la potenza degU Spagnuoli, 
e a stento, con l'astuzia e la forza d'animo, scampare 
dalla forca ma per trascinare di prigione in prigione 
per ventisett'anni la sua vita di tumultuosa passione 
e di dolorante pensiero ? Qual meraviglia se a Roma 
poi avranno in sospetto il suo zelo religioso e il suo 
trionfato ateismo, e costringeranno lui già vecchio e 
infermo a cambiare cielo e andare (1634) ^ morire in 
Francia, dove 17 anni prima era stato suppliziato il 
Vanini ? 

Ma in Francia il pensiero di Campanella, come an- 
che quello di Vanini, troverà continuatori anche più 
che in Italia ; e la filosofia italiana del Rinascimento 
darà l'abbrivo alla moderna filosofia europea. 



APPENDICE 



I. 

Il concetto della virtù in Giovanni Fontano 

(cfr. pag. 123 n. 2). 

1. Virtutem virtutisque actiones gratuitas esse debere. 

Et quoniam habitus perfecta quaedam res est virtutumquo 
instar omnium, vel singuli potius habitus singulae sunt vir- 
tutes, iUud perpetuo quidem ab electione ipsa ad finem usque 
susceptae actionis tenendum est, ut electio, ut actio omnisque 
animi oontentio sit omnino gratuita, ut finis denique tantum 
sit propter se ipsum expetitus. Virtus enim nihil, extra se 
quod sit, quaerit aUud, nihilque simulatum patitur aut fictum, 
nihil etiam aliunde arcessitum, astu vacua, a fraude aversa, 
a pretio incorrupta, a fuco prorsus aliena, libera, sui iuris, 
opibusque etiam suis contenta. 

De prudentia, II, 11, in J. J. Fontani, Opera omnia 
soluta oratione composita, Venetiis, in aedibus Al- 
di, MDXVIII, part. I, pag. 176 6). 

2. Per virtutem' comparar i felicitatem. 

Nam si consequendam ad felicitatem tribus omnino est 
opus, corporis, fortunae atque animi bonis, ad bona corporis 
a natura data illud etiam adiunget ad virtutem contendens 
vir, ut externis quoque abundet commodis et quantum satis 
est bonis. Nam si daturus est operam actionibus comparandam 
ad virtutem necessariis et rebus etiam illis dabit operam, sine 
quibus ncque virtutis comparari habitus potest, ncque feli- 
citas ipsa, humanorumque studiorum meta, contingi. Quocirca 
si futurus est iustus, habebit utiquc quae ad iustitiam exer- 



— 272 — 

cendam necessaria sunt et commoda ; si liberalis, quae ad 
liberalitatem ; si fortis, quae comparandam ad fortitudinem 
pertinent : de reliquis ut taceamus virtutibus, quarum omnium 
eadem est ratio. Quod cum ita sit-, virtus ipsa affatim cuncta 
sibi sufficiet eritque eadem ipsa perfectns et undiqiie consimi- 
matus finis, cui etiam nihil desit ad bene feliciterque viven- 
dum. Pra,esertim ubi post civilium humanarumque actionum 
defunctionem, tanquam tutissimum in portum delatus, totujque 
ad naturac rerum caelitumque contemplationem conversus, 
in hoc ipso por tu rerumque omnium tranquillitate conquie- 
verit. Ut non morales solum \'irtutes, verum etiam, quae 
surama est divinaque iure etiam ipsa habenda., mentis nostrae 
virtus, illam fuerit etiam consecutus. 

(II, 12, pag. 177 a-b). 



II. 

Il concetto dell'uomo in Cesare Cremontni. 

(cfr. pag. 148 n). 



Mundus nunquam est, nascitur semper et moritur ; quod 
quidem, praestantissimi auditores, vel ea ipsa, in qua quotidiex 
sumus, alternis coeli revolutionibus iterata temporum per- 
mutatio potest declarare. Nunc campi et colles mira florum 
pictura exornantur amoenissimaque odorum suavitate ad 
Zephjni auram redolent ; fugiunt nitidissimis undis per gra- 
mina rivuli, musicoque interrupti cursus murmurc veris ille- 
cebras loquuntur ; volant hac illac inter frondes lusciniae, in- 
terque luscinias ludunt Amores : omnia passim rident, delitiis, 
festivitate, venustate referta sunt. Paulo post vero en for- 
mosus annus praecipitat, fervent dies, torridus aer igncas trabes 
cometesque regnorum eversores undique prae se fert, gravis 
aestas accensis solibus desaevit ; sitiunt non solum prata, sed 
flumina, donec tandem, et ipsa ictu oculi praeterlabente, vix 
dives fructuum autumnus apparuit, ingruit hiems : rigent 
omnia, languent omnia, horrent omnia, habet campus prò 
flore nivem, ramus pruinam prò fronde, armatus glacie Boreas 
in nuUos agros incursionem non facit, perque sylvas perque 
montes nihil non dispeidit, devastat, depopulatur. Sic con- 
tinue mutat faciem natura, sic in eodem statu nunquam 



— 273 — 

« 

pernicanat, sic vaiia perpetuo fluctuat. Sic mundus nunquam 
est, nascitur semper et moritur. 



Ita, auditores, nihiil est apiid nos adeo floridum quin defloie- 
scat, adeo grande quin decidat, adeo constans quin corruat; fluxa 
haecsunt quibus cingimur, momentanea, instabilia omnia. Ita 
tandem mundus nunquam est, nascitur semper et moritur. Quod 
si aliquis homini constituto in tantarura permutationum tam 
vario et turbulento et tumultuario eventu, quasi inter pelagi 
ventis et turbinibus agitati praecipites procellas, quid co- 
gitandum, quid eligendum, quid agendum sit petatur, nihil 
sanctius respondere eum posse existimo, quam si referat vetus 
illud Apollineum monitum : « Nosce te ipsum ». Si enim ali- 
quid est, quod animum humanum inter ingruentes tremendae 
huius, in qua versamur, inconstantiae et mutabilitatis aerum- 
nas valeat stabilire, illud omne in hac sui ipsius cognitione 
homini impositum fuisse opinor.... 

Nascitur homo anima praeditus, cui non unius tantum, 
quemadmodum de aliis rebus omnibus evenisse animadver- 
timus, sed multi plicis vitae semina indita sunt ^, siquidem vi- 
ribus eiusmodi eam gerit insignitam, quae de se ipsis nudae 
sint facultates ad omnia promptae, idoneaeque, currentes et 
recurrentes quocunque ea trahant retrahantve, quae exstrinr 
secus parantur, quasi chrystallum quoddam quod in obiectas 
quaslibet formas sese format, aut antiquus ille Protheus qui 
in eam quam volebat figuram facillime abire poterat. Hoc vero 
miseium videri potest, quod, et rationemipsam, vimillamqua 
homo a reliquis animalibus disiungitur iisque praepollet, omnis 
notitiae prorsus expertem omnisque item notitiae, et prae- 
posterae ac furentis, et honestae ac decentis, capacissimam 
natura constituit, eandemque determinavit, non aliter cogni- 
tionis imaginibus depingendam esse, quam sensuum arte et 
penicillo ; quamobrem nescio ego haec tam ampia omnipoten- 
tiae praerogativa dignitasne sit, an calamitas ; hoc scio, in 
maximo discrimine hominem versari, nisi accurate invigilet 
ut hanc ipsam licentiam sedulus corri gat, certaeque legis 
fraeno cohibeat. Grave enim imminet atque ingens jxìriculum 
ne tanta libertas non bene vertat, ne scilicet saepissime ima- 
ginem sensus depingant, quam si sequamur non secus ac si 
a noxia quapiam larva, aut (diceret Socrates) a malo aliquo 
daemone duceremur, in tristis miseriae luctuosum atque inexo- 
rabilem Cocytum decidamus, Quam sane adeo proxime im- 



•) Cfr. sopra pag. 139. 

18 — Giordano Bruno e il pernierò del Rina%cimento 



— 274 — 

minentem infelicitatem ut avertere valeamus, in nos ipsos 
inspiciamus, soUiciteque admodum iuspiciamus, oportet; ex 
huiuscemodi enim inspectione facile percipiemus sensus extra 
vagos et deerrantes non esse animae adiunctos, quasi illius 
duces sint futuri, verum potius ceu exploratores et inter- 
nuntios, quod quidem attinet ad rem cognoscendam semper 
certos, sed interea pronos, qui iucunda rei perceptione nimis 
allecti eidem perni tiose adhaeteant ; atque ideo dignoscemus, 
non esse statim eam efi&giem quam illi intus effinxerint actione 
a nobis imitandam, sed non prius quid agamus esse delibe- 
randum, quam apud mentem reginam causa dieta inspec- 
taque sit, atque illius, quae sola rem totam versat, ex anteac- 
tisque dicit, ex instantibus iudicat, ex futuris praenuntiat, 
decretum fuerit auditum, cum vis ea qua sentimus corpori 
adstricta ea lege ligetur, ut tantummodo censeat de eo quod 
nunc adest, eodemque rapiatur, praeterita nonvideat, futura 
non praesentiat. 

Homo itaque, sic se ipsum contemplatas, hunc statum 
a natura animae donatum esse accipiet, ut sensus extra 
porrecti, quasi apud res quibuscum nobis, postquam mun- 
dani sumus, commercium necessario intercedit, legatione fun- 
gentes, nuntient solum ; imaginatio, veluti a secretis rationi 
adiuncta.receptas nuntiationes fideliter ministret, regat tandem 
ratio et deliberet. Quemadmodum autem in hac rerum uni- 
versitate, si naturae ordo dispositioque perderetur, adeo ut 
sol iste aureus e coelo caderet, in eiusque locum opaca terra 
sufi&ceretur, prò concinnitate, in qua nitet mundus, tumultus 
statim fieret et inconcinnitas et confusio; ita, - — si nativa haec 
compositio, qua vires animi quasi civitatem quandam rege et 
subditis praeclarissime constitutam natura ordinavit, evertatur 
immuteturve ut ab effraena affectuum insolentia titillantibusve 
blandimentis de solio mens deturbetur, substituaturque in eius 
vicem cupiditas, imprudens et ignarus auriga, — nihil aliud 
recte admonet Plato expectandum esse, quam ut animi currus 
in aetheream sedem directus per devium iter, quasi per ru- 
bos et rupes delatus praeceps ruat, homoque ipse, Dei simu- 
lachrum; in monstrum quoddam vel Thebana illa Spinge 
monstrosius, miserrime evadat. Quod quidem praecipitium, 
quamque deformitatem quomodo in nos ipsos respicientes fa- 
cile devitemus, audite. Cum hanc sibi a natura ingeni tam 
constitutionem animus viderit, fieri certe nequit quin am- 
bitiosus quidam sensus in parte illius domina ratione nimi- 
rum latenter insurgat, cuius regio factu ea re pietà servile 
iugum infamemque obtemperandì appetitionibus et subditis 
facultatibus notam non detrectet, sibique a natura tributum 
regimen conservare non studeat, innatam iudicii vim, quam 



— 275 — 

potens est omnem aliorum animae facultatum notitiam im- 
mutare, vincere, abolere, sedulo non acuat, sceptroque superba 
ne unam quidem non suo praescriptam edicto actionem animo 
permittat. 

Istud ipsum et nibil aliud veteres innuebant, quando 
ambitionem ultimum esse amictum, quem exuere deberet 
animus praecipiebant ; eandem enim esse virtutis ma - 
trem asseverabant. Neque sane putandum est tanti partus 
parentem eos dixisse ambitionem illam, quae est inanis glo- 
riolae aucupatio, quae secundae sedis ubique impatiens in 
primas quaslibet audacia et temerità te anhelat, iuxta Cae- 
saris petulantem sententiam, qui illud proferre non erubuit, 
malie se in infimo quoque loco primum esse, quam Romae 
secundum : rabidus animi morbus, sollicita effraenis praeceps, 
demens, quae hominem adeo laudis avidum reddit, ut si ea 
ab aliis non conferatur, ipse se ipsum puerili ter laudet. Non 
pullulat de nocentis cicutae semine salubre dictamum ; non e 
tigre immani oritur mansuetus agnus, e nigra nube ros non 
pluit, sed imber effunditur. Ambitionem praedicabant rationi 
se ipsam cognoscenti naturalem, cuius imperiis ea soUicitata 
intra suae dignitatis confines egregie se continere enititur, re- 
fugitque obbìrutescere velie in sensualem vitam declinando 
aut in fruticem evadere vegetalia turpiter custodiendo. Quae 
autem ratio imperioso hoc stimulo non compungetur, heu 
quam infeliciter, quoties ad se revertetur^ horrido sui ipsius 
aspectu deterrita se ipsam fugere cogetui ! Experientia in 
promptu est, illud quidem popularibus ridiculos reddere con- 
suevit viros virtute perfectos et sapientia, quod eos vident 
amare solitudines, in foro non versari, a congressibus libenter 
secedere. Id ipsum vero praestantiae est argumentum ; etenim 
isti, qui ad naturae normam animum egregie concinna ver unt, 
suamet pulchritudine delectati secum ipsis hilares vivunt, 
ae^reque ferunt si ad exterioia ali quando rapiantur. Illi vero, 
qui rationem appetitionibus subiugavere, de consortiis anxii 
sunt, infeliciter degunt cum soli degunt, amant populum, 
semper student quo pacto extra se vivant, a se ipsis distra- 
hantur, de se ipsis non quaerant, non cogitent : iritus enim 
prave depicti nihil magis vitant, quam ut sint in propriis pe- 
netralibus, quia turpitudinem, qua sordent, nequeunt non 
abhorrere, non moleste terre. Tanti est quo natura vocabat 
non ivisse, divina illius iura pervertisse, se ipsos non bene vi- 
disse, ut decuit non cognovisse, non custodivisse. Itaque ani- 
mus ille, qui suam antea conditionem oculate introspexerit, 
et qua concinnitate a natura fuerit compositus diligenter per- 
penderit quantum sui deformitatemoderit! Quod ut accidat dubio 
procul est necessarium, tantum honestos habitus amplectctur 



— 2 7^ — 

Quare ad instituendam viitute vitam Apollinis oracii- 
lum conducit, coque ipso philosophiam, quae mores for- 
mat homini, demandatam fuisse iure optimo antea censui- 
mus. Non minus vero eodem monito aliam philosophiae par- 
tem, quae in conte mplatione posita est, praecepit Deus. Homi- 
nem parvum esse mundum nedum apud sapientes receptum 
est, sed iam est adeo tritum et pervulgatum, ut passim in ore 
omnium versari audiatur. Conficitul: mundus duplici rerum 
serie: alterae sunt invisi biles et immortales formae, incolae 
supercoelestis illius regionis, quae nuUis obnoxia mutationi- 
bus nec ventos timet furentes, nec grandinem segetes deme- 
tentem, nec cadentia fulgura, nec hyemis horrores, nec aesta- 
tis ardores, sed vere viret perpetuo, omnisque laetitiae, si 
poetico eam licet depingere, pienissima est. Ibi immortale 
lilium, ibi viola semper florens, ibi rosa semper odorata, su- 
dant mella ilices, currunt rivuli nectare, fertiles sunt campi 
ambrosia. Alterae vero bis succedunt, oculis respiciendae va- 
riae, et muta biles. Videte coelestes orbes in uno syderum 
aspectu nunquam constantes, semper revolutos, semper eun- 
tes, semper redeuntes ; aerem perpendite nunc serenum, nunc 
nube obductum, paulo post pluvium, et tonantem ; terram 
contemplamini magnas illas vices prius a nobis enarratas 
continue iterantem, animantibus refertam, divitem auro et 
metallis, lapidibus asperam et pretiosam ; aeris eiusdem ter- 
raeque et aliorum, quae dementa nuncupamus, bellum caloris 
et frigoiis armis semper renovatum considerate. Ex bisce re- 
rum generibus, non aliis, non pluribus constat mundus, ea- 
demque propemodum constitutione Natura hominem fabri- 
cata est. Is quidem mente in se ipsa stabili et permanente 
Deum summum a se ipso neque agendo, quoniam illud idem 
est quod operatur, recedentem, divinasque prope ipsum 
quas Philosophi vocant substantias felicissime aemulatur ; 
ratione hinc inde discurrente circumvoluti coeli similitudinem 
gerit ; sensione, vegetationeque ad animalium et stirpium 
effigiem se habet ; corporata membrorum mole compositorum 
vultum imitatur ; qualitatum temperamento exprimit pri- 
morum cofporum proprietates. Sicque illa omnia, quae mun- 
dus habet, quasi epilogo, ut loquuntur, in homine conclusa 
fuisse animadvertimus; eaque de causa eundem paruum mun- 
dum non a re nominamus. Quapropter dum ipse se ipsum vi- 
det, postquam intus alia continet, fieri prorsus nequit quin 
ad res illas de vera earum facie internoscendas, quarum si- 
mulachra in se ipso, velut in quoddam speculo adumbrata 
perspexerit, ut et interim de se ipso certior fìat, curiosus, et 
fervidus, sed providus valde, et prudens excitetur, infìamme- 



— 277- 

tur, incumbat; dumque intellectu omaipotente se donatum 
esse intelliget, qui audaci sed feliciter audaci meditatione 
universam rerum coagmentationem pervadere potest, pene- 
trare maria, et terras, inter fulmina et tempestates tutus 
procedere, in coelum ire, cum divis versari, in Dei sinum se 
recipere, nihil habet invium, nihil arduum, nihil inaccessum : 
inquisitione extra se producta per mundum proficiscens, nec 
multo quidem negotio rerum constructionem perscrutabitur 
quo scilicet admirabili magisterio Natura, veluti fabulosus 
chamaleon, qui nullo colore non <iepingitur, continue exuat 
aliquas, continue induat alias formas; qua virtute excitata 
e minimis seminibus res maximas producat; quid praestet 
auro quercus, quid leo quercum excellat, quid leonem homo, 
quo indissolubili et venerando amoris vinculo connectantur 
naturalia omnia, ut forma intra formam reponatur, ab imisque 
ad summas per concinnos gradus ascendatur. Tandem vero 
visibilis huius or bis ordine perlustrato, quasi, quod dixit 
Tuscus Poeta: D'una in altra sembianza, in Deum 
veniet, sicuti mens supra omnes animae vires regina posita 
est, ita in rerum apice sedentem ; qua sede, auditores, inclyta 
et illustri omnibus numeris venerationis augusta in exquisi- 
tum maiestatis fastigium exornata, cui prò auro est divini- 
tas, prò ebore infinitas, prò purpura immensitas, prò gemmis 
aeternitas, eum contemplabitur a nullo temporis principato 
ortum, qui nec fuit infans, nec adolescens, nec erit senex, 
sed idem semper extitit, et perfectus, et ineffabilis vitamvi- 
vens in sui ipsius intellectione facilissimam, qualem licet men- 
tiri, sed metiri nullo modo. Hic autem denique supra huma- 
nitatem collocatus, ea nempe cognitione, quam a se ipso 
inchoaverit in Deum profectus, et mente, quae Dei est imago, 
Deo ipsi coniunctus, quiescet, laetabitur, delectabitur. Qvie- 
madmodum itaque de bona morum conformatione curanda 
Apollo epigrammate ilio litteris aureis per omnia templorum, 
palatiorum vestibula, per omnia urbium compita descripto 
admonuerat, de amplectenda speculatone similiter admonuif, 
ncque male antea nos sensimus, qui philosophiam, quae tota 
in actione et contemplatione posita est eodem pronuntiato 
homini iniunctam fuisse proponebamus Tanti est igitur se 
ipsum cognoscere, quanti est philosophum esse... 

Excellentissimi Caesaris Cremonini Centensis Lee- 
turae Exordium habitum Patavii VI Kalend. Fé- 
hniar. M.D.XCI, quo is primum tempore philosophiae 
interpres ordinarius eo est profectus, Ferrariae, ex 
typ. Benedicti Maromarelli, 1591 (di pagg. 24 in-«). 



— 278 — 

III. 

Il concetto della fortuna in Giovanni Fontano 
(cfr.pag. 152M.). 

I. Quantum bona fortuna conferat ad felicitatem. 

Itaqiie maximi etiam philosophi de bona fortuna scripsere, 
et quid et qualis ea esset commenti sunt ; nec iniiiria, quippe 
qiiam vel plurimum conferre ad felicitatem arbitrentur, cum 
rerum externarum ei iurisdictionem adscribant, nec felicita- 
tem sine externis bonis reantur posse uUo modo aut perfìci 
aut consistere. Quando inventi etiam sunt, qui existimaverint, 
bonam fortunam ipsam esse felicitatem, et bene fortunati 
qui essent, eosdem quoque felices. Cum igitur ad civilem 
constituendam felicitatem magnificandamque ad eam pluribus 
simul opus sit, praecipue vero divitiis, clientelis, opibus, ami- 
citiis, magistratibus, atque haec ipsa in externorum habeantur 
bonorum numero (nam inglorii qui sint, huiusmodi bonis va- 
cui, abiecti ipsi ac sordescentes, quonam modo felices eos vo- 
caveris ?), quis non videat vel potissimum felicitatis ornatura 
decusque illud populare atque in exteriore positum expecta- 
tione, ad fortunam, quae illorum domina et dispensatrix sit, 
illaque moderetur prò arbitrio, referenda ? Nam quae, obsecro, 
futura est felici tas, si absque liberis, cognatis, amicis, clien- 
tibus, honoribus, dignitatibus, si in summa paupertate re- 
rumque omnium constituatur inopia, et in patria maxime 
ignobilis atque abiecta, si denique et culinam ipsa sibi instruat 
et patinam atque ollas eluat ? Iure igitur plurimum ad perfi- 
ciendam exornandamque felicitatem ac merito, in quam, plu- 
rimum fortunae tribuitur. Nam etsi vera perfectaque com- 
mendatio ab animo est, honestisque ab actionibus ac virtu- 
tibus, perinde ut laus arboris a fiuctu maxime est ac fruge, 
exornatur tamen arbor ipsa fructusque eius praecipue a fron- 
dibus ac ramis, qui ncque ad aestu ncque ab aliis aeris iniuriis 
tutus esse potest absque frondium benefìcio ac ramolorum ; 
nihilo tamen minus felicitatis ipsius ornatus et tanquam con- 
dimentum exsistit a bonis foitunae atque externis. Usuque 
veniet homini felici, id est plurimis ac raaxirais virtutious 



— 279 — 

instructo et culto, qiiod aqiiilae implumi ac sine pennis, ut 
non ornatus ei desit pluraarura solum ad decorem, verum 
etiam pennae desint ad volatum, id est copia instrumentumque 
ad usum bonarum lauda biliumque actionum. Nam si felicitas 
in actione et usu est posita, manca erit ominno, exuta fortu- 
nae bonis, sine quibus virtutes ipsae honestaeque actiones 
exerceri nequeant.... 

{De fortuna, lib. I, e. 26, pagg. 275 6-276 cì). 



2. Fortunam ac rationem invicem adversari. 

Bonorum autem externorum nomen ipsum aperto quidam 
declarat ea iuris nostri non esse, nec nostris subesse consiliis 
aut electionibus, quociica nec etiam rationi, cui et Consilia 
inhaerent nostra, deque ea actiones homines temperantur et 
ab eadem ipsa rationales ipsi dicimur. 

. (I, 27, pag. 276 a). 

Quamobrem quae fortunae dicuntur, ut quidem sunt bona, 
cum humani minime sint arbitrii, nullo videntm: pacto ad vir- 
tutem referenda. si quidem fortuna ipsa nihil prosus cum 
ratione commune aut aliqua saltem e parte coniunctum ha- 
bet. E contrario vero quid est quod non virtus habeat cum 
ratione consentieas atque cognatum ? 

(I, 28, pag. 276 a-h). 



3. Quae sint hominis bona, atque in eius iurisdictione 
posita. 

Utque semel terminemus nostra quae sint bona nostraque 
in potestate posita, quo terminatione ex ipsa intelligamus 
externa atque fortuita bona minime nostra esse, aut hominis 
potestati subiecta ; sic quidem censemus nostra esse bona 
quaecumque animi tantum sunt quaeque in nostra sunt po- 
testate collocata ; eae autem actiones ipsae sunt hominum, 
quae a voluntate atque electione secundum rectam rationem 
proficiscuntiu-, cum cetera quidem fortunae dicantur. 

(IT, 4. p.i-. 284 a-h). 



— 280 — 

4. Felicitatem civilem ahsque honis externis per f edam 
non esse. 

Quoniam aùtem vetus et Graecorum et Latinorum phi- 
losophia duplicem constituit felicitatem, eit quae civilis a no- 
stris dicitur, graeco nomine est Politica, et quae a contem- 
plando nomen duxit (nam de felicitate, quam Christiani consti- 
tuunt non eadem omnino habenda est ratio, ncque de ea nos 
hac in disputatione dicendum sescepimus), ita quidem sen- 
tiendum est, civilem felicitatem sine boriis externis nequa- 
quam posse perfici.... Quo fìt ut civilis felicitas, quo perfectior 
sit magisque illustris appareat, bonae quoque foitunae praesidiis 
indigeat. 

(II, 6, pag. 248 b). 



5. Fortunam naturae impetum referendam esse. 

Fortuna, natuialis quidam cufn sit impetus, ipsaque na- 
tura hac in parte sine ràtione prorsus atque ab impetu agat 
solo, ad naturae impetum referenda est, tanquam ad propin- 
quam peculiaremque ac particulaiem causam, sive hic impetus 
rebus nostris conducat, sive adversetur et noceat.... 

(II, 12, pag. 287 a). 



6. Fortunatos infortunatosque a natura esse institutos. 

Quas ob res si natura quaedam irrationalis est fortuna, 
naturae huic ut adscribatur nocesse est, utque natura ab 
ipsa fortunati hi, illi vero infortunati et dicantur et sint .. 
Quemadmodum autem quibus a natura tributum est, bene 
ut versus faciant, aut musicos tractent modulos, hi nati pror- 
sus atque accommodati ad illud ipsum sunt munus, sic qui ad 
amplectendam fortunam idonei nati et ipsi sunt atque appo- 
siti ad impetus seque ndos, illos scilicet, qui fortunam conci - 
lient, aut ilU ipsi potius sunt fortuna. Videmus enim quosdam 
ita genitos institutosque a natura, qualis Cato fuit is, qui 
cognomen habuit ab Utica, ut nuUius eos suasio, nulla vis 
impotentiaque, nuUus etiam terror a proposito suo suaque 
ab electione detorqueat, quos nesciam an fortunatos iudicem, 
etiam cum bene illis successerit, quando pertinaciae id, cer- 
tisque eorum ac fìrmis propositis videatur prorsus adscri- 
bendum. Contra haec alios, qui ab incepto itinere et facile 



28l 



et statim dimov^eantiir, ac relieta ratione prudentioribusque 
admonitionibusque atque coiisiliis viam ingrediantur aliam, 
alienis minime vestigiis inhaerentes, ut qui vagi palantesque 
ferantur. Qua e re, quod ita sors ferat, naturalis illis impetus 
praesidio illis est ac favori, quod scilicet ratione reUcta impe- 
tum sint secuti, ut videatur similitudo ipsa naturae simul 
eos conciliare, appareantque, propter hanc conditionem, ab 
ipsa etiam natura fortunati, et quantum a ratione diversi 
ferantur ac devii, tantum et fortasse amplius concilientur 
fortunae ; et qui, qua ratio vires extendit suas, parum ipsi 
prudentes videantur, parumque consulti, sint tamen ad for- 
tunae promere ndum favorem maxime appositi, et tanquam 
affabrefacti, naturalem ob levitatem consimilesque impulsus. 
Niliil enim prohibet, qui abunde multum in ceteris sapiat, in 
iis, quae fortunae sunt, naturali more ingenitoque ab instituto 
paium omnino sapere. 

(II, 13, pag. 2S7 a-b). 



7. Fortunae vires esse amplissimas. 

Nec vero genus universum hominum, in civitate qui ver- 
santur, civilibusque in negotiis ac muneribus, adde et faculta- 
tibus et disciplinis, ut in administratione publica. in militari, 
in navali re, ut in medicina (nam et fortunatum medicum esse 
oportere, omnes quidem consentiunt), non etiam sub fortuna 
laborant. Quando artes ipsae, etsi praeceptis Constant ratio- 
neque atque observatione, tamen fortunae quoque iis in ipsis 
locus relictus est suus. ^uaenam enim aut artes sunt, aut 
facultates, ut non in quibus illae versantur rebus, plura in 
iis accidere ex improviso soleant ? Nam etsi quae olim eventura 
sunt, ea nec arte continentur, nec facultate, nisi qua coniectura 
sese efferat, campus tamen illorum ludisque fortunae est li ber 
ac proprius. An non curanti aegrotum medico, cuius ad cu- 
rationem opus sit aut radice Pontica aut elleboro, vel mul- 
tum etiam |)Otest in eo illi obesse fortuna, quando quod inter 
navigandum curati© haec contigerit, nec radix in navi Pontica, 
nec ad purgationem reperiatur elleborus ? Et imperatori qui se 
crastinum in diem pugnaturum cum hoste constituit, nunquid 
non accipere illud potest, ut nocte quae diem constitutam 
antecedit ardentissima corripiatur a febri, ne interesse pugnae 
possit ? aut cum e castris prodire in proelium parat, repente 
atque ex insperato literas ut a senatu accipiat, quibus prae- 
scriptum ei sit, ne pugnam omnino cum hoste ineat, neve 
cum ilio conserat manum ? Et qui sutor calccolarius pactus 



-- 282 



est futurum {corr. factiirum) se hospiti die insequenti iter 
inituro calceolos itinerarios, quonam modo promissum prae- 
stabit, si mane dum ad suendura consurgit, omnem compe- 
riat alutam coriumque item omne fuisse a furibus paulo ante 
subreptum ? Quid, cum statuarius somno expergiscitur, do- 
laturus mane in Caesaris effigiem saxum, animadvertit illud 
nocturna a caeli procella di'siectum ? Latissimus est igitur 
fortnnae campus, iisque in omnibus vires extendere, atque- 
imperium exerrere valet suum, in quibus praeter spem, bpi- 
nionem, proposi tum ac constitutum, accidere aliquid valeat 
omninoque improvisum. Patet quoque vis eius non in iis 
modo, quae iam diximus, verum etiam quocumque in ho- 
minum gradu atque conditione, summa, humili, ingenua, ser- 
vili, rustica, urbana, plebeia, patritia.... 

(II, 14. pagg. 287 t-288 a). 

8. Deum primam esse causam. 

Atque haec quidem ipsa licet habere hunc se in modum 
intellegantur, tamen, si Christiani esse volumus pieque etiam 
philosophari, non panca ex iis quoque quae fortunae tribuun- 
tur, Deo ipsi, divinaeque beneficientiae videantur potius adscri- 
benda.,.. 

(II, 15, pag. 288 a). 



IV. 

Cultura e fiacchezza militare 
NEL Rinascimento italiano. 

(cfr. pag. 264). 

Nello stesso lib. VII deW Arte òella guerra del Machiavelli 
si leggono queste parole rivelatrici della vera radice della 
fiacchezza italiana : « Credevano i nostri principi italiani, 
prima ch'egli assaggiassero i colpi delle oltremontane guerre, 
che ad uno principe bastasse sapere negli scrittoi pensare una 
acuta risposta, scrivere una bella lettera, mostrare ne' detti 
e nelle parole arguzia e prontezza, sapere tessere una fraude, 
ornarsi di gemme e d'oro, dormire e mangiare con maggiore 
splendore che gli altri, tenere assai lascivie intorno, gover- 



— 283- 

narsi co' sudditi avaramente e superbamente, marcirsi nel- 
l'ozio, dare i gradi della milizia per grazia, disprezzare se 
alcuno avesse loro dimostro alcuna lodevole via, volere che le 
parole loro fussero responsi di oraculi ; né si accorgevano i 
meschini che si preparavano ad essere preda di qualunque 
gli assaltava Di qui nacquero poi nel T494 i grandi spaventi, 
le subite fughe e le miracolose perdite ; e così tre potentis- 
simi stati che erano in Italia sono stati più volte saccheggiati 
e guasti. Ma quello che è peggio, è che quelli che ci restano 
stanno nel medesimo disordine ». 

L'altra spiegazione che lo stesso Machiavelli dà (nel Prin- 
cipe, cap. 26) della fiacchezza militare italiana, concorre nello 
stesso ordine di considerazioni a cui si riferisce il carattere 
estetico della cultura italiana del Rinascimento. Quivi dice : 
«E' pare sempre che in Italia la virtù miUtare sia spenta.... 
Qui è virtù grande nelle membra, quando la non mancassi 
ne' capi. Specchiatevi ne' duelli e ne' Congressi de' pochi, 
quanto h ItaUani sieno superiori con le forze, con la destrezza, 
con lo ingegno. Ma, come si viene alli eserciti, non compari- 
scono. E tutto procede dalla debolezza de' capi ; perchè quelli 
che sanno non sono obediti, et a ciascuno pare di sapere, non 
ci sendo fino a qui alcuno, che si sia saputo rilevare e per virtù 
e per fortuna che li altri cedino. Di qui nasce che, in tanto 
tempo, in tante guerre fatte ne' passati venti anni, quando 
elli è stato uno esercito tutto italiano, sempre ha fatto mala 
pruova. Di che è testimone el Taro ; di poi Alessandria, Ca- 
pua, Genova, Vaila, Bologna, Mestri ». 

Si tratta sempre di quell' individualismo che è proprio del- 
l'atteggiamento estetico. Ma il rapporto tra la cultura artistica 
e la debolezza militare degli italiani divenne nel Cinquecento 
qualcosa di proverbiale. Cfr. Castiglione, Corte^iano, I, 43 : 
« Non vorrei già che qualche avversario mi adducesse gli ef- 
fetti contrarli.... allegandomi, gli italiani col lor saper lettere 
aver mostrato poco valor nell'arme da un tempo in qua : il 
che pur troppo è più che vero ; ma certo ben si porla dir, la 
colpa d'alcuni pochi aver dato, oltre al grave danno, perpe- 
tuo biasmo a tutti gli altri ; e la vera causa delle nostre ruine 
e della virtù prostrata, se non morta, negli animi nostri, esser 
da quelli proceduta : ma assai più a noi saria vergognoso il 
pubblicarla, che a' Franzesi il non saper lettere.... » E il Mon- 
j AiGNE, Essais, I, 24 : « L'estude des sciences amoUit et ef- 
f emine les courages plus qu'il ne les fermit et aguerrit.... Je 
trouve Rome plus vaillante avant qu'elle feust S9avante. Ses 
belliqueuses nations, en nous jours, sont les plus grossi^res 
et ignorantes,... Quand les Gots ravagerent la Grece, ce qui 
sauva toutes les Jibrairies d'estre passées au feu, ce feu un 



— 284 — 

d'entre eulx qui sema cette opinion, qu'il falloit laisser ce 
meublé entier aux ennemis, propre à les destourner de l'exer- 
cice militaire et s'amuser à des occupations sedentaires et 
oysifves. Quand nostre roy Charles huictiesme, quasi sans 
tirer l'espee du fourreau, se veit maistre du royaume de Na- 
ples et d'un bonne partie de la Toscane, les seigneurs de sa 
suitte attribuerent cette inesperee facilitò de conqueste, à 
ce quo les princes et la noblesse d'Italie s'amusoient plus à 
se rendre ingenieux et s^avants, que vigoreux et gueiriers ». 

Secondo il Montaigne, gli stessi italiani scherzavano in- 
torno a questa riputazione d' imbelli che s'erano fatti in Eu- 
ropa. Egli racconta infatti : « Un seigneur italien tenoit une 
fois ce propos en ma presence, au desadvantage de sa na- 
tion : Que la mobtilité des Italiens et la vivacité de leurs con- 
ccptions estoit si grande, qu'ils preveoyvoint les dangiers et 
accidents qui leur pouvoient advenir, de siloing, qu'il ne fal- 
loit pas trouver estrangé si on les veoyoit souvent à la guerre 
prouveoir à leur seureté, voire avant que d'avoir recogneu 
le perii ; que nous et les Espagnols, qui n'estions pas si fins, 
allions plus oultre, et qui nous failoit faire veoir à l'oeil et 
toucher à la main le dangier, avant que de nous en effroyer ». 
{Essais, II, II). 

E già in Italia uno dei più dotti umanisti del secolo, Lilio 
Gregorio Giraldi (1479-1552), traeva anche argomento dallo 
scetticismo del suo amico e protettore Giovan Francesco Pico 
(l'autore déìì'Exaj7ien vanitaiis doctrinae gentUim et veritatis 
Cìiristianae disciplinae) per teorizzare la tesi della decadenza 
dei popoli come effetto delle lettere e delle arti, nel suo Progymna- 
sma adversus literas et literatos (pubbl. nel 1540). Dove si incon- 
trano p. es. queste curiose osservazioni, degne di Rousseau : « Res 
populi Romani, ut ab iis incipiamus, qui fere toto orbi terrarum 
gloriose imperitarunt, tam diu floruere et auctae sunt, quousque 
philosophos, poetas, oratores, huiusmodique hominum reliquum 
genus literarum umbras et otium sectantium pepulere, factis 
etiam et promulgatis contra eos senatuscunsultis. Ubi vero 
non solum in partem urbis recepti ac ipsa urbe caeterisque 
proemiis donati, sed et iis quoque iuventus Romana insti- 
tuenda ac eorum artibus imbuenda est tradita, tum, cum 
non multo post Senatu et Curia admissi versipelles ipsi et 
inconstantes fuissent, continuo factiones et partes urbem in- 
vasere ; paulatimque primo res ipsa pubi, ab optimatibus et 
principibus urbis ad unius dominationem et potestatem de- 
venit, mox penitus ad externos duces et imperatores, ac de- 
mum tandem funditus extincta est, ita ut nunc, ex multo 
tempore (non) nisi nomen populi romani restet.... 

«Ad haec autem usque tempora, ut audio, Scythae impe- 
rium tenent suum, quoniam ab ipso primordio nunquam istos 



— 285 — 

literarum sapientes in consortium admiserunt. Possem et cum 
iis multas alias barbaras nationes hoc loco in medium afiferre, 
quae eundem tenorem ac institutum servaverunt et adhuc 
servant. qiiibus centra literas ad scribendum tantum epistolas et 
in deorum suorum quibusdam laudibus in usu habent : quam 
rem nec nos improbamus. Venetorum rempublicam intelligo 
tam diu fìoruisse, quo mercibus comparandis et convehendis, 
necnon versuram faciendo navigationique quam literis magis 
operam dederunt, opes aut facultates auxisse, urbem locu- 
pletasse, ditionem longe lateque terra marique protulisse. 
Ubi literis et literatis locum fecere et in senatu admisere 
pene ad nihilum redactum esse nos ipsi vidimus. lUud certe 
adhuc faciunt, ut non nisi vernaculo et quotidiano sermone in 
senatu utantur. Vide quoque nationes, quae hoc tempore plu- 
rimum rerum et imperio potiuntur, parvi literas et earum 
professores facere, eorum minimum rationem habere ». (L. G. 
GiRALDi, Opera, J3asilc-a, 1580, t. Il, p. 439. pp. 176-7). 

Per l'accennato rapporto tra queste idee del Giraldi e lo 
scetticismo del Pico (recentemente studiato come uno dei 
precursori del Montaigne : cfr. F. Strowski, Montaigne, Paris, 
Alcan, 1906, pp. 125-30, già pubblicate nel Bull. jtal. di Bor- 
deaux, V, 1905, pp. 309-13) è interessante questa dichiarazione 
dello stesso Giraldi, sulla fine dello stesso Progymnasma, dove si 
escludono gli scettici dalla condanna inflitta a tutti i letterati : 
« Inter ipsos quoque litterarum professores quidam philosophi 
celebres extitere, qui non tota ut dicitur, via aberrarunt : ii 
enim non modo sapientiam ipsam et artes, quas liberales vo- 
cant, contendere et asseveranter defendere audio homines, 
haud scire quicquam posse, sed ne illud quidem ipsum quod 
nescimus. Ita enim quidam inter oos non postremi ordinis 
exclamat : — Nego, inquit, scire, sciamusne aliquid, an niliil 
sciamus, ne id ipsum quidem nescire, aut scire nos, nec 
omnino sitne aliquid an nihil sit. Qui profecto et eum secuti 
vere sapientes quasi per transennam, quod aiunt, id ex parte 
videbant, quod nos in praesentia palam asseveramus ; idque 
ipsi naturae beneficio et quasi divino quodam instinctu co- 
gnoverunt, hanc literaturae, ut sic dicam, gangrenam noctes 
atque dies nos mortales alioqui nostrapte natura satis infe- 
lices rodere, torquere, consumere. Sed et te, Pice, quoque ilio 
tuo Examinis doctrinae gentium ingenti sane et 
laborioso volumine aliud pene nihil estendere velie putarim, 
quam literas ipsas omnemque rem litterariam nullius esse 
momenti ad illam coelestem animi nostri quietem et tran- 
quillitatem, quam illiteratis nobis sola Dei immortalis beni- 
gnitas gratis exhibet et elargitur » (pp. 441-2). 



INDICE DEI NOMI 



Abarbanel (vedi Leone Ebreo) 

257. 
Adami T. 114. 

Agostino (S'). 108 n., 162, 178. 
Alberti (L. B.) 149, 151, 152, 

154, 256, 263. 
Alcidamante 160. 
Alighieri Dante 133, 152 n., 

164 n., 184, 185, 247, 250, 

252. 
Amabile L, 36 n., 63, 137 n. 
Ambrogio (S') 160, 163. 
Amenta N. 103 n. 
Ammannati Giulia 217. 
Anassagora 159. 
Anassimandro 159. 
Anassimene 159. 
Aaselmo (S') 92. 
Antistene 249. 
Apuleio 137 n. 
Archelao 159. 
Aretino P. 243. 
Ariosto L. 143. 
Aristosseno 159. 
Aristotele 41, 52, 53, 71, 93, 

98 n., loi, 102 123 n., 124, 

152 n., 154, 158, 167 n., 

220, 223, 228, 258. 
Arnauld 104. 
Asclepio 137 n. 
Aten agora 118. 
Bacone 96, 97 n., 98 e n., 99- 

joo, 102, 177, 191, 192, 239. 



Bacone R. 98 n. 

Baillet loi. 

Barberini Maffeo 228, '236. 

Bellarmino R. 35, 37, 39, 40, 50- 

52, 59, 227, 233, 235. 
Bertani 31 n. 
BertiD. 23 n., 30-31 n., 35n., 

37 n., 39 n., 41 n., 55, 61 n.. 

100 n., 148 n. 
Bisticci V. 154. 
Blanchet N. 98 n. 
Boccaccio 249. 
Boezio 152 n. 
Bologna G. 152 n 
Bonardi C. 128 n.* 
Bonaventura (S.). 247. 
Boscoli Pier Paolo 260. 
Boss ut 108 n. 
Bouillier C. 102 n., 104 n. 
Braggio 156-157 n- 
Brunetière loi n. 
Bruni Leonardo 149, 243, 256, 
Bruno G. 7 e segg., 85-110, 126, 

146-148, 191, 201, 209, 226, 

229, 239, 243, 257, 266, 

267. 
Br umilio fer 40 n., 47 n., 49. 
Budda 249. 
Burckhardt 113, 137 n., 148- 

149 n., 252 n. 
Calippo 94. 
Calvi G. 200 n. 
Calvino 23-24, 



— 288 — 



Campanella T. 24 e n., 25, 35, 
36 n., 41, 53, 54, 98 n., 114- 
119, 122, 126, 130-132, 134- 
142, 157, 168, 170, 171, 173, 
177, 178, 212, 239, 257, 261, 
266-271. 

Capponi A. 260 n. 

Capra Baldassarre 223. 

Cardano 134 n. 

Cartesio R., io i -103, 210, 239. 

Casmann 99. 

Castelli C. 229, 235. 

Castiglione B. 283. 

Cesi F. 227. 

Charbonnel 148 n. 

Cherbury v. Herbert. 

Ciampoli D. 24 n. 

Cicerone 23 n., 135, 136, 142 n., 
158, 160, 166, 168, 169, 171 
n., 258. 

Cigoli 218. 

Ciotto 31 n. 

Claudiano 124 n. 

Clavio Cristoforo 220. 

Clemente (S.) Romano 122 n. 

CI eombro to 163. 

Collete G.' 103 n. 

Colombe (delle) L. 228. 

Contarini Z. 224. 

Copernico 90, 94 n., 95, 228, 

233.. 235. 
Cornelio Celso 203. 
Cornelio T. 109 n. 
Crantore 160. 
Cemonini C. 147, 148 n., 226, 

272, _ 277. 
Delalain 97 n. 
Del valile 103 n. 
Democrito 75, 83, 159. 
Dicearco 159. 
Dicson 43, 46. 
Diels 90 n. 
Diogene 159. 

S. Domenico (di Guzman) 248. 
Doni A. F. 109. 
Dorez L. 137 n. 



Duns Scoto 247. 

Egesia i6o. 

Ellis 98, 99 n. 

Empedocle 159. 

Epicuro 76, 83, 102, 119, 

123 n. 
Eraclito 71, 90, 159. 
Erodoto 23, 160 n. 
Eschilo 97 n. 
Esdra 99. 
Euclide 222. 
Eudosso 94. 
Euripide 160. 
Favaro A. loi n., 217 n, 
Fazio B. 155, 156. 
Fazio Almayer V. 131 n., 

228 n. 
Felici G. S. 24 n., 28 n., 37 n., 

41 n., 98 n., 134 n. 
Ficino M. 118, 122, 123, 137 n., 

140, 144, 145, 148, 149, 172, 

173, 178, 203, 206, 257, 262, 

265 e n. 
Filelfo F, 123 n., 149. 
Fiorentino F. 24-25 n., 47 n., 

123 n., 230 n. 
Fontenelle 107-108 n. 
Foscarini P. A, 233. 
Fowler 97 n. 
Francesco (d'Assisi) 248. 
Frith J. 46 n. 
Fumagalli 97 n. 
Galilei G. 41, 45, 60, 100, 130- 

132, 147, 184, 192, 195, 200, 

209, 210, 215-240. 
Galilei V. 217. 
Gaspary A. 152 n. 
Celli G. B. 128 n.. 145, 146. 
Gelilo Aulo 97 n. 
Geremia 98 e n., 118. 
Cerini 116 n. 
Giobbe 93 n. 
Giovenale 22 n. 
Giraldi 284. 285. 
Girolamo (S.) 164. 
Grassi 236. 



289 — 



Guicciaxdini 153. 

Guiducci M. 100, 236. 

Guyau 104 n., 107 n. 

Hegel 70, 95. 

Herbert di Cherbury 132. 

Hirzel 136 n. 

Hoeffding H. 71, 76 n., 84. 

Intyre 43 n., 96 n., 102 n. 

Ipparco 94. 

Ippia 159. 

Ippocrate 104. 

Jacobi 70. 

Kant 56, 73, 115, 126, 196. 

Kepler 221 n., 226, 228, 239. 

Landino C. 127 n., 149. 

Losswitz 85. 

Latini B. 149. 

Lattanzio 134, 142, 166, 168, 

169, 173, 178. 
Leibniz 70. 77, 83, 84. 
Leonardo 180 a 214, 256. 
Leopardi 20, 184. 
Leucippo 159. 
Lévy L.-G. 126 n. 
Lorini 235. 
Lucrezio 258. 
Ludwig 186 e segg. n., 195 n., 

197 n., 198 n. 
Lutero 25, 27, 28, 29 n. 
Mabilleau L. 148 n. 
Machiavelli 53, 97 n., 109, 151- 

153, 184, 252, 256, 263, 265, 

282, 283. 
Macometto Aracense 94. 
Mai moni de 126. 
Malebranche 102. 
Manetti A.i54,i55eseg., 161-77. 
Marcolini 97 n. 
Marshall 97 n. 

Martinis (de) R. 59 n., 61 n. 
Masci F. 71, 72. 
Massetani 140 n. 
Maugain 103 n. 
Mazzoni (Jacopo) 221. 
Menelao 94. 
Medici (Lorenzino de') 109. 



Michelangiolo 184. 

Michiels 103 n. 

Minucio Felice 23 n., 134 n. 

Mocenigo G. 30, 31, 39, 40, 56. 

Mondolfo R. 67 fino a 85. 

Monnier M. 148 n., 154 n. 

Montaigne 107, 283-285. 

Muratori 155 n. 

Naldi N. 155 n. 

Occam 247. 

Omero 102. 

Orano D. 59 n. 

Origlia 139 n. 

Ovidio 134, 166. 

Pagnotti F. 154 n. 

Palingenib 29 n. 

Panezio 136 n. 

Paoli A. 227 n. 

Paolo di Tarso 22, 244. 

Parmenide 71, 75. 

Pascal B. 104 a 108 n., 191. 

Passerini 262 n. 

Pastor L. 261. 

Perrault 107 n. 

Petrarca 152 n., 243, 256, 257. 

Piccolomini 149. 

Pico G. 137-139,145-148, 1540.. 

167, 201, 205. 
Pico G. F. 284, 285. 
Pitagora no n. 
Platina B. 134 n., 145. 
Platone 41, 52, 71, 93, 102, 

124, 127 n., 184, 196, 203, 

204, 209, 220, 257-259, 274. 
Plauto 108. 

Plinio 127 n., 158, 160. 
Plotino 71, 75. 
Poggio 149. 
Polidori 260 n. 
Poliziano A. 243. 
Pomponazzi 53, 123, 125, 136, 

170, 257, 265 e n. 
Fontano G. 123 n., 149, 152 n., 

271, 278. 
Ponzio P. 36 n. 
Franti 196. 



'9 



Giordano Bruna e ti pensi «ro del Rinaieim'nto 



290 — 



Friuli A. 224. 

Protagora 127 n., 195. 

Prudenzio 23 n. 

Querengo 137 n. 

Remusat (de) 99 n. 

Reusch 157 n. 

Rhode E. 124 n. 

Richter 190 e segg. n., 197 n., 

201 n., 204-208 n. 
Rigault 98 n., 103. 104 n. 
Robbia (Luca della) 260. 
Ronsard 103, 
Rossi V. 149 n., 154 n. 
Ruzzante 108. 
Salomone 160. 163. 
Sarsi L-. 236. 
Savonarola G. 262. 
Scheiner 228 

Schelling 70 n., 199-201. 
Sdoppio G. 118. 
Seneca 123 n., 158. 
Senofane 97 n. 
Socrate 33, 60, 108 n., 163, 

206, 273. 
Solmi E. 36 n., 190 e segg. n., 

200 n., 201 n. 
Spampanato V. 100 n., 230 n. 
Spaventa B. 55 n., 71. 85, 131 

n., 147 n. 
Spencer 116. 
Spinola 100. 
Spinoza 14, 44, 70, 77, 80, 83-84, 

126 e n., 201, 202, 210, 229. 



Strowski F. 285. 

Talete 159. 173. 

Tasso T. 243. 

Telesio B. 53, 137, 239, 257, 

266 n. 
Terenzio 108. 
Thuasne L. 137 n. 
ToccoF. 34, 40 n., 44, 47 n., 

67 e segg. 
Tolomeo 95, 104, 221, 228, 
Tommaso d'Aquino 246-47, 257. 
Toppi N. no n. 
Traversali A. 154. 
Vaccaluzzo N. 229 n. 
Valerio Massino 158. 
Valla L. 123 n., i34n., 243, 256, 

259. 
Vanirli G. C. 267. 
Varrone 159. 
Vasari G. 191 n. 
Venturi Lionello 211 n. 
Vico 54, 95. 109, 129, 145- 

148, 206. 
Virgilio 100, 250. 
Virilio (Giovanni del) 249. 
Viviani 218 e segg. 
Voigt 154 n. 
Vorlànder 71. 
Welser 228. 
Zabughin. 259 n. 
Zeno 154 n. 
Zenone 159. 
Zippel G. 155 n. 



-À 



INDICE 



Dedica Pag. 5 

Prefazione 7 

I. Giordano Bruno nella storia della cultura . . il 

I. Il misticismo del Bruno. — 2. Il va- 
lore pratico delle religioni. — 3. Bruno 
e la Riforma. — 4. La genuflessione di Ve- 
nezia. — 5. La resistenza al S. Uffizio in 
Roma. -- 6. La religione di Bruno. — 7. Il 
significato della morte — 8. L'eroismo e l'e- 
redità morale 

II. Lo svolgimento della filosofia bruniana ... 65 

I. Il metodo del Tocco nella storia della 
filosofia. — 2. II difetto del suo metodo e 
della sua interpretazione della filosofia di 
Bruno. — 3. §eUgione ejìloso.fi,a-ln Bruno. — 

4. Le tre fasi del pensiero bruniano secondo 
il Tocco. — 5. Osservazioni del prof. Mon- 
dolfo. — 6-7. Anima del mondo e anima 
individuale. — 8. La monadologia bruniana. 

III. Veritas -filia temporis : Postilla bruniana . . 87 

1-2. Il concetto del progresso in un luogo 
della Cena de le Ceneri. — 3. Importanza 
storica di questo luogo. — 4. Bacone. — 

5. Galileo e Mario Guiducci. — 6. Carte- 
sio, Malebranche. — 7. Arnauld, Pascal, 
Fontenelle e gli scrittori italiani del Cin- 
quecento. 

VI. Il concetto dell'uomo nel Rinascimento. . . in 

I. L'immortalità dell'anima e il premio 
della virtù in un sonetto del Campanella 



— 292 — 

e nella filosofia del Rinascimento. — 2. La 
celebrazione dell'uomo in una canzone del 
Campanella, in Galileo, nel De sensu rerum 
e neUa Metafisica dello stesso Campanella. — 
3. La nobiltà dell'uomo nella Bibbia e in 
Dante. Versi di Ovidio cari agli scrittori del 
Rinascimento ; e pensieri di Cicerone. — 4. Il 
De hominis dignitate {i486) e ì'Heptaplus 
(1489) di Pico. — 5. Il concetto dell'uomo 
néìl'Assioco ps. -platonico e nel Ficino. — 

6. G. B. Gelli, G. Bruno, C. Cremonini. — 

7. Discussioni umanistiche sulla nobiltà. La 
volontà umana e la fortuna in L. B. Al- 
berti, nel Machiavelli e nel Guicciardini. — 

8. Giannozzo Manetti e il suo De dignitate et 
excellentia hominis (1448). Partizione del trat- 
tato e sua polemica contro il pessimismo 
ascetico. — 9. Le prerogative dell'uomo se- 
condo il Manettt. 

V. Leonardo filosofo 179 

I. In che senso deve dirsi che Leonardo non 
fu un filosofo. — 2. In che senso si può par- 
lare d'una sua filosofia. Il suo atteggiamento 
spirituale e il suo concetto della scienza. — 
3. Il suo concetto dell 'es pei lenza e sue idee 
platoniche. — 4. L'apriorità della natura 
e del sapere secondo Leonardo. Suo pla- 
tonismo. — 5. Altri elementi platonici : 
teoria dell'amore, del piacere, dell'anima, 
del conoscere come fare, della finalità. — 
6. Il naturalismo di Leonardo. La matema- 
tica e il potere creativo dello spirito umano. 

VI. Galileo e il suo problema scientifico .... 215 

T. Nascita e primi studi di G. — 2. G. stu- 
dente neir Università di Pisa ; e suoi studi 
matematici. — 3. Lettore di matematica a 
Pisa, e poi a Padova. Ricerche, scritti, in- 
venzione del cannocchiale. — 4. La sco- 
perta dei satelliti di Giove e Cesare Cremo- 
nini. — 5. G. a Firenze. Le fasi di Venere, 
le macchie solari e la dottrina copernicana. — 
6. L'ipotesi di Copernico e la Bibbia : i rap- 
porti tra scienza e fede. — 7. Il problema 
della scienza in Galileo, e le difficoltà del 



— 293 — 

Bellarmino. — 8. I due processi del S. Uf- 
fizio. — Q. La condanna, e le sue conse- 
guenze. — IO. Dopo la condanna. — ii. G. 
pensatore e scrittore. 

VII. Il carattere dell'Umanesimo e del Rinascimento. 241 

I. Differenza tra Umanesimo e Rinasci- 
mento. — 2. Il concetto del Medio Evo. — 
3. La poetica medievale. — 4. Il Comune, la 
Signona, e il nuovo Stato come opera d'ar- 
te. — 5. Il carattere estetico generale di 
tutto r Umanesimo. Il significato del mo- 
mento artistico nella realtà dello spirito. — 
6. Analisi del carattere estetico della filosofia, 
della religione e della politica degli Uma- 
nisti. — 7. L' Umanesimo non è pagano, 
ma cristiano. — 8. Umanesimo e Riforma. — 
9. Dall'Umanesimo al Naturalismo del Ri- 
nascimento. 

Appendice . . . , 269 

I. Il concetto della virtù in G. Fontano. — 

II. Il concetto dell'uomo in C. Cremonini. — 

III. Il concetto della fortuna in G. Fon- 
tano, — V. Cultura e fiacchezza militare nel 
Rinascimento italiano. 

Indice dei nomi ... 287 



VALLECCHI EDITORE — FIRENZE 



la nostra scuola 

Rivista quindicinale diretta da GIOVANNI MARCHI 
Direzione e Amministrazione : Via Ricasoli, 8, Firenze 



Collaboratori ordinarli: A. Anile, A. Carlini, 
M. Casotti, V. Cento, E. Codignola, A. Colombo, 
V. CosTANzi, C. Dentice d'Accadia, A. Errerà, A. 
Frangi, G. Gentile, B. Giuliano, P. Grassini, G. Lom- 
bardo-Radice, E. Marsili,. G. Modugno, F. Momi- 
gliano, R. MuRRi, O. Sabbadini, G. C. Pico, L. Russo, 
C. Sgroi, M. Valgimigli, ecc. ecc. 



Vuole promuovere il rinvigorimento della coscienza politica e 
scolastica con la trattazione scientifica dei capitali problemi didattici 
e politici, con la denuncia aperta degli abusi e degli arbitri, con 
la critica spregiudicata di uomini e istituzioni che ostacolano per 
fini interessati e partigiani il rinnovamento dello spirito nazionale. 



ABBONAMENTO ANNUO : 
Sostenitore L. 20 — Ordinario L. 8 — Estero L. 20 

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sulle opere edite dalla Casa editrice Vallecchi 

Numeri di saggio della Rivista saranno inviati gratis a richiesta. 



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DISCORSI DI RELIGIONE 

Volume di oltre 150 pagg. Lire 5. 
Collezione UOMINI E IDEE a cura di E, Codignola 

SOMMMARIO : Dedica. — Avvertenza. — Il problema politico. — 
Il problema filosofico. — Il problema morale. 

Sono tre magnifici saggi in cui viene studiato e illustrato il problema 
religioso sotto l'aspetto politico, filosofico e morale. Profondamente origi- 
nale la soluzione speculativa del problema filosofico e morale : acutissima 
è l'analisi delle nuove esigenze della nostra vita politica, dell'oscura crisi, 
dell' inquietudine che turba uomini e partiti, e i giovani in paxticolar 
modo, e « mostrerà tra pochi anni alla chiara luce del sole quale nuova 
Italia si vien maturando e si travaglia ora nelle fatiche di una tumultuosa 
e rapida gestazione \ 

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Volume di oltre 400 pagg. Lire IO. 
Collezione UOMINI E IDEE a cura di E. Codignota 

SOMMARIO DEI CAPITOLI : Come si arrivò al bolscevismo. — 
Il Soviet. — Leggi fondamentali : l'abolizione dei titoli : delle eredità : 
delle donazioni. — Il lavoro obbligatorio : la terra. — Nazionalizzazione 
delle industrie. Organizzazione economica. — Lavoro. — Commercio. 
— Approvvigionamenti : Razione e distribuzioni dei viveri. — Assi- 
stenza. — Assicurazioni sociali. — Istruzione. — Tribunali e <?iustizia. 
Esercito e servizio militare. — Resultati. — Appendice. 

Sono qui raccolte le leggi dei bolscevichi nei loro testi integrali. La 
« realtà vera » apparisce attraversò l'opera legislativa dei Soviets ; realtà 
di dolore, di miseria, di servitù, di tirannia. 

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LA FILOSOFIA DI G. LOCKE 

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INDICE DEL PRIMO VOLUME : Introduzione : Vita e biografi 
di Locke. — Gli scritti minori. — Il Saggio. — Parte prima : L'Edu- 
cazione dell' Intelligenza. — Bacone, Descartes e Locke. — L'Esperienza 
e il problema critico della filosofìa. — L'Origine delle Idee. — Parte 
SECONDA : Trasformazione dell'empirismo critico in idealismo soggettivo 
e in nominalismo. — Le Idee e le Parole. — Scienza ed esperienza, 
ragione e fede. — La conoscenza. 

Questa è la prima monografia che compare su Locke, condotta 
con senso speculativo e storico insieme. Oggetto di dogmatica cele- 
brazione nel sec. XVIII e di critica distruttiva o vanamente costruttiva 
nel sec. XIX, il grande filosofo inglese prende qui finalmente il suo 
posto nella storia del pensiero che non conosce tramonti. 

Il metodo seguito dal C. è del tutto nuovo : egli ha voluto adem- 
piere il suo dovere di espositore, di critico, di storico — in modo che 
queste parti siano distinte, eppure organizzate in un tutto armonico e 
progressivo. 

La filosofia lockiana, abilmente riassunta ne' motivi centrali, e 
lumeggiata nella sua formazione con il confronto del movimento del 
y)cnsiero contemporaneo, riceve qui per la prima volta un apprez- 
zamento che è insieme storicamente esatto e speculativamente sereno. 

Questo primo volume è quasi tutto dedicato all'illustrazione del 
celebre capolavoro, il «Saggio'. 

L'introduzione bibliografica mette innanzi, già, tutto il materiale 
di cui il Carlini s'è servito pel lavoro. 



Gli abbonati de " la nostra «cuoia ,, godono dello sconto del 20 % su tulle le 
pubblicazioni edite da Vallecchi, Editore, Via Ricasoli, 8, Firenze. 



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MARIO CASOTTI 



Saggio d'una concezione 
idealistica della Storia 

Volume di pagg. 450 Lire 12 
Collezione IL PENSIERO MODERNO diretta da E. Codignola 



SOMMARIO DEI CAPITOLI : Il problema filosofico della storia. Storia 
e filosofia. Il realismo e l'empirismo. — Il volontarismo. — L'essere 
e il divenire. - - Posizione del divenire assoluto. — Il pensiero come 
processo e la storia della filosofia. — L'opposizione e la distinzione. 
— La fenomenologia dello spirito. — Storiografia e filosofia. — La 
deduzione delle categorie. — Le forme assolute dello spirito. 

Grande, importanza ha assunto nella filosofìa moderna il problema 
della storia, dopo che il Croce ed il Gentile, per vie diverse ebbero pro- 
clamato l'identità di filosofia e storia. Sullo stesso terreno su cui si muo- 
vono le ultime indagini del Croce e del Gentile si colloca il libro del 
Casotti che vuol essere, non già una pura e semplice ripetizione di tesi 
crociane o gentiliane, ma un ripensamento personale, condotto con ri- 
goroso e vigoroso metodo scientifico. 



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Formato in- 16 di pagg. 100 circa — Prezzo L. 3. — 
Collezione LA NOSTRA SCUOLA a cura di E, Codignola 

L'autrice illuBtra con molto acume e profonda conoscenza del movimento 
filosofico e pedagogico moderno la nuova intuizione dei problemi educativi 
e religiosi contenuta nell'opera del maggiore pensatore francese contempo- 
raneo. L'operetta è indispensabile a chiunque voglia rendersi esatto conto 
della crisi profonda che sta attraversando il concetto tradizionale di educa- 
zione per opera dei maggiori pensatori del tempo nostro. 



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Formato in- 16, pagg. 200. — Prezzo Lire 6. — 
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Potente rievocazione della tragedia austriaca, ungherese, czeco -Blovacca 
dopo la disfatta e l'esperimento bolscevico. L'autore è un conoscitore pro- 
fondo dei paesi danubiani oltre che scrittore maschio e originale. Il volume 
offre altresì un alto interesse politico per i gravi fatti che documenta : 
l'opera feconda dell'eroismo e della cavalleresca umanità dei nostri mi- 
gliori soldati contrastata e cancellata dalla folle cecità della nostra buro- 
crazia militare, complice dell' invidia alleata. 

Gli abbonali de "la nottra scuola ,, godono dtllo sconto del 20 ^ij au tutte le 
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